Una sanità da riformare seriamente

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Mai che qualcuno avesse parlato di risolvere i problemi delle regioni in piano di rientro, in quanto tali afflitte da una organizzazione sanitaria malata da tempo e destinata a morire.

 

Finalmente il ministro, Beatrice Lorenzin, solleva il problema delle nuove strategie di gestione riferite alle otto regioni in difficoltà economico-organizzativa conclamata (Abruzzo, Campania, Calabria, Lazio, Molise, Piemonte, Puglia e Sicilia), delle quali quattro sembrano essere destinate a rimanere commissariate a vita. Una mezza Italia che conta la metà della popolazione nazionale cui viene impedita l’esigibilità del diritto alla salute. Quantomeno dei LEA [Livelli Essenziali di Assistenza].

 

E’ quanto si è ricavato dalle parole spese dal ministro nel corso dell’audizione svoltasi nella serata del 16 ottobre scorso, a margine del Consiglio dei Ministri, che hanno graziato la sanità dalla scure dei tagli previsti nella legge di stabilità in corso d’approvazione. Che i programmi operativi triennali di riorganizzazione, di riqualificazione o di potenziamento del Servizio sanitario regionale (così li chiamano gli ottimisti, a differenza dei pessimisti che si limitano a definirli piani di rientro!), introdotti dalla Finanziaria del 2005 (art. 1, comma 180), fossero ideologicamente una boiata, era noto a quasi tutti.

 

E’ infatti di comune conoscenza che dalle situazioni di difficoltà produttive ed economico-finanziarie (che nel caso di specie impediscono la realizzazione del prodotto salute) non si esce tagliando i costi ineludibili bensì investendo in risorse tecnologie e umane, nel senso di produrre meglio e di più. Non solo. In tali situazioni non si può peraltro prescindere da interventi di riforma strutturale volti a stravolgere il sistema divenuto improduttivo, perché vetusto sia nelle forme che nelle metodologie gestorie, e contraddittorio con i principi costituzionali, che pretendono il godimento uniforme e globale del diritto alla salute dell’individuo (art. 32 della Costituzione).

 

Questo è il compito della politica, nei confronti del quale la medesima è venuta sempre meno, preferendo lasciare le cose come stanno senza ottimizzare i costi. Un obiettivo non conseguito dal momento che, anziché intervenire tagliando le spese emorragiche che hanno dissanguato il servizio sanitario nazionale, ha preferito farlo impedendo l’assunzione dei tanti bravi operatori sanitari che sostituissero i tantissimi fuggiti via dal sistema pubblico appena possibile per raggiunti limiti di età.

 

Bloccare indiscriminatamente il turnover nel Servizio sanitario nazionale, quale strumento per pervenire al risparmio, è un atto di incontestabile incoscienza, specie in quei territori ove le risorse qualificate sono state da sempre una chimera, indipendentemente dalle assunzioni clientelari che hanno per anni soffocato il sistema e la spesa. Costituisce una assurdità non risolvere il problema dei nipoti adducendo le colpe dei nonni.

 

Ebbene, a fronte di tutto questo sono intervenute delle scelte terapeutiche peggiori del male da curare:

concessioni di finanziamenti a fondo (molto) perduto per 3 miliardi di euro (D.L. 23/07, convertito nella L. 64/07);

contrazioni di mutui trentennali a tassi agevolati per 12,1 miliardi di euro (Finanziaria 2008, art. 2, comma 46) che hanno prodotto il risultato, di pessimo “gusto” costituzionale, di far sì che le regioni beneficiarie pagassero l’ammortamento annuale sottraendo gli importi relativi ai LEA da garantire alle loro collettività;

commissariamenti inadeguati sia nella parte in cui si erigevano a Commissari ad acta i medesimi Governatori regionali, quasi sempre responsabili del default da riparare, che in quella in cui si selezionavano sub-commissari di vecchia generazione, di quella che ha prodotto per anni nella sua complessità i guai del sistema, vuoi per avere svolto funzioni gestorie dirette in aziende della salute che di coordinamento e controllo ministeriale;

eccessi di fiducia, con relative spese milionarie al seguito, ad advisor non affatto utili al risultato, atteso che esso è penoso più di quanto già lo fosse, fatti salvi i risparmi dovuti alla mancata riassunzione del personale in quiescenza;

organismi di monitoraggio periodico dei conti e delle prestazioni specialistiche in processi squisitamente ragionieristici piuttosto che arbitri della corretta esigibilità dei diritti sociali;

una programmazione, infine, elaborata in outsourcing, conferita all’Agenas non affatto consapevole dei bisogni e dei rischi salutari vissuti dalle singole regioni, ma soprattutto di ostacolo all’esercizio della relativa autonomia regionale. Il tutto, senza che nessuno avesse mai rilevato il fabbisogno epidemiologico da soddisfare.

 

Dunque, un sistema da cambiare, quantomeno da rivedere sensibilmente, così come reclamato dal ministro Lorenzin, e subito, dal momento che ne va della tutela della salute di 30 milioni di cittadini. La soluzione più generale sta nella puntuale attuazione del cosiddetto federalismo fiscale, più precisamente rendendo operativa la metodologia dei costi standard, quale valore economico ideale indispensabile per garantire il fabbisogno standard nazionale e regionale, e quindi, i LEA ovunque, nel rispetto dell’ottimizzazione dei conti pubblici.

 

Per realizzare tutto ciò, occorrerà nel Mezzogiorno e non solo – atteso che la “geografia” dei più deboli individua tre regioni del centro Italia e, meno apparentemente, qualcuna del nord che preferisce ancora non fare emergere le sue debolezze gestorie – prevedere, per l’occasione, due diversi generi di perequazione di carattere preventivo.

 

La prima è quella di tipo infrastrutturale, peraltro prevista nel d.lgs. n. 88/2011 attuativo della legge 42/2009, introduttiva del cosiddetto federalismo fiscale. Un’attuazione necessaria per rendere più eguali possibili le posizioni di partenza delle singole regioni, sino ad oggi costrette a competere nel percorso di erogazione dei LEA partendo da posizioni impari, alcuni in Ferrari (rectius, assistititi da tecnologie di ultima generazione) e altri in bicicletta (rectius, costretti a fare uso di tecnologie cosiddette “ad elastico”).

 

L’altra dovrà riguardare una perequazione anch’essa di tipo straordinario finalizzata al ripianamento dei debiti pregressi, ai quali va assicurata una soluzione che non penalizzi lo spessore dell’assistenza costituzionalmente dovuta. Al riguardo, non sarà possibile, così come invece sta accadendo, continuare a pagare i mutui trentennali con i LEA, non affatto “barattabili” dalle singole regioni coinvolte in favore dell’assolvimento degli impegni finanziari riguardanti il passato. Consentirlo ulteriormente costituirebbe una reiterata violazione dei principi costituzionali, così come è avvenuto sino ad oggi.

 

A proposito di costi standard, più precisamente per la sua determinazione non può mancare il sud, come invece, pare, stia accadendo. E’ infatti prioritaria l’esigenza di individuarli tenendo conto della corretta e fedele rappresentatività, sia geografica che demografica. Le cinque regioni recentemente selezionate dal Ministero della salute (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria e Marche), tra le quali dovranno essere scelte le tre (tra le quali obbligatoriamente la Lombardia) dalle quali verrebbe fuori il benchmark necessariamente propedeutico alla valorizzazione dei costi standard, rappresentano un’errata impostazione del procedimento legislativamente inteso.

 

Invero, manca una regione rappresentativa del sud, al quale serve, più che altrove, la necessaria attenzione economico-finanziaria per uscire dallo stato di insolvenza e da quello di inadeguatezza organizzativa dei rispettivi servizi sanitari regionali inidonei a garantire i LEA ai cittadini. Un’esigenza, questa, sancita dalle leggi che disciplinano il percorso di formazione del costo standard (art. 27, comma 5, d. lgs. 68/2011) che prevede, per l’appunto, l’obbligatorietà della presenza di una regione del sud tra le tre “finaliste”.

 

Ciò al fine di rendere il “prezzo giusto” disponibile per le regioni nella loro corretta e totale rappresentatività, sì da renderlo funzionale alla valorizzazione dei relativi fabbisogni standard, da determinarsi attraverso i più adeguati indici di deprivazione socio-economica, che tengano conto delle debolezze storiche e di quelle sopravvenute, da individuarsi anche dagli accaduti più recenti di cui dovere tenere ragionevolmente conto.

 

In una tale ottica, pesano difatti non solo le diseguaglianze consolidatesi nel tempo ma anche le evoluzioni negative che si registrano via via nel mercato del lavoro (licenziamenti, mobilità, scivoli, eccetera) le quali – per come è dato registrare nelle zone (solo per fare un esempio, di Termini Imerese e Taranto) – generano non pochi focolai epidemiologici tendenti a determinare situazioni di depressione di massa eccezionalmente rilevabili, sotto il profilo delle patologie psichiatriche, ma destinate a costituire un elemento caratterizzante ed endemico del territorio ferito dalle perdite traumatiche del lavoro.

 

A ben vedere, scontiamo un’epoca emergenziale che, proprio perché tale, necessita di interventi eccezionali che assumano la caratteristica della strutturalità, attesa la verosimile previsione di durata pluriennale di siffatti fenomeni. Accade da tempo nella organizzazione della salute un po’ quello che sta avvenendo con i default degli enti comunali che rappresenteranno l’altra emergenza nei cui confronti occorre trovare, molto presto, una soluzione reale, magari rivendicando la concessione di una apposita tregua strategica a livello comunitario in relazione all’obbligo di rientro del debito pubblico pregresso.

 

Al riguardo meraviglia non poco l’entusiasmo registrato con l’esenzione della sanità dai tagli individuati nella proposta governativa di legge di stabilità. Il vero problema, quello che dovrebbe preoccupare non poco il Paese intero, è che essa viene lasciata così com’è senza investimenti e senza la previsione di una riforma che sia veramente strutturale. Elementi fondamentali per rendere garante il sistema della uniforme esigibilità del diritto alla tutela della salute, negato alla gran parte dei cittadini (e non solo) residenti sul territorio nazionale.

 

 

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