Uno sguardo sulla crisi ukraina

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Uno sguardo sulla crisi ukraina

di Mario Dal Co

Schon ist halb Europa, schon ist zumindest der halbe Osten Europas auf dem Wege zum Chaos, fährt betrunken in heiligem Wahn am Abgrund entlang und singt dazu, singt betrunken und hymnisch wie Dmitri Karamasoff sang. Über diese Lieder lacht der Bürger beleidigt, der Heilige und Seher hört sie mit Tränen.

(Ormai mezza Europa, quantomeno la metà orientale dell’Europa sta entrando nel caos,

si muove ebbra in una sacra follia sull’orlo dell’abisso e canta, canta inni ebbra come cantava Dimitri Karamazov. Offeso, il borghese ride di questi canti, ma  il santo veggente li ascolta in lacrime.)

Hermann Hesse, “Blick ins Chaos” 1920

 

Ukraina tra indipendenza e dipendenza

L’indipendenza dell’Ukraina, dichiarata nel 1990, e la successiva denuclearizzazione vedevano gli Sati Uniti e la Russia garanti della non aggressione del nuovo stato che aveva rinunciato al proprio arsenale[1].

Il 30% dell’industria degli armamenti dell’ex Unione Sovietica era basata in Ucraina e la sua dotazione  rendeva la nuova repubblica la terza potenza nucleare, con un installato superiore a Francia Regno Unito e Cina messi insieme. E subito cominciava la trattativa sull’energia: i prezzi, la loro regolazione, la loro valenza politica. Il contenzioso sul gas risale, infatti,  agli anni ’90 e i primi debiti dell’Ukraina per forniture di gas non pagato o “sifonato” dai gasdotti di transito verso l’Europa occidentale,  furono saldati in natura con aerei e armamenti nucleari al momento dell’uscita dell’Ukraina dal club delle nazioni con armamento atomico.  Un primo settlement dei debiti energetici tra la compagnia ukraina Naftohaz e Gazprom risale agli anni  1999-2000.   Tuttavia, nel 1999  il 40% della forza lavoro ukraina era ancora coinvolto nelle attività militari, e questo spiega le difficoltà di ristrutturazione della sua economia e forse rafforza l’attenzione della Russia alla tutela delle popolazioni delle zone industriali dell’est.

Nella relazione Ukraina-Russia, l’Ukraina è stata  certamente il partner meno affidabile dal punto di vista commerciale, altrettanto certo è che la Russia ha utilizzato il contenzioso commerciale per ottenere risultati politici e militari: lo smantellamento dell’arsenale nucleare, la rinuncia agli armamenti strategici, la concessione delle basi in Crimea, la tutela delle popolazioni di cultura russa comprese nei perimetri dell’Ukraina.

Gli Stati Uniti favorirono in ogni modo, concedendo finanziamenti, il programma di decommissioning delle armi nucleari (testate e missili) che vennero retrocessi alla Russia, in modo che l’Ukraina potesse, dal 1996, considerarsi denuclearizzata (sotto il profilo delle testate).  Stati Uniti e Russia, con il trattato di Budapest del 1994, si fecero garanti che l’Ukraina denuclearizzata non subisse attacchi o minacce da parte di potenze nucleari.

 

Promesse-bluff

La dimensione della crisi ukraina è percepita dall’opinione pubblica europea in modo diversificato e contraddittorio. I paesi ex comunisti, per motivi politici e geografici temono il risorgente nazionalismo russo, che rimette in movimento aspirazioni e identità sopite dagli esiti della seconda guerra mondiale. I paesi più industrializzati dell’Unione, Germania e Italia, sono preoccupati dai risvolti negativi sull’approvvigionamento energetico che potrebbero scaturire dalle tensioni in atto con la Russia. La posta in gioco è molto alta, e va oltre il rischio di strozzare la ripresa economica stentata in corso, perchè coinvolge gli investimenti sulle pipeline e i contratti take or pay già sottoposti a una difficile fase di revisione, proprio in ragione degli attualmente  bassi consumi europei.

Paolo Scaroni ha manifestato fiducia, nel breve termine sull’approvvigionamento energetico dell’Italia, poiché gli stoccaggi sono elevati, stante la debolezza della domanda interna, ma sa che è in gioco proprio il completamento del South Stream, infrastruttura che indubbiamente rafforza la capacità di approvvigionamento di gas dell’Italia, accentuando parallelamente la sua dipendenza dalla Russia[2].

L’atteggiamento degli Stati Uniti, come dimostrano gli annunci sullo shale gas, peccano di astrattezza e di furbizia irresponsabile, in questo esercizio affiancati dal Regno Unito. Il 26 marzo 2014 il Summit tra il presidente Obama e i vertici dell’Unione Europea,  ha delineato una prospettiva di collaborazione tra USA ed Europa sull’energia, mirata a ridurre la dipendenza del vecchio continente dal gas Russo, e quindi da Gazprom:
“The situation in Ukraine proves the need to reinforce energy security in Europe and we are considering new collaborative efforts to achieve this goal. We welcome the prospect of US liquid natural gas exports in the future since additional global supplies will benefit Europe and other strategic partners,” … “We agree on the importance of redoubling transatlantic efforts to support European energy security to further diversify energy sources and suppliers.”

Queste dichiarazioni, impongono  un richiamo al realismo  per le ragioni ben esposte in un recente articolo[3]. A occidente, nell’ambito della relazione USA – Europa, per offrire gas all’Europa gli Stati Uniti  dovrebbero rinunciare alla politica di prelazione, che attualmente limita l’esportazione di energia, dovrebbero ridurre i consumi interni e dovrebbero dotarsi di terminali di gassificazione. A oriente, l’Europa dovrebbe dotarsi di rigassificatori e le sue aziende energetiche dovrebbero rivedere tutti i contratti a lunga scadenza che le legano alle forniture di Gazprom. A breve-medio termine, ossia nei prossimi 5 anni, queste diverse condizioni non potranno verificarsi in misura tale da assicurare risultati apprezzabili.

 

Chi pagherà le conseguenze della crisi ukraina?

Guardiamo ora al lato russo dell’interscambio energetico. Gazprom rappresenta circa il 10% del GDP Russo, ma fornisce circa il 20% delle entrate dello Stato, e garantisce queste entrate con la vendita del gas. Tra gli acquirenti principali, l’Europa rappresenta il 28% della quantità prodotte da Gazprom, ma fornisce il 60% dei ricavi. D’altra parte Gazprom ha uno scenario in cui significativi cambiamenti si stanno verificando nelle condizioni interne, negli scambi con i paesi CIS, nelle prospettive assai più complicate di quanto sembrasse inizialmente con l’estremo oriente e nelle regole di approvvigionamento dei paesi europei.[4]

Perchè questo squilibrio tra quantità vendute e ricavi? Non perchè l’Europa paghi il gas al di sopra dei prezzi di mercato internazionale, piuttosto perchè Gazprom deve fornire il mercato interno a prezzi politici. In questo “mercato interno” fino a ieri si poteva considerare inclusa l’Ukraina, sia perchè la presenza di basi russe in Crimea (dopo l’accordo del 2010) era ripagata in natura sulle forniture, sia perchè le forniture di gas all’Ukraina erano in parte conferite in natura come fee dei costi di transito e pompaggio, e in parte pagate a prezzi sovvenzionati.[5]

North Stream Pipelines (fonte Gazprom)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per Gazprom, quindi, la crisi con l’Ukraina presenta due facce. Se da un lato pone fine alle sovvenzioni a favore dell’Ukraina, sotto forma di prezzi agevolati, dall’altro rischia di complicare i rapporti con l’Europa che è il miglior cliente e costringe Gazprom, sollecitata dal governo, a cercare nuovi sbocchi al suo gas, esplorando le possibilità di vendita  di maggiori quantità di gas liquefatto.

L’Europa, che ha una politica energetica basata su scelte inefficienti e costose (elevate sovvenzioni alle rinnovabili e  rallentamento o  chiusura del nucleare), intravede il rischio di un ulteriore incremento dei costi delle forniture di gas, per effetto del peggioramento delle relazioni con la Russia, e della revisione dei contratti take or pay con Gazprom che, fino ad oggi, hanno garantito stabilità alle relazioni commerciali. Una stabilità che è alla base della sicurezza e prevedibilità di ricavi e margini con cui le grandi imprese  dell’energia hanno potuto assicurare il finanziamento della costruzione di pipeline come il North  Stream e il South Stream (si vedano i tracciati tratti dal sito di Gazprom, e si noti che in quello relativo al South Stream la Crimea è già dello stesso colore della Russia: una finezza geopolitica che deve aver avuto un convincente suggeritore).

South Stream Pipelines (fonte Gazprom)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si tratta di infrastrutture pensate per garantire l’approvvigionamento di gas russo,  bypassando la poco affidabile Ukraina, attraverso la quale ancora nel 2009 transitava l’80% del gas russo per l’Europa. Ma le difficili relazioni russo-ukraine degli ultimi  due decenni  convinsero le grandi imprese energetiche dell’opportunità non solo di potenziare la portata ma anche di rendere sicuro il tracciato delle pipeline. In queste scelte la convergenza di interessi tra Gazprom e aziende occidentali, era assai forte: a danno dell’Ukraina e comunque per sottrarre all’instabilità dei governi di quel paese il flusso del gas verso l’Europa occidentale.

Quindi la crisi ukraina ha tre protagonisti che ne pagheranno sicuramente conseguenze negative:

l’Ukraina, che perde non solo pezzi del suo territorio, ma perde le sovvenzioni sui prezzi del gas e perde interscambio con la Russia. L’Europa, che perde stabilità e probabilmente dovrà scontare aumenti consistenti di costi del gas, e forse dovrà investire in rigassificatori sollevando opposizioni da parte degli ambientalisti. Infine Gazprom, sta muovendosi su input del Cremlino per diversificare gli sbocchi del suo gas, ma attualmente realizza la maggior parte dei suoi ricavi dall’attraversamento dell’Ukraina[6], dalla quale sostiene di avanzare oltre  18 miliardi di dollari di pagamenti per i contratti take or pay[7] . Infatti è impegnata in un tour asiatico per  far credere che ha nuove opportunità in grado di sostituire i clienti ricchi dell’Europa occidentale.

In questo contesto ad alto rischio, gli Stati Uniti vorrebbero che gli europei abbandonassero le loro preoccupazioni “di bottega” e abboccassero alle “generose” profferte sullo shale gas.

Dipendenza dalle importazioni di gas russo 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti interessate stimano un incremento dei costi del 50% per l’Europa, passando dalla fornitura via pipeline russe ad altre fonti[8]. Anche se l’impatto fosse inferiore, in quanto tempo sarebbe operativa la strategia di diversificazione degli approvvigionamenti del gas, oggi strutturati come  si vede nella figura precedente?

Ma  se le profferte  americane sono un bluff, le criticità sul fronte dei rapporti Europa-Ukraina-Russia sono già gravi e non sembrano affatto destinate a rientrare.

L’Italia ha scelto una linea di prudenza, insieme alla Germania ma se la crisi ucraina non rientrasse, le prospettive di ripresa sarebbero compromesse.

[1]   Questi temi sono stati affrontati  nel seminario: Russia, Europe, And The Gas Revolution: Firms And Geopolitics In The Age Of Shale tenuto da Rawi Abdelal, Professor of International Management, Harvard Business School, alla  University of Columbia il  7 aprile 2014.

[2]    Paolo Scaroni, 25 febbraio 2014, Corriere.it (http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Economia/Eni-Scaroni-crisi-gas-situazione-Ucraina/25-02-2014/1-A_011097849.shtml)

[3]    Evgeny Utkin, Lo shale gas che salverà l’Europa è un bluff,  Panorama 28 marzo 2014.

[4]   James Henderson and Simon Pirani (eds),   The Russian Gas Matrix- How markets are driving change, to be published by Oxford University Press, 2014.  L’instabilità del mercato del gas è ben rappresentato dalla modificazione del livello del prezzo e dalla dispersione dei prezzi internazionali. Nel 2008 prima della deflazione innestata dalla crisi finanziaria, il prezzo internazionale del gas era compreso tra 8 e 12 dollari per milione di MTU, con Germania, Stati Uniti e Giappone  attestati sulla fascia superiore. Nel 2013 i prezzi presentavano una dispersione molto più elevata, con gli Stati Uniti ad un valore inferiore ai 4 dollari per effetto dell’avvio della produzione di shale gas, Germania e Regno Unito inorno agli 8 dollari e il Giappone  attestato a 16 dollari.

[5]    Katja Yafimava, The Transit Dimensione of EU Energy Security,  Oxford Institute for Energy 2011.

[6]   Chow, Edward; Elkind, Jonathan, Where East Meets West: European Gas and Ukrainian Reality,  “The Washington Quarterly”, Center for Strategic and International Studies 32 (1).

[7]   http://www.bloomberg.com/news/2014-04-24/gazprom-demands-11-4-billion-from-ukraine-before-eu-gas-talks.html.

[8]  Mentre John Kerry, Segretario di Stato USA, dichiarava a Bruxelles che  “nessuna nazione deve usare l’energia per ostacolare le aspirazioni di una nazione” Gazprom aumentava di 100 dollari il prezzo per 1000 m3 di gas all’Ukraina, e il Ministro dell’energia russo Alexandre Novak affermava che “abbandonare le pipeline di trasporto del gas naturale affrontando la costruzione di terminali per la liquefazione e rigassificazione porterebbe ad un aumento da 380 a 550 dollari per 1000m3 (…) Sono disposte le economie dell’Europa a offrire gas a  quel prezzo ai loro consumatori?”

 

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