Unicredit alle prese con lo statuto pietrificato

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Non è stata una prova di forza, sicuramente. Ma il messaggio che è arrivato dall’ultima assemblea dei soci diUnicredit è di quelli che appaiono destinati a lasciare un segno profondo nei meccanismi di governance del capitalismo italiano. La lista supportata dai fondi e dagli investitori istituzionali, formalmente presentata da Assogestioni, ha ottenuto ben il 54% dei voti assembleari. Formalmente ha eletto un solo consigliere di amministrazione, Lucrezia Reichlin, perché da statuto della banca solo un consigliere poteva candidare. La lista proposta dai grandi azionisti (le fondazioni bancarie, Allianz e il fondo emiratino Abaar) controllanti sulla carta il 27% dei diritti di voto è arrivata soltanto seconda per numero di voti raccolti, fermandosi al 46%. Tutti i consiglieri di amministrazione eletti, tranne la Reichlin, sono stati dunque scelti dal secondo arrivato. È un po’ come se, alla fine di elezioni politiche indette per scegliere il governo di un Paese, il partito più votato non avesse la possibilità di designare il primo ministro e i singoli ministri dell’esecutivo. Una situazione che sarebbe da tutti additata come curiosamente democratica, perché in parlamento deve sempre esistere una ragionevole correlazione tra i voti raccolti, i deputati eletti e la presenza del maggior partito nel governo al quale il parlamento ha votato la fiducia. Ma perché Assogestioni e gli investitori istituzionali hanno potuto proporre un solo consigliere di amministrazione? Per una ragione semplicissima: perché lo statuto di Unicredit è ancora figlio delle logiche spartitorie della prima stagione delle fondazioni bancarie azioniste di riferimento e per evitare non gradite perdite del controllo ha previsto un limite numerico alla designazione dei consiglieri da parte degli azionisti terzi. Ma oggi la foresta pietrificata delle fondazioni bancarie è stata definitivamente sciolta dalla crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers ed è tempo che gli statuti vengano modificati. In ogni caso il voto rivoluzionario all’assemblea di Unicredit segnala quanto nel prossimo futuro saranno attivi fondi e investitori analoghi. Bloccare le dinamiche della governance societaria provando a tenere fuori dalla porta quelli che ci hanno investito si farà sempre più difficile. Sarà davvero complicato spiegare che chi ha ottenuto il 54% del 52% dei voti registrati per votare in un’assemblea non ha diritto a contare nulla o quasi nella definizione del potere aziendale. La democrazia societaria si adegua all’epoca dei fondi pensione e degli investitori interessati a partecipare e dire la loro su strategie e politiche industriali. Buone notizie, quindi, per gli investitori. (riproduzione riservata)

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