Tracciabilitá a mille euro: effetti collaterali indesiderati sui libretti al portatore

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Portare a mille euro la soglia di tracciabilità ha trascinato in una dolente rete sanzionatoria decine di migliaia di famiglie. Ignare e in buona fede. E’ la conseguenza della permeabilità del decisore politico rispetto alle spinte mediatiche massimaliste che all’epoca premevano per una tracciabilità a tutti i costi. Spinte la cui intromissione indebita su questioni tecniche complesse ha sortito l’effetto contrario, favorendo soluzioni normative di facciata dietro cui si sono celati, immancabilmente, effetti collaterali indesiderabili.

 

E’ stata come una trappola. Nella rete sono finite decine di migliaia di famiglie tradite da uno Stato dimostratosi ostile e predone. Con l’abbassamento a mille euro del limite di tracciabilità (decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201), infatti, sono stati messi fuori legge, d’ufficio e a loro insaputa, tutti i possessori di un libretto al portatore con saldo sopra i mille euro. Il termine ultimo per regolarizzare è scaduto il 31 marzo 2012 e ora le Ragionerie territoriali dello Stato hanno dovuto iniziare a notificare la maxi-sanzione per i depositi sopra-soglia giacenti al 1^ aprile 2012.

 

L’importo della penalità, nelle situazioni largamente più diffuse, equivale a un’appropriazione espropriativa totale da parte dello Stato: (articolo 58, comma 7-bis del d. l.vo n. 231 del 2007, nel testo da ultimo varato il 19 settembre 2012, con l’articolo 18, comma 1 del decreto legislativo n. 169).  Se il saldo è superiore, la penalità varia dal 30 al 40 per cento del saldo stesso, fermo restando il minimo di tremila euro.

 

Ma, come si spiegano sanzioni così elevate? Dov’è l’evasione fiscale “possibile” che si cela dietro il semplice possesso di poche migliaia di euro, nella forma del libretto al portatore? Ai fini fiscali esiste già – ed anzi è a sua volta ispirata a regole presuntive severissime – la sanzionabilità delle movimentazioni bancarie ingiustificate. Non bastano queste sanzioni? Dov’è l’interesse fiscale messo a rischio da libretti al portatore di piccola taglia? Tanto più che stiamo parlando per la quasi totalità di un salvadanaio riempito a piccole dosi, dieci-venti-trent’anni fa, da famiglie poco abbienti che si erano cercate un minimo di previdenza fai-da-te. In un tempo in cui la modalità del libretto “al portatore” era normale e anzi l’unica consigliata, nel caso ricorrente in cui i beneficiari erano i figli minorenni.

 

Ora, di colpo, ognuno di questi libretti, fiscalmente innocui (anche perché quasi mai movimentati e anzi fermi da decenni), è stato trasformato in un “illecito parlante”. Siamo di fronte al classico caso in cui, pur senza volerlo, nei fatti la violazione è stata costruita a tavolino dallo stesso legislatore. In quanti sarebbero finiti nella rete se solo avessero avuto la informazione circa il nuovo divieto in arrivo? E perché nessuno mai ha pensato di  obbligare le banche a mandare a casa un preavviso personalizzato, magari con spese postali a carico del destinatario?

 

Nel caso di specie l’errore nasce dalla superficialità con cui a dicembre 2011 è stato trattato – in sede di elaborazione normativa  – il rafforzamento in chiave antievasione della tracciabilità dei pagamenti. Ciò sulla scia (e per effetto) di una spinta mediatica massimalista,  all’epoca favorevole al varo di una tracciabilità a tutti i costi. E’ un problema che avevo segnalato in un post qui e qui proprio in quelle settimane.  Il risultato ora è che, ancora una volta, l’approccio moralistico ha fatto le sue vittime (vedi anche quanto si afferma qui). E, in effetti, il decisore politico si è nascosto dietro l’onda mediatica sottraendosi alle proprie responsabilità e alla fatica di studiare misure ad hoc, ispirate a buon senso.

 

Solo così si spiega l’insensatezza di aver voluto sbrigativamente rafforzare il contrasto alla mancata emissione della ricevuta fiscale (a questo serve la tracciabilità, secondo l’imperativo mediatico) con il recepimento “in blocco”  di norme costruite per fini diversi, e cioè per colpire in questo caso delinquenti incalliti e recidivi (riciclaggio di denaro sporco). Una insensatezza aggravata dal fatto che, abbassando la soglia dell’antiriciclaggio a mille euro, si è trasformato di colpo in presidio di massa quella che era nata come una  strumentazione di nicchia: moltiplicando così per cento una platea di destinatari che inizialmente era  assai più ristretta, in quanto auto-selezionata grazie a un limite di soglia (12.500 euro) sufficientemente elevato per fungere da schermo contro il rischio di generare – “in massa” – effetti collaterali indesiderati.

 

Ma non è finita. La normativa antiriciclaggio vigente è piena di regole che sembrano fatte apposta per trarre in inganno (e sanzionare pesantemente) solo “i fessi” in buona fede. Prendiamo, a esempio, l’obbligo di non trasferibilità dell’assegno bancario sopra i mille euro (articolo 49, comma 5 decreto legislativo n. 231 del 2007). Può succedere che un assegno venga emesso, a esempio, da un imprenditore in capo a un certo nominativo (il beneficiario) e poi da quest’ultimo regolarmente presentato in banca all’incasso, senza alcun trasferimento o altri passaggi intermedi. E, quindi senza violare – nella sostanza – alcun divieto di legge.

 

Eppure, secondo le regole vigenti, tutto questo non basta a evitare le sanzioni. E che sanzioni! Infatti, nel caso descritto è sufficiente che sull’assegno manchi la scritta “non trasferibile”  (è un’ingenuità che può verificarsi nelle fasce sociali meno attrezzate a maneggiare titoli di credito), per incorrere nella stessa sanzione che si applica verso chi, viceversa, tradisce nella sostanza il divieto (cioé, verso chi fa circolare l’assegno, con tanto di firma di girata). Naturalmente ai fini fiscali una imprecisione formale come questa sarebbe insignificante e non vedo cosa ci sia da sanzionare. Non sono però specializzato nell’antiriciclaggio e non so quale inconveniente possa recare, rispetto a ipotetiche precauzioni di sistema, la semplice dimenticanza di una scritta sopra di un assegno che sarà poi regolarmente incassato dall’unico beneficiario. E voglio anche spingermi a immaginare che vi possa essere un interesse degli apparati di prevenzione in tal senso.

 

Ma mi chiedo, ciononostante, perché mai il sistema sanzionatorio tende a essere così sadico verso il cittadino inerme (quello in buona fede). Non capisco perché, infatti, in questi casi non sia stato previsto che gli assegni irregolari vengano stoppati allo sportello, cioé che siano da considerare irricevibili e non incassabili dalla banca: basta che la legge li sanzioni come <> ed essi saranno innocui sotto qualunque profilo! Non c’è sanzione migliore che questa, anche (e forse soprattutto) ai fini delle cautele antiriciclaggio. 

 

E invece no. L’articolo 58, comma 1 del decreto legislativo n. 231 del 2007 nel testo da ultimo modificato il 19 settembre 2012, con l’articolo 18, comma 1 del decreto legislativo n. 169)  stabilisce che, <>. Il che, in altre parole significa che il titolo resta negoziabile e dunque, per deliberata volontà di legge, la banca è abilitata a considerarlo valido  (perché?). Salvo poi ad attivare la procedura burocratica postuma finalizzata all’incasso della sanzione, indipendentemente dal fatto che vi siano o meno gli estremi della buona fede. E si tratta di una sanzione che tante volte raggiunge cifre davvero ragguardevoli, trascinata all’insù dall’importo nominale del titolo (la sanzione, infatti, è proporzionale a tale importo).

 

Che senso ha uno schema di questo genere e quanto esso è strumentale davvero a contrastare il riciclaggio del danaro sporco? Io credo che l’irrazionalità eclatante di tutto questo sia la migliore testimonianza di come la spinta mediatica e il conseguente approccio moralistico producano spesso effetti di segno opposto rispetto a quanto auspicabile. Soprattutto perché, in particolare nella fase della progettazione giuridica degli strumenti antievasione, essi creano un clima di netta deresponsabilizzazione da parte del decisore politico, a tutto danno dell’anello debole della catena che, come sempre, è il cittadino in buona fede.

 

 

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