Un vincolo costituzionale alla spesa pubblica per la Ricerca

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In questi giorni, anche a livello europeo, si sta discutendo dell’opportunità di inserire il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Il messaggio che i governi vogliono fornire ai mercati è chiaro: avere una spesa pubblica superiore a quanto si riesce a pagare tramite le tasse sarà molto più difficile di prima. Altrimenti detto, il governo si vuole legare le mani perché sa che da solo non è in grado di mantenere il bilancio pubblico in pareggio. 
 
Due considerazioni in merito. 
 
La prima è che l’entità e la persistenza dei debiti pubblici in essere è un ulteriore riscontro della tesi dell’incapacità di auto limitarsi da parte dei governi. E’ stato perciò giustamente detto che il vincolo potrebbe non tutelarci: ci si può fidare di chi non si fida di se stesso? 
 
La seconda considerazione, da cui scaturisce la presente proposta, è che con il pareggio di bilancio costituzionalmente vincolato sembra perpetuarsi il solito errore di guardare solo ai saldi e non alle componenti del bilancio stesso. Anche qui, l’esperienza storica dei vincoli fissati – e disattesi – nel Trattato di Maastricht fa ritenere che focalizzarsi sui saldi potrebbe non essere sufficiente. Ecco perché, se proprio si deve (e lo si deve eccome) sottrarre un po’ di discrezionalità ai politici, sarebbe meglio sottrargli la quota di spesa pubblica da destinare alla ricerca e sviluppo (R&S). Anche un vincolo costituzionale sulla spesa pubblica per infrastrutture andrebbe bene ma, potendo scegliere, sceglierei la R&S poiché questo genere di investimento è notoriamente il più efficiente motore di sviluppo a cui si possa pensare.
 
Se il lettore ritiene che, in fondo, anche i politici hanno a cuore la Ricerca e che l’importanza del sostegno alla spesa pubblica in R&S è ben presente nella loro agenda, allora dare qualche evidenza in materia può essere utile a capire l’entità della differenza tra il dire e il fare presente nel politico “mediano” (che, poi, è quello che ha la “massa critica” per porre effettivamente in essere le scelte).
 
I dati storici mostrano che, nei Paesi OCSE, gli investimenti in R&S sono tra i primi a subire tagli nei periodi di recessione. Una recente analisi OCSE conferma questa ipotesi anche per la prima metà del 2009. Altrimenti detto: per uscire dalla recessione si eliminano per prime le spese che – a sentir dire i politici ma, soprattutto, la Scienza economica – potrebbero evitare, o almeno ridurre la gravità, delle crisi prossime venture. Dunque, in media, i governi dei paesi maggiormente industrializzati risultano miopi.
 
Come si pone il nostro Paese in questo desolante quadro? Di seguito mi limito a dati complessivi, cioè sia per il settore pubblico che privato. Va menzionato che in Italia anche il settore privato spende meno di quanto si faccia, in media, nell’OCSE. Ad  esempio, durante il triennio 2004-06, solamente il 10,2% delle imprese ha posto in essere innovazioni di prodotto. Tuttavia, la scarsa propensione potrebbe derivare da insufficienti e inefficienti incentivi “istituzionali”. Inoltre, ci sono numeri che mostrano come anche la quota di spesa pubblica direttamente gestita dal governo è molto sotto la media. Per l’area Euro, dati Eurostat informano che nel 2008 la spesa pubblica per R&S è stata, come nel 2003, pari allo 0,26% del Pil. In Italia la quota è stata dello 0,16%, oltretutto in calo rispetto allo 0,19% del 2003. Inutile dire che la spesa pubblica per ricerca è tanto più importante quanto minore è l’apporto dei privati al motore dello sviluppo. I dati sotto riportati si riferiscono a periodi recenti, ma il dramma va in scena da decenni e, anticipo, mostra che se gli altri sono miopi noi siamo quasi ciechi. 
 
Secondo gli ultimi dati dell’OCSE l’Italia, nel 2009, era classificata al 26° posto (su 34) nella percentuale di spesa complessiva in R&S. Stiamo parlando di una cifra appena al di sopra dell’uno percento. Per avere un’idea, la Francia ha una percentuale doppia della nostra e la Germania (gli USA, la Svezia…) quasi il doppio della Francia. Sempre in quell’anno, Francia e Inghilterra
potevano contare su circa 230mila ricercatori, la Germania su oltre 310mila. Il nostro numero è 101mila, ovvero anche meno dei 134mila ricercatori spagnoli. Più in generale, in Italia ci sono solamente 4 ricercatori ogni mille occupati, molto meno della media OCSE. In questo quadro non è difficile immaginare perché l’Italia si collochi al 21° posto, sui 34 paesi dell’OCSE, nel numero di
patent families – cioè le invenzioni registrate in più paesi – per ogni mille abitanti. A guardar bene, anzi, pare che, nonostante tutto, la bravura dei nostri scienziati riesca almeno in parte a sopperire alle mancanze dei politici. In effetti, alcuni numeri corroborano la sensazione. Nel 2008, i ricercatori italiani hanno pubblicato un numero di articoli scientifici molto simile a quello medio dei
loro colleghi operanti negli altri paesi dell’OCSE. Esplicitiamo le medie numeriche per sottolineare i fatti: i ricercatori italiani stanno nella media potendo contare su molto meno della media. Potrei continuare, ma il quadro dovrebbe essere già  sufficientemente cristallino. 
 
Nella misura in cui il lato delle uscite del bilancio pubblico è un indicatore attendibile della crescita potenziale del PIL indotta dalle scelte politiche, appare ovvio che se si investe lo 0,16% del PIL in R&S contro, ad esempio, un ”investimento” fisso fino al 2050 del 15% del PIL in pensioni (lo dice l’ultimo DEF), il segnale di declino che emerge è drammaticamente auto esplicativo. Ma voglio insistere, anche a costo di sbilanciarmi. Il rapporto di 15 a 0,16 può essere inteso, con tutti i caveat del caso, come il rapporto tra quanto i politici ritengano importante, nei fatti, il passato rispetto al futuro del paese (su questo punto http://www.imille.org/2011/07/i-giovani-sono-sempre-piu-poveri/ ). 
 
Nella spesa per le pensioni, naturalmente, ci sono delle innegabili rigidità verso il basso, ma spazi di manovra ce ne sono eccome. Tuttavia – e questo è il punto – dovrebbe essere resa incomprimibile anche la spesa pubblica in R&S. Come ogni altro investimento, anche quello in R&S va ben   indirizzato per evitare sprechi. 
 
Alcune delle sue caratteristiche, però, lo rendono particolare. Per esempio, il concetto di “spreco” va qualificato meglio. Supponiamo per un attimo e per assurdo che il “mercato” dei ricercatori fosse come quello dei calciatori. Tutti sanno che le squadre di club che hanno vinto e/o vogliono vincere la Champions League comprano grandi campioni e/o investono nei vivai. Ma si sa anche che non tutti i grandi campioni rendono quanto previsto e sono pochissimi i ragazzi del vivaio che poi sfondano. Ma, questi, sono investimenti necessari, non sbagliati. Certo, si potrebbe fare uno studio approfondito su qual è il vivaio minimo per ottenere un premio Nobel (o l’invenzione del secolo o un insieme di scoperte di buon impatto sulla crescita economica potenziale) ma, entro certi limiti, simili ottimizzazioni hanno uno scarso senso pratico. E’ più facile immaginare che è meglio spendere un po’ di più che un po’ di meno. 
 
Di dati e riscontri qui ce ne sono a iosa. Aggiungo solo che un fannullone – quasi per definizione – difficilmente investirà tempo, soldi e fatica per laurearsi e per prendersi il dottorato di ricerca.
Insomma, se si usa il bilancino in questo campo si presta il fianco a “quelli dell’1%”.
 
Per quanto detto, il vincolo costituzionale che qui sponsorizzo dovrebbe consentire un livello di spesa pubblica in R&S duraturo e adeguato. Duraturo poiché la Scienza ha i suoi tempi. Adeguato poiché la Scienza ha le sue necessità. Comunque è ovvio che le scoperte possono, entro certi limiti, essere rese più frequenti/importanti via denaro. Per quantificare, diciamo di imporre un limite
minimo costituzionale pari a quello oggi goduto dai ricercatori pubblici tedeschi, ovvero lo 0,36% sul Pil (fonte: Eurostat). Il riferimento alla Germania è assolutamente voluto. Infatti, cito la locomotiva d’Europa perché, come italiano, mi dispiace essere sempre il cittadino di una carrozza senza motore che si muove solo grazie agli altri. Inoltre – e anche qui non è un caso – la Germania ha proprio quel 3% del Pil di spesa complessiva in R&S che è proprio quanto suggerito dalla cosiddetta strategia “Europa 2020”.
  
Concludo con uno scenario che sarebbe curioso se non fosse angosciante. Ho anzidetto che l’Europa suggerisce di raggiungere quota 3 percento. Ebbene, l’obiettivo fissato nel recentissimo Programma Nazionale della Ricerca (PNR) del Governo prevede di raggiungere quota 1,53% nel 2020. Ovvero, già oggi sappiamo che tra dieci anni, crisi e manovre permettendo, avremo una cifra
pari alla metà dell’obiettivo europeo. Va da sé che così rimarrebbe inalterato per molti anni il rapporto tra la spesa per pensioni e quella per la ricerca. Un’altra generazione di giovani menti sarà dimezzata e, altrettanto sarà per la crescita potenziale.
Se questa è lungimiranza dei politici, non è meglio legargli le mani? 
 

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