Verso le elezioni europee

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La prossima primavera ci saranno le elezioni per il Parlamento europeo. Si può riprendere a parlare d’Europa?

Noi siamo federalisti europei. Ma condividiamo numerose obiezioni che il federalismo suscita e troviamo giusti molti argomenti degli euroscettici. L’idea di fare gli Stati Uniti dl’Europa attraverso una crescente giustapposizione di competenze, ad esempio, è profondamente sbagliata. Così come lo è un suo corollario, cioè che ciò che appartiene a Bruxelles non si tocca. Insomma, si dovrebbe sempre solo aggiungere e mai togliere.

Invece hanno ragione gli euroscettici britannici a chiedere il rimpatrio di certe competenze. La politica agricola, ad esempio, torni pure agli stati membri, che facciano della propria agricoltura ciò che vogliono – fatto salvo il principio che le regole comunitarie di concorrenza si applicano anche ai prodotti della terra. Buttare alle ortiche la politica agricola e impiegare le risorse così liberate per la ricerca e l’innovazione è una tradizionale battaglia britannica. Che importa se i britannici sono euroscettici? Hanno ragione.

I sussidi all’agricoltura rappresentano circa il 40% del bilancio dell’UE. Ma tutte le uscite di bilancio – salvo le spese per far funzionare le istituzioni – sono sussidi. I fondi strutturali (un altro 30% circa) hanno almeno una limitata funzione redistributiva a favore delle regioni europee più arretrate. Il resto sono finanziamenti a pioggia a questo o a quello di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno.

Su cento (100) euro di R&D spesi in Europa, ne provengono dal bilancio UE tre (3). E vanno a una miriade di progetti e sono distribuiti col manuale Cencelli in modo che nessuno stato membro sia penalizzato. D’altronde il bilancio si forma col principio del juste retour e anche se alla fine ci sono contribuenti e beneficiari netti, tutti cercano di recuperare una quota dei propri finanziamenti la più alta possibile.

Questo è un punto importante. Il bilancio dell’UE, pur essendo quattro soldi (l’1% del PIL europeo), scatena una corsa all’accaparramento che è la vera festa di quelle distributional coalitions il cui proliferare soffoca la crescita economica. Ci piacerebbe se ci fosse una forza politica critica verso questo aspetto miserabile e deteriore – “come spremere più quattrini all’UE” – e concentrata invece sulle cose che contano. Alle quali passiamo subito.

Se si azzerasse il bilancio dell’UE, lasciando solo le spese amministrative (5% del bilancio, ovvero 0.05% del PIL europeo), rimarrebbe praticamente intatta la sua ragion d’essere. Che è: legiferare sul mercato interno, regolare la concorrenza, agire da autorità monetaria (per chi è nell’euro).

Partendo da qui si potrebbe mettere a punto un programma fatto di pochi, semplici punti per le elezioni europee – ammesso che qualcuno sia interessato all’Europa durante la campagna elettorale per le europee, cosa che a nostra memoria non è mai avvenuta.

In Italia quasi tutti diranno che vogliono “più Europa” – e per la prima volta ci sarà anche qualcuno che ne vuole di meno. Più Europa significherà più sussidi, più spesa pubblica, qualcuno da fuori (i tedeschi?) che si accolli i nostri debiti. Meno Europa vorrà dire meno rigore, fuori dall’euro, svalutiamo i nostri debiti.

Dunque una forza politica che volesse smarcarsi da questa finta alternativa potrebbe puntare su un programma semplice-semplice per le elezioni europee, basato sui seguenti tre punti.

Primo, completare il mercato interno estendendolo ai servizi – i beni già si muovono liberamente. Da soli gli italiani non ce la fanno a fare le riforme strutturali. Le deve fare l’UE per loro. Così è avvenuto per le telecomunicazioni, il trasporto aereo, l’energia and on and on. Così NON è accaduto, purtroppo, per altri servizi. La direttiva servizi è stata bocciata nella sua forma originaria (Frits Bolkestein). Aver contribuito ad affossarla è la responsabilità più grave della politica europea della Germania degli ultimi 20 anni – non il rigore sulla finanzia pubblica o l’avanzo della bilancia dei pagamenti.

Secondo, più concorrenza sul mercato interno. Che Bruxelles faccia finalmente chiudere Alitalia. Che sia l’unica e la sola authority della concorrenza in Europa – si chiudano quelle nazionali, tutte catturate dai regolati, a partire da quelle italiane coi loro strapagati commissari. Il prossimo commissario alla concorrenza (e la politica della concorrenza la fa il commissario alla concorrenza con la sua DG, non la Commissione europea in quanto collegio) sia una personalità di prestigio con credenziali credibili in materia, non un politico nazionale bollito di un paese importante.

Terzo, completare lo spostamento a Francoforte della regolamentazione e della supervisione bancarie e anche qui che ci sia più forza e incisività verso tutte le banche, quelle italiane come quelle tedesche. A che servono le banche centrali nazionali dell’eurozona, quanto ancora devono sopravvivere?

Ci si può fermare qui, alla ragione d’essere dell’EU con bilancio quasi-zero, se si vuole. Un programma minimalista.

Però poi uno potrebbe pure proporre qualche altra cosa ragionevole. Come ad esempio abolire la politica agricola e usare mezzo punto di PIL europeo per programmi di ricerca dove i singoli stati nazionali non hanno la scala: spazio, difesa, energia.

E poi chiudere eserciti nazionali ancora addestrati ed equipaggiati per difenderci da un’invasione del Patto di Varsavia, che usiamo solo per missioni decise comunque a Bruxelles, e crearne uno europeo.

Deciderci tra le diplomazie nazionali e quella europea – tenendo conto anche qui che su quasi tutte le decisioni che contano gli stati membri prendono da anni una stessa posizione – invece di metterne in piedi una europea che affianca quelle nazionali. Cioè una costosa duplicazione.

Chiudere le 28 dogane nazionali e creare una dogana europea – non ci sarebbe nemmeno bisogno di cambiare il trattato perché l’unione doganale è la prima competenza esclusiva dell’Unione.

Non sappiamo se l’attuazione di un programma del genere si chiami Pippo o Federazione e forse poco importa.

Crediamo però siano cose ragionevoli e utili, per l’Europa tutta e soprattutto per l’Italia.

 

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