Una patrimoniale impraticabile?

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 Entrata ufficialmente nel dibattito di politica economica, l’ipotesi di un’imposta patrimoniale straordinaria si è arricchita di una variante: all’iniziale proposta di Giuliano Amato, di un prelievo commisurato allo stock del patrimonio (mobiliare e immobiliare) di ogni italiano rientrante nel terzo di popolazione più abbiente, si è recentemente aggiunta quella di Pellegrino Capaldo[ii], di un prelievo concentrato sulle plusvalenze immobiliari, con un’aliquota compresa fra il 5% e il 20% (una sorta di riedizione, formato “una tantum”, dell’abolita Invim).

Entrambe presentano indiscutibili elementi di significatività.

Intanto per l’enfasi con cui sottolineano un problema reale: quello di un debito pubblico che, ritornato a un livello prossimo al 120% del Pil, espone la nostra economia al rischio di attacchi speculativi e, nel contempo, non offre al [i]policy maker spazi significativi per stimolare la ripresa.
Poi, per la sintonia con l’opinione che vede nell’aumento della tassazione sul patrimonio (oltre che sui consumi) la strada obbligata per ridurre le imposte più dannose per lo sviluppo (quelle sul lavoro e sulle imprese)[iii]; opinione non del tutto estranea a una delle tre linee guida (“dalle persone alle cose”) evocate dal governo[iv]per ridisegnare il sistema tributario.
Infine, a motivo degli effetti ridistributivi che sarebbero in grado di provocare su alcuni versanti:
Ø      quello intergenerazionale, nella misura in cui abbattendo il debito pubblico (di un terzo o, per Capaldo, della metà), risultasse intaccato l’onere destinato a riversarsi sulle generazioni future;
Ø      quello della tipologia reddituale, con i redditi da lavoro, premiati dallo scambio fra un possibile prelievo futuro (conseguente al debito) e un prelievo presente (la patrimoniale) che non li riguarderebbe;
Ø      quello della ricchezza, per effetto di un prelievo indirizzato su chi, nel processo di accumulazione, è stato favorito dal mercato;
Ø      quello fiscale, nel presupposto che la ricchezza reale e finanziaria esprima una capacità contributiva non emersa dai redditi dichiarati, a causa dell’evasione.
Ma a fronte di questi aspetti vanno richiamati anche i problemi e i vincoli che condizionano la praticabilità di un prelievo straordinario sul patrimonio.
Alcuni riguardano il messaggio e gli effetti che una misura di finanza straordinaria trasmetterebbe ai mercati. Sarebbe “tranquillizzante” e in grado di innescare un circolo virtuoso, riversando sull’economia l’abbattimento (fino a 40 miliardi) dei costi di gestione del debito pubblico, come ipotizzato da Amato e Capaldo? O, al contrario, potrebbe rivelarsi una testimonianza d’impotenza e della incapacità di aggredire i problemi alla base della crisi della finanza pubblica?
Altri, invece, attengono specificamente al sistema tributario e riguardano l’ideazione di un’imposta che:
Ø    avrebbe difficoltà ad identificare il patrimonio mobiliare di ciascun contribuente, con il rischio (certezza nella variante Capaldo) di lasciare fuori circa un terzo della ricchezza complessiva degli italiani e di penalizzare chi ha investito in immobili rispetto a chi ha privilegiato gli impieghi finanziari;
Ø    risentirebbe, nel determinare la base imponibile, dei limiti di un sistema catastale che ha tuttora conoscenze incomplete della platea immobiliare e rendite obsolete;
Ø    sarebbe tarata, in larga parte o esclusivamente, su una base imponibile (gli immobili) che la riforma del fisco federale ha sottratto alla manovrabilità della politica fiscale nazionale per assegnarla ai comuni.
Altri, infine, interessano il rendimento stesso della patrimoniale, che sembrerebbe alterato:
Ø     nello schema Amato, da una sottovalutazione del sacrificio richiesto ai contribuenti che, secondo una simulazione basata su dati Bankitalia (si veda il riquadro), potrebbe assorbire fino a un quarto del patrimonio delle famiglie collocate nella parte bassa dell’area “più abbiente” (1 su 4); e che, nel caso di un’aliquota uniforme (circa il 10%, per assicurare un gettito di 600 miliardi), pretenderebbe fra i 30 mila e i 150 mila euro per nucleo familiare;
Ø    nello schema Capaldo, da una sopravalutazione del gettito atteso, considerato che i 300 miliardi in più rispetto ai 600 di Amato, non sembrano conciliarsi con una più ristretta base imponibile (solo il patrimonio immobiliare e, per di più, non lo stock ma solo le plusvalenze).
Affiora, dunque, in entrambe le proposte, un problema di sostenibilità del prelievo, non attutito neppure da ipotesi di sconti e rateizzazioni. E sembra profilarsi il rischio di un’imposta non solo commisurata, ma anche ad incidenza sul patrimonio.
Esiti che rinviano al consenso che sarebbe necessario per varare misure del tipo in esame e che sarebbe arduo dare per scontato: come stanno a dimostrare le vicende, di più modesta portata, relative all’abolizione Ici sulla prima casa, all’esenzione degli immobili ecclesiastici, alle riduzioni ed esenzioni della futura IMU federalista.

 
Riquadro
Debito pubblico e patrimoniale: i risultati di una simulazione
 
 
I dati: debito pubblico e patrimonio delle famiglie italiane
 
1.    A fine 2010 il debito delle Amministrazioni pubbliche ha superato i 1867 miliardi di euro: 31.100 euro per cittadino, 78.400 euro per nucleo familiare.
2.    Secondo stime della Banca d’Italia, nel 2008 la ricchezza netta delle famiglie, cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni, ecc.) e attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.), era pari a circa 8.284 miliardi di euro, ossia circa 348 mila euro per famiglia ovvero 138 mila euro pro capite. Essa risultava:
·            formata da un mix in cui le attività reali rappresentavano circa il 69 per cento (5.715 miliardi di euro), le attività finanziarie circa il 41 per cento (3.374 miliardi) e le passività finanziarie circa il 10 per cento (805 miliardi);
·            caratterizzata dal forte peso, fra le attività reali, della ricchezza in abitazioni, che ammontava a circa 4.700 miliardi di euro, corrispondenti a circa 196.000 euro in media per famiglia;
·            rappresentata per meno di un terzo del complesso delle attività finanziarie, da contante, depositi bancari e risparmio postale
·            distribuita secondo un elevato grado di concentrazione. Molte famiglie detenevano livelli modesti o nulli di ricchezza mentre all’opposto poche disponevano di una ricchezza elevata. In particolare, la metà più povera delle famiglie deteneva il 10 per cento della ricchezza totale, mentre il 10 per cento più ricco deteneva il 44 per cento della ricchezza complessiva; e ancora, l’1 per cento delle famiglie più ricche deteneva una quota (13%) pressoché pari a quella posseduta dal 60 per cento delle famiglie meno abbienti. Livelli più elevati di ricchezza erano detenuti da famiglie con capofamiglia laureato, dirigente o imprenditore (con valori mediani compresi fra 310.000 e 370.000 euro), o da famiglie residenti nei comuni con più di 500.000 abitanti (circa 237.000 euro). Livelli più bassi si riscontravano per le famiglie con capofamiglia senza titolo di studio (circa 50.000 euro) o operaio (35.000 euro). Il Centro e il Nord erano le due aree geografiche del paese con il valore mediano più alto in ricchezza netta, rispettivamente circa 203.000 euro e 168.000 contro i 102.000 euro detenuti nel Sud e Isole;
·            segnata dalla presenza, fra  le passività finanziarie di un 35 per cento costituito da mutui per l’acquisto dell’abitazione.
  

Una valutazione quantitativa della proposta Amato
 
3.    Porsi – come fa Giuliano Amato – l’obiettivo di ridurre di un terzo lo stock di debito pubblico, significherebbe varare una manovra straordinaria capace di rastrellare poco più di 620 miliardi di euro, ossia di trasformare in “ricchezza pubblica” quasi il 7,5% della “ricchezza privata” delle famiglie italiane.
 
L’intervento potrebbe assumere diverse modalità.
 
La prima è la più drastica, prevedendo che l’onere del risanamento si concentri esclusivamente sulle famiglie “più ricche”, ossia su quelle che ricadono nel “decile” più alto: circa 2,4 milioni di famiglie detentrici del 45% (circa 3,7 mila miliardi) della ricchezza delle famiglie italiane. Si tratta di unità familiari con un patrimonio minimo non inferiore a 529 mila euro ma mediamente pari a 1,549 milioni di euro. In questo caso, per rastrellare il gettito ipotizzato (620 miliardi) sarebbe necessario ipotizzare un prelievo a carico di queste famiglie con un’aliquota dell’ordine del 16%.
 
Una seconda e più articolata è quella che abbiamo simulato sulla scorta dei dati e delleinformazioni che emergono dall’indagine Banca d’Italia. Coinvolgerebbe tutte le famiglie detentrici di un patrimonio mobiliare e/o immobiliare, con un prelievo che potrebbe essere scalettato nei termini seguenti:
·            0% per i primi 100 mila euro di patrimonio, che preserverebbe da ogni prelievo le famiglie con una “ricchezza” limitata e assicurerebbe un abbattimento d’imponibile per tutte le altre;
·            3% per la quota di imponibile compresa fra 100 e 200 mila euro;
 ·            5% per la quota di imponibile compresa fra 200 e 300 mila euro;
·            8% per imponibili ulteriori.
Questa soluzione assicurerebbe un gettito di “appena” 418 miliardi, consentendo di abbattere “solo” del 22,4% lo stock di debito pubblico.
 
Per arrivare all’ipotizzato 33% sarebbe invece necessario fissare le aliquote di prelievo al 4%, 8% e 12%. In questo caso l’abbattimento di 620 miliardi porterebbe il rapporto debito/pil a un livello leggermente inferiore all’80%.
 
4.    Si possono immaginare, ovviamente, soluzioni intermedie più articolate: sia per scalettatura di aliquota, sia per tipologia d’imponibile (distinguendo, ad esempio, la ricchezza finanziaria da quella reale), sia per composizione familiare (riconoscendo, ad esempio, abbattimenti d’imponibile differenziati a seconda della composizione del nucleo familiare.
Tutto questo, nella consapevolezza che ad ogni attenuazione di aliquota su un versante, dovrebbe corrispondere (se si intende salvaguardare l’obiettivo) un aggravio sugli altri versanti.
 
Certo, si tratterebbe di richiedere “contributi” non indifferenti: ad esempio, con un’aliquota massima del 12% (come prospettato nella terza simulazione), l’onere che mediamente graverebbe su una famiglia compresa nel decile più alto di ricchezza toccherebbe i 150 mila euro. Una somma imponente, anche nell’ipotesi in cui fosse prevista la possibilità di una rateizzazione annuale. Si consideri, in proposito, che se la stessa tipologia di famiglia fosse chiamata ad assoggettare tutta la sua ricchezza (e non solo la componente costituita da depositi bancari e postali) a un prelievo analogo a quello introdotto nel 1992 (6 per mille), la somma da pagare non andrebbe oltre i 9 mila euro.
 
 
 
 
 
 
 
 

 

[i] La patrimoniale di G. Amato: http://www.criticasociale.net/index.php?&function=editoriale_page&id=0000321

[ii] La patrimoniale di P. Capaldo (intervista): http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2011012617726831-2

[iii] Cfr. F. Osculati in: http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=968&Itemid=66

[iv] Le priorità della riforma fiscale: http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-10-20/berlusconi-progettare-grande-riforma-183628.shtml
 

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