Una “entry strategy” contro la crisi europea

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In un precedente articolo (si era a fine 2010, http://www.crusoe.it/paper/euro-molto-rumore-per-un-rischio-di-creditoss/621/) avevamo diviso la recente storia europea in tre fasi: la fase della convergenza apparente (gli anni ’90), la fase del dividendo europeo (il decennio 1999-2009) e la fase critica attuale.

 
Nell’ultima fase, gli spread di tasso degli anni ’90 si sono ripresentati violentemente (Fig. 1) come una molla troppo a lungo compressa, dopo un decennio in cui i mercati hanno creduto, un po’ per convinzione, un po’ per interesse, più allo spirito di Maastricht che all’evidenza dei numeri che i paesi dell’euro andavano producendo.
 
FIG. 1

Finita l’illusione di un’area economica disomogenea che si integra per via puramente monetaria, l’Europa si trova da troppo tempo ferma al bivio tra un convinto (e convincente) passo avanti e il rompete le righe.
Due strade entrambe impervie ma assai differenti anche nello sbocco: positivo nel primo caso, drammatico nel secondo. Facendo tesoro della storia e degli errori della moneta unica, si può immaginare un percorso di convergenza fiscale da attuare da subito. Il punto di partenza è l’osservazione che i differenziali di cambio, vigenti nella fase pre-euro, si sono trasferiti nei differenziali di tasso visti sopra.
Il rischio di cambio, come era logico aspettarsi, non si è volatilizzato ma ha solo cambiato forma, come in una versione finanziaria della legge di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. In questo caso è diventato rischio di credito degli stati membri.
Tuttavia, come si è imbrigliato il primo attraverso il meccanismo del serpente monetario (Exchange Rate Machanism, ERM) affidato agli interventi della BCE (o, come si sottolineava allora, del Sistema Europeo delle Banche Centrali), così, in perfetta analogia, si può pensare di controllare il rischio di credito attraverso una sorta di “serpente finanziario” (Differential Rate Mechanism, DRM) che stabilisce delle bande di oscillazione per gli spread dei paesi dell’area euro.
La BCE e le istituzioni europee devono poter da un lato comprare e vendere titoli di stato per mantenere gli spread entro i limiti delle bande di oscillazione, dall’altro intervenire sulla formazione dei disavanzi in eccesso rispetto ai parametri concordati (3% del pil negli accordi di Maastricht).
Se lo sbocco dell’ERM è stata la moneta unica, lo sbocco del DRM è chiaramente l’Eurobond, un titolo di debito dietro al quale sta (starà) la credibilità dell’Europa e non di un singolo stato membro. Naturalmente questo è l’approdo e non il punto di partenza (come da tempo sottolineano i tedeschi) e molti interventi, anche normativi, devono essere fatti per rendere credibile la convergenza fiscale, dopo quella monetaria.
Il DRM si può considerare lo strumento per gestire la fase transitoria in cui, minimizzando i tempi decisionali, si rendono coerenti N mercati obbligazionari che decidono di unirsi verso un unico emittente. Se questa è la soluzione tecnica, già efficacemente sperimentata per la moneta unica, la decisione politica è in mano ai paesi fondatori e ai loro attuali governi.
Lo scambio è chiaramente quello di una significativa cessione di sovranità in cambio di una acquisizione di credibilità, stabilità e forza economica nel panorama mondiale. Solo una visione molto miope potrebbe non vedere i vantaggi per tutti (dai greci ai tedeschi) derivanti da un concreto percorso verso quell’unione politico-economica sognata dai padri fondatori.
 

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