Un altro Fisco è possibile, senza presunzioni

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Bendarsi gli occhi verso l’evasione di oggi, concentrando tutti gli sforzi sui recuperi rivenienti dal passato. Con gli occhi (ma, soprattutto, tanto di paraocchi) rivolti a quanto accaduto non prima di tre o quattro anni fa. Conviene davvero? e a chi? Aumentare gli incassi da un’evasione “che fu” significa davvero meno evasione oggi? o  piuttosto è vero il contrario, e cioè che i futuri bottini del Fisco rimarranno a portata di mano solo fintantoché l’Agenzia delle Entrate sarà obbligata per legge a girarsi dall’altra parte rispetto alle violazioni attuali? Con l’evasione fiscale sull’oggi, quindi, lasciata frattanto libera di dilagare nella più totale indifferenza da parte dei controllori? Un’indifferenza che, dunque, si può considerare strutturale e praticamente “programmata per legge”.

 

Io penso che la diffusione dell’evasione di massa sia un effetto generato esso stesso dalle irragionevoli modalità attuali di contrasto, che – per via di normative obsolete ereditate dal passato – vanno nella direzione di creare, piuttosto che eliminare, l’evasione fiscale in forma dilagante. L’approccio corretto, infatti, non può essere quello scriteriato in uso oggi, che è piuttosto ispirato solo a sete di vendetta. Ma semmai quello diametralmente opposto, consistente nel presidiare serenamente il territorio facendo percepire la presenza del Fisco mediante normalissimi controlli di prevenzione. Ovvero controlli che guardano a oggi, poiché riferiti agli scambi commerciali contestuali avvenuti sotto gli occhi del controllore, gli unici che possono impedire sul nascere la sin troppo scontata tentazione di tutti a pagare men che si può (in fatto di tasse, ma non solo).

 

Il 28 giugno 2012 la Corte dei Conti ha certificato (pagina 40 della Relazione sul Rendiconto generale dello Stato per il 2011) che  i soldi  incassati dall’Agenzia delle Entrate, a seguito di evasione fiscale (6,8 miliardi nel 2011), provengono per la maggior  parte da grandi imprese (oltre il 40%). Si tratta in effetti dei più grossi soggetti, cioè 58mila società di capitali che fatturano quasi il 70 per cento dell’intero ammontare nazionale, pur rappresentando l’uno per cento del numero di partite Iva attive (!), “molto più contenuti”, continua la Corte – e infatti costituiscono il 25% del totale –  sono stati i recuperi verso il residuo 99% della platea, formata da oltre 5milioni di professionisti e imprese di piccola dimensione. Questi ultimi, invece,  fatturano  il rimanente 30 per cento: si veda la tabella qui in calce.

 

Sempre secondo la Corte dei Conti, inoltre, il grosso dei recuperi incassati dai macro-contribuenti, a sua volta, trae origine dai “noti fenomeni elusivi riconducibili alla categoria giurisprudenziale dell’abuso del diritto”. Mentre il grosso degli introiti derivanti da imprese e professionisti proviene notoriamente da accertamenti su base ipotetico-presuntiva.

 

In un sistema nel quale, dunque, le entrate tributarie erariali (oltre 400 miliardi all’anno) derivano per il 98-99% da versamenti stabiliti dai cittadini su base volontaria,  per cui soprattutto il contribuente autonomo ha a sua volta mille modi per “contro-vendicarsi” (nel senso che ogni partita Iva si trova “naturalmente” posizionata in modo da tenere essa sotto scacco il Fisco), che senso ha per lo Stato abdicare ai controlli sull’oggi, per farsi prendere la mano dall’ingordigia di fare cassa attenzionando solo il passato remoto?

 

E’ vero, il problema dei problemi in Italia è che le partite Iva sono un’infinità, oltre 5 milioni. Un numero elefantiaco e spropositato rispetto alla consistenza – al confronto men che simbolica – dei controllori. Ma di fronte alla rivoluzione in atto delle tecnologie infotelematiche e grazie anche ad alcune esperienze di successo basate sul coinvolgimento del privato nelle funzioni di controllo (si pensi agli esiti del visto di conformità introdotto con l’articolo 10 del decreto legge n. 78 del 2009 in materia di false compensazioni),  questi vincoli di scala non possono più essere un tabù. Basta mettere al lavoro professionisti competenti nel ramo e si vedrà come diventa assolutamente possibile costruire un sistema in grado di assicurare una percezione diffusa dei controlli sull’oggi, che sono la chiave di volta per un’efficace presidio dell’antievasione.

 

Continuare ancora, invece,  a puntare tutto sull’inseguimento di incassi prelevati da infrazioni ultra-arretrate è profondamente sbagliato. Anzitutto perché ostacola non poco la qualità della vita  lavorativa dell’autonomo, soprattutto quello in buona fede, dandogli la sensazione di rimanere eternamente sotto schiaffo, alla mercé di maxi-addebiti mai scongiurabili a priori, ed affidati a meccanismi di calcolo “condannati” (dal troppo tempo passato) a non poter che essere imprecisi e sommari.

 

E di questo lo Stato non può non tener conto, dato che nel frattempo il sistema continua a sua volta a rimanere ostaggio – a livello di massa – dei medesimi contribuenti e della loro propensione spontanea ad adempiere. E ad evadere. Se è vero com’è vero che nel frattempo lo Stato, mentre da un lato agita verso il singolo il fantasma di un Fisco-orco, dall’altro lato, verso le masse,  fa sentire i contribuenti completamente dimenticati sul versante dei controlli. Dato che, numeri ufficiali alla mano, le partite Iva vengono ignorate per anni, anzi per diversi lustri, da qualsivoglia verifica sull’oggi, ovvero sulle transazioni commerciali giornaliere.

 

Ed è così, dunque, che gli autonomi si sentono di fatto spinti più a difendersi e a premunirsi nei riguardi del Fisco, che a collaborare con esso tramite un incremento spontaneo delle tasse pagate.  E’ l’eterno gioco di guardie e ladri in scena da sempre fra Fisco e contribuente. In un regime fiscale basato sulla cosiddetta auto-determinazione del tributo, una prassi del genere costituisce un vero e proprio suicidio! La tabella pubblicata qui in calce documenta in modo incontrovertibile questa verità: in base a dati ufficiali prelevati dal sito Internet del Ministero di Economia e Finanze, infatti, il 99% delle partite Iva dichiara di fatturare meno di un terzo del totale nazionale.

 

Purtroppo oggi, per colpa di un sistema normativo vecchio di quarant’anni, l’Agenzia delle Entrate viene chiamata a non poter intercettare le violazioni nel momento in cui esse si realizzano, ma a dover guardare sempre e soltanto a un passato remoto, poiché la logica è quella di punire (che equivale a “vendicare”) piuttosto che controllare e prevenire. Tutto ciò, se da un lato soddisfa le spinte mediatiche e l’insano accecamento moralistico che vi è sotteso, dall’altro lato manda fuori strada gli sforzi enormi compiuti dagli uomini del Fisco che operano in trincea, finendo così per favorire anziché contrastare il diffondersi dell’evasione.

 

E, comunque, un approccio siffatto solo in apparenza tornerà comodo al Fisco. E’ vero che in tal modo esso può intestarsi il merito di aver portato nelle casse erariali un bel “gruzzolone” di introiti da evasione (cosa che, in realtà, è vera solo in parte). Ma questo fantomatico “gruzzolone” viene procacciato a colpi di accertamenti, all’interno dei quali, però, la cifra addebitata è decisa dal Fisco in forma unilaterale e sulla base di prove presuntive. Un metodo, questo, attraverso cui il Fisco arriva a  quantificare l’evasione del caso singolo per cifre che sono semplicemente “probabili”, ma che, proprio per questo, rimangono pur sempre cifre ipotetiche.

 

Senza contare che, per questa via (la via repressiva), esistono limiti di soglia invalicabili al conseguimento di recuperi da evasione. In altre parole, limiti di scala insormontabili rendono illusorio che il cosiddetto “tesoretto” da evasione possa crescere all’infinito. E’ anzi probabile, in particolare con riferimento all’evasione di massa,  che esso abbia già toccato la soglia massima fisicamente praticabile. Nel 2011 i recuperi da accertamento per via repressiva non sono andati oltre l’1,5% delle Entrate erariali totali. E, al loro interno, i recuperi rivenienti da evasione di massa si attestano, complessivamente, sotto i 2 miliardi di euro, anche se ivi ricomprendiamo le risorse introitate per via coattiva: un ordine di grandezza, anche in valore assoluto, proporzionalmente men che modesto, come si vede (le anticipazioni sul 2012 confermano l’arresto del trend di crescita).

 

Sull’altare dei recenti mini-bottini annui, dunque,  il sistema odierno  sacrifica sia la vera lotta all’evasione (che, al contrario, necessiterebbe di verifiche più frequenti e addebiti basati sull’oggi, e – al tempo stesso – su prove certe), sia la propensione alla libera impresa da parte degli autonomi. Quest’ultima, infatti, per via di un’impostazione davvero masochista, rimane menomata dall’incombere di una sempre più  asfittica “tensione da Fisco”, oggi diventata pressoché letale. Ciò per via di una percezione distorta dei controlli fiscali che tanti danni ha fatto, e sta facendo ancora, alla parte sana degli autonomi. I quali invece sono quelli che, a dispetto dei falsi luoghi comuni generati da un dilagante moralismo becero, costituiscono l’esemplare di partita Iva largamente più diffuso che è in circolazione.

 

Siamo nel 2013, abbiamo la fortuna, dicevamo, di disporre a costo zero di tecnologie info-telematiche capaci di fare miracoli. Ci deve pur essere un modo per rimuovere questa sorta di vulnus che tarpa le ali all’attività quotidiana degli  autonomi: il Fisco, cioè, percepito come un castigatore terrificante, una figura vissuta giornalmente come la madre-matrigna di tutti i problemi, anteposta persino alle spinosissime preoccupazioni di business. E’ pertanto urgente voltare pagina e liberare gli autonomi da questo inutile tappo. Conviene a loro (la parte sana di essi), come anche al Fisco. Cominciando dal cestinare la logica degli accertamenti posticipati, quelli emessi a distanza di anni, effettuabili solo mediante stime e presunzioni su base discrezionale.

 

Il costo sociale, ma anche commerciale, che l‘attuale orizzonte di paura “da Fisco” semina giornalmente fra il popolo delle partite Iva  suggerisce di costruire un sistema nuovo capace di ridare ossigeno ai lavoratori autonomi. I quali sono persone per bene che è sbagliato mettere sullo stesso piano dei fuorilegge usi a frodare il Fisco con premeditazione. Sbaglia di grosso quindi la nostra macchina fiscale di contrasto nel trattare allo stesso modo il delinquente fiscale (cioè, colui che  vive d’illeciti e non sa far altro che fabbricare carte false), rispetto al popolo delle partite Iva che è fatto da persone con un proprio onorato mestiere e che sanno vivere del proprio lavoro. Occorre dunque restituire a costoro la fatidica prospettiva inseguita da una vita: vale a dire un sistema fiscale serio, affidabile e non più demenziale, finalmente “da non temere più” in modo insensato e oppressivo. Un sistema nel quale la cosa più semplice al mondo – e cioè  “stare in regola” verso lo Stato – cessi di essere quella mission impossible che è stata per quarant’anni.

 

Tenendo da parte, dunque, i casi di vera delinquenza fiscale, il nuovo Fisco di massa dovrebbe puntare su un regime a base opzionale in cui: a) l’autonomo in buona fede potrà scegliere di aderire a un sistema incentivato di regole nuove che lo vincoli a tracciare nella sua contabilità elettronica, giorno dopo giorno, le cifre reali di costi e ricavi, dando rilevanza solo agli esborsi per cassa e non agli impegni per competenza (va rivoluzionata la mappa attuale di adempimenti e sanzioni, riducendola all’essenziale in funzione di controlli più frequenti eseguiti nell’imminenza dei fatti);  b) i controlli “in flagrante” da parte del Fisco (del tipo “scontrino fiscale”, ma non solo) saranno il piatto forte dell’azione di contrasto e dunque saranno moltiplicati per dieci, cento volte rispetto a oggi; c) i poteri di accertamento per annualità passate, su base indiziaria o presuntiva, saranno eliminati del tutto nei confronti di chi ha scelto questa opzione (lasciando spazio solo a prove certe, e abbandonando così qualsiasi logica ispirata al sospetto); d) la insufficienza dei controlli rispetto alla platea infinita di 5 milioni di partite Iva (problema che, per vincoli di scala, è risolvibile solo in parte attraverso questa via) sarà compensata da una intelligente operazione di comunicazione pubblica istituzionale pianificata a monte e con funzione integrativa: una sorta di marketing di Stato rivolto a promuovere capillarmente il corretto adempimento del Fisco di massa, in modo da mettere ognuno in grado di capire personalmente (e senza più dipendere da chicchessia) ciò che bisogna fare – e quanto bisogna pagare – per stare in regola.

 

Ciò consentirebbe inoltre di sgravare le partite Iva dalla parte inutile e burocratica degli odierni adempimenti. Una zavorra senza senso, cresciuta a dismisura nel tempo, che via via ha consentito di succhiare risorse senza limiti alla piccola impresa, rendendola ostaggio di una fitta rete di servizi di intermediazione obbligatoria. Servizi prevalentemente inutili, senza valore aggiunto, pensati (e resi obbligatori, da uno Stato che si è fatto complice dei furbacchioni) al solo al fine di  garantire il business delle tante mini-caste satelliti che da anni si affollano, ronzanti, intorno all’unico mondo produttivo e a valore aggiunto che esiste. Che è quello degli autonomi e delle partite Iva. Mi riferisco alla soffocante pervasività delle normative non solo in materia di adempimenti tributari, ma anche di sicurezza lavoro, sicurezza alimentare, sicurezza informatica, tutela della privacy, eccetera). Tutto un patrimonio di risorse produttive che rischia di essere spazzato via per sempre, se lo Stato non si decide a invertire la rotta. Ma bisogna fare presto, il tempo a disposizione è finito.

 

 

Evasione fiscale in Italia

Focus sulle Partite Iva
“Piccoli” e “Grandi” – Quanto dichiarano
E quanto il Fisco ha recuperato da loro nel 2011

Dimensione dei soggetti per fascia di appartenenza

Numero di Partite Iva attive
(*)

 

Volume d’affari Iva  complessivo dichiarato per il  2010
(*)

 

 

Somme incassate a seguito di recupero da evasione

(**) (***)

 

 

Piccoli

(fino a 5 milioni di volume d’affari annuo)

oltre 5 milioni

 

(99%)

970 mld

 

(31%)

1,361 mld

 

(37%)

Grandi

(oltre 5 milioni di volume d’affari annuo)

58mila

 

(1%)

2.135 mld

 

(69%)

2,290 mld

 

(63%)

Totale

5.121.915

 

(100%)

3.105 mld

 

(100%)

3,651 mld

 

(100%)

(*) Fonte, dati ufficiali prelevati dal sito del Dipartimento delle Finanze, Ministero dell’Economia e delle Finanze.

(**) Fonte, pagina 5 delle slides diffuse nella conferenza stampa di Agenzia Entrate per il 2011.

(***) Non viene qui conteggiata la quota incassata per il tramite Equitalia poiché i dati di dettaglio in base alle dimensioni delle  Partite Iva  non sono disponibili; immaginando che restino immutati i rapporti percentuali reciproci, tuttavia, si può rendere completo il dato indicato in tabella stimando che su un totale di 1,669 miliardi incassato nel 2011 a titolo di evasione, provengono complessivamente dalle Partite Iva 1,100 miliardi, di cui 416 milioni da soggetti di dimensione minore (fino a 5 milioni di ricavi) e  684 milioni dai contribuenti più grandi.

 

 

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