Università e Ricerca, le emergenze del sistema. Commento alla recente Dichiarazione del CUN.

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1.   La Dichiarazione

 

La recente Dichiarazione del Consiglio Universitario Nazionale (Dichiarazione per l’università e la ricerca, le emergenze del sistema, MIUR gennaio 2013) merita qualche commento, poiché è stata ripresa dalla stampa con enfasi. Il CUN è organismo elettivo di rappresentanza del Sistema Universitario presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e, con la Dichiarazione, ha rappresentato le emergenze che porranno gli Atenei in “condizione di non assolvere i propri compiti istituzionali”.

 

Ecco le principali emergenze sottolineate dal CUN. In Italia la spesa per educazione universitaria in percentuale del PIL è più bassa di quella dei partner europei: 1% contro 1,3 della Germania e del Regno Unito, 1,4 della Spagna, 1,5 della Francia ed è ancor più bassa della media OCSE (1,6%). Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) si è ridotto in termini reali del 20% circa tra 2009 e 2013. La spesa per assicurare il diritto allo studio ha ridotto la sua “copertura” dall’84% degli aventi diritto al 75%  tra 2009 e 2011.

 

Ha colpito, in particolare la stampa, la riduzione del numero degli studenti immatricolati, dal 2003 al 2012, scesi da 338 mila a 280 mila (-17%). Il commento del CUN è che “Il fenomeno riguarda tutto il territorio nazionale”. La distribuzione degli immatricolati viene presentata disaggregata per regione, in un grafico che riporta i valori assoluti. Le ragioni di questa diminuzione sono, secondo il CUN, due: la crisi economica che scoraggia l’iscrizione e la contrazione delle risorse che causa sia la riduzione dei corsi di laurea sia minori disponibilità per il diritto allo studio, con la conseguente perdita di “appeal” dei due livelli di laurea introdotti dalla riforma 3+2.

 

 

2.   Un’occasione mancata

 

L’analisi della caduta delle iscrizioni rappresenta la parte più debole della Dichiarazione: si tratta di un’occasione mancata per offrire un’analisi di alcune cause della crisi dell’Università. Innanzitutto, non ha senso confrontare i dati assoluti delle regioni, senza tener conto della differenza di popolazione. In secondo luogo non si può esporre la riduzione del numero degli immatricolati senza analizzare la dimensione delle coorti della popolazione interessate.

 

Tra il 2003 e il 2011 la popolazione tra 18 e 29 anni si riduce del 10%, perciò larga parte della riduzione denunciata dal CUN ha una determinante demografica che non viene neppure citata nel testo.

 

Se prendiamo il periodo 2003 – 2011, per il quale disponiamo delle coorti della popolazione 18-20, che coprono circa il 90% delle immatricolazioni ai corsi triennali e al ciclo unico, troviamo che la riduzione è di circa 9000 unità (da 256 mila a 247 mila). La riduzione della propensione ad iscriversi, da parte delle tre coorti, è contenuta: nel 2003 il 12,5% dei diciottenni si iscriveva all’università, e tale percentuale scende all’11,1% nel 2011; per i diciannovenni si passa dal 25,0% al 24,3%, per i ventenni dal 4,9% al 5%. La propensione ad andare all’Università certamente si riduce, ma non nella misura suggerita dalla Dichiarazione.

 

Possiamo indagare alcune delle tensioni che si verificano nell’Università, tenendo conto delle dinamiche della popolazione per sesso e per coorti. Prendiamo due importanti regioni, la Sicilia e la Lombardia nello stesso periodo considerato dal CUN: 2003-2011.

 

Ebbene, la diversa dinamica demografica delle tre coorti 18-20 anni (-2% in Sicilia contro + 5% in Lombardia) dice che ci dobbiamo aspettare una differenza di circa 7 punti nella dinamiche delle immatricolazioni. Ma in realtà la differenza è di 30 punti: in Sicilia le immatricolazioni si riducono del 34,6%, in Lombardia del 3,4%.  Il crollo deriva dalla scelta di parte degli studenti siciliani di  non iscriversi in Sicilia: la propensione scende dal 13,7% del 2003 al 9,2% del 2011, mentre in Lombardia il calo è meno della metà: dal 15,8% al 13,6%. 

 

Le Università della Lombardia attirano iscritti dalle altre regioni, per la Sicilia accade l’opposto. Per la Lombardia il saldo tra iscritti che provengono da altre regioni e quelli che si iscrivono in altre regioni si ampia nel periodo considerato: da 5200 a 8600. Ciò significa che le Università della Lombardia, “esportando il servizio”,  contengono  il calo delle iscrizioni dovuto alla riduzione della natalità e alla contrazione della propensione ad iscriversi all’Università. In Sicilia, al contrario, il deflusso netto di immatricolati, che era di 2700 unità nel 2003 sale a oltre 4800 nel 2011, e investe anche gli studenti che vengono da fuori.

 

Infine, un’analisi disaggregata per genere consente di individuare nelle scelte delle diplomate la maggiore spinta alla trasformazione dell’offerta formativa, assai più che non nelle decisioni del governo, come invece indica il CUN. Dal 1998 al 2011 la quota femminile sul totale degli immatricolati all’università rimane stabile, intorno al 56%, ma cambia la sua distribuzione, e cioè cambiano le scelte.

 

In ingegneria si iscrivono nel 2011 in 9500 contro le 5200 del 1998, passando dal 18% al 25% delle immatricolazioni: si comincia a femminilizzare anche la roccaforte tradizionalmente “riservata“ ai maschi. In medicina si passa da 5400 a 13500 immatricolate, con la componente femminile che sale dal già alto 57% al 64% delle immatricolazioni. Lo spostamento della domanda femminile verso le facoltà delle professioni e verso quelle tecnico-scientifiche è avvenuto in tempi assai rapidi, assai più rapidi di quelli di adeguamento dell’offerta didattica: questa si è dispersa in molti rivoli, senza tuttavia corrispondere a questa modificazione della domanda.

 

 

3.   Conclusioni e proposte

 

Nella Dichiarazione del CUN mancano le analisi di alcuni fenomeni macroscopici della trasformazione in atto nel mondo universitario. Innanzitutto le dinamiche demografiche, foriere di modifiche che, pur lente, sono tuttavia in grado di travolgere un sistema istituzionale farraginoso come quello del nostro Paese (non solo nell’università). In secondo luogo, le dinamiche di genere, ossia l’esplosione della propensione allo studio della componente femminile, accentuano l’esigenza di trasformare l’offerta didattica: da questo punto di vista la riforma 3+2 non ha fornito strumenti per  un adeguamento rapido e sistemico dell’offerta didattica alle modificazioni della domanda, che rimangono senza risposta.

 

Merita riflettere sul diritto allo studio in chiave di autonomia universitaria, eliminando l’inutile tassa del 10% devoluta alle regioni, che mantengono circa 80 enti per il diritto allo studio in grado di assorbire per intero l’ammontare della tassa per il solo pagamento degli stipendi. Difatti, il diritto allo studio in misura crescente è assicurato direttamente dagli Atenei, ed è giusto che sia così, essendo i confini regionali del tutto inadeguati a interloquire con il fenomeno della mobilità degli studenti universitari, che è nazionale e internazionale.

 

Si deve riconoscere agli Atenei il diritto di ricevere per intero le tasse universitarie e di determinare autonomamente come garantire il diritto allo studio. Si possono trasformare le tasse in tariffe consentendo agli Atenei di incassare l’Iva,  sulle tariffe e accrescendo pro-tanto le proprie disponibilità finanziarie da spendere sia per il diritto allo studio sia per la didattica e la ricerca.

 

 

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