Un’illusione monetaria: la Grecia, l’Italia e i conti pubblici

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Mentre scrivo – primo pomeriggio del 29 aprile 2010 – i governi europei stanno discutendo l’ennesimo pacchetto di aiuti alla Grecia. L’ordine di grandezza è passato dalle decine alle centinaia di miliardi di euro su almeno un triennio. Funzionerà? Le borse europee reagiscono positivamente, quella di Atene addirittura con euforia. Ma ne abbiamo già viste, nelle settimane passate, di queste euforie. Tendono a rientrare rapidamente.
Confesso di avere una grande paura del domino, o del contagio – insomma che la crisi si sposti altrove fino ad arrivare a noi, cioè a rendere insopportabile il debito pubblico italiano, impossibile il suo ri-finanziamento. Ovvero ciò che sta accadendo alla Grecia. E tralascio ogni considerazione sulla tenuta dell’unione monetaria, che pure mi sta a cuore quanto la sorte del mio paese.
 
Questa mia paura trova piccolissima soddisfazione nel fatto che per anni è stata proprio l’Italia il principale sospettato di fallimento pubblico, mentre invece quando the day of reckoning è arrivato ha trovato altri a precederci. Letto adesso questo post sul sorpasso economico della Grecia e della Spagna all’Italia fa morire dal ridere e l’unico modo per arrestare le convulsioni è pensare che almeno si sta diffondendo la consapevolezza che il PIL è una ben modesta misura di ricchezza e prosperità.
 
Quando si arriva al punto in cui la Grecia è oggi e non si vuole ristrutturare il debito, l’aggiustamento fiscale da intraprendere è davvero terribile: dell’ordine di diversi punti percentuali di PIL da un anno all’altro, da trovare comprimendo la spesa pubblica e/o aumentando le tasse in un’economia in corso di contrazione. L’anno scorso uno dei paesi baltici ha varato misure di austerità che comportavano dimezzamenti degli stipendi dei pubblici dipendenti. [Se qualcuno alla lettura di questo esempio ha sospetti, i sospetti sono fondati: sono un dipendente pubblico.]
 
In una situazione come quella greca di adesso, uno poi si mangia i gomiti a non aver giocato d’anticipo: un aggiustamento molto più blando fatto qualche anno fa – diciamo 2006-7 – avrebbe probabilmente evitato del tutto la crisi fiscale odierna.
 
Ed eccoci qui: perché  il governo italiano non gioca d’anticipo? Giulio Tremonti ha un merito d’omissione, ha evitato cioè di reagire alla grande depressione del 2008-9 con un’espansione fiscale. E tagliare la spesa pubblica mentre tutto il resto del mondo l’aumenta è forse chiedere troppo a un politico che vuole essere rieletto.
 
Ok, ma congelare la spesa pubblica? Si parlava di crisi di governo solo la settimana scorsa – ecco, un evento del genere non aiuterebbe, credo, a collocare il debito pubblico italiano – e dunque c’è poco da fidarsi della maggioranza parlamentare. Peccato, perché se non litigasse questa potrebbe credibilmente contare su tre anni da qui alla fine della legislatura.
Congelare in termini nominali la spesa pubblica per tre anni across the board significherebbe abbassarne il livello di circa due punti percentuali e mezzo di PIL alla fine del triennio, al netto degli interessi sul debito – nell’ipotesi terra-terra che crescita e inflazione si mantengano ambedue attorno all’uno percento l’anno.
 
Inoltre l’effetto annuncio hic et nunc male non dovrebbe fare. Anzi, è forse ancora più importante perché contenere lo spread sui rendimenti dei nostri titoli pubblici è adesso un interesse vitale dell’Italia.
 
Un congelamento è  meno indigesto di un taglio per, ad esempio, un sindacalista.
È un’illusione (monetaria) la mia?

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