Tirate fuori i debiti occulti!

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Vado scrivendo da tanto tempo (era l’epoca dell’ultimo governo presieduto da Romani Prodi) del pericolo del debito pubblico, meglio, del suo colpevole sottacimento.
E’ venuta, quindi, alla luce la legge delega sul “federalismo fiscale” con i suoi decreti delegati, dei quali l’ultimo, il d.lgs. 149/11 (che ho contribuito a pensare e a scrivere con Luca Antonini a margine di un master di diritto sanitario svolto dall’UniCal) proponeva una qualche soluzione.
 
Le relazioni di fine legislatura e fine mandato, rispettivamente, previste a carico dei Governatori regionali e di Presidenti di province/sindaci, ponevano indirettamente il problema e, in certo qual modo, lo risolvono. Imponendo la verità dei conti d’uscita dal loro incarico ai maggiorenti degli enti con la elaborazione e la sottoiscrizione dell’anzidetto documento, certificato da organi interni, cui adempiere tre mesi prima delle elezioni successive.
Un adempimento, questo, saltato per i sindaci (ri)eletti ovvero “trombati” alle ultime elezioni del 6/7 maggio solo perché l’attuale Ministro degli Interni non ha inteso approvare, in tempo, lo schema di decreto della detta relazione (che non è stato ancora dal medesimo licenziato).
Non se conoscono e non se ne comprendono i motivi, tant’è che sulle pagine di questo sito, esattamente il 27 marzo 2012, mi premuravo di provocare i sindaci allora uscenti (Tosi per tutti) a redigere la loro relazione spontaneamente.
Nessuno lo ha fatto, fatta eccezione per il Comune di Borgo San Dalmazzo (che ha esperito un simpatico ma inidoneo tentativo), e bene se ne è guardato dal farlo il Comune di Alessandria, primo Capoluogo di provincia, vittima illustre delle sanzioni previste dal decreto 149/11 (se ci fosse stato l’obbligo di relazione sarebbe stato beccato per sua stessa ammissione, a prescindere da quanto è poi successo, a seguito della pronuncia della Corte dei Conti).
Sul tema, proprio a causa dell’occasione inconcepibilmente mancata, ho avuto modo di scrivere che si sarebbe resa necessaria la previsione normativa che imponesse a tutti i sindaci in carica, indipendentemente se eletti all’ultima tornata elettorale, di redigere un inventario di inizio mandato.
Uno strumento utile a fare retroagire lo status quo dei conti ereditato dai loro predecessori, per dare loro modo di poterli comparare con i risultati ottenuti alla fine del loro mandato. Un modo per dar prova del loro operato e conseguire un consenso elettorale più consapevole.
A tutt’oggi nulla. Si continua come sempre a fare finta di nulla. A proseguire nella logica di supporre che il celare il debito sia la migliore delle soluzioni per garantirsi  quella credibilità istituzionale, oramai persa da tempo sul piano interno e internazionale.
Sul piano del debito, risultavano e risultano preoccupanti quello sanitario ancora sottaciuto in diverse regioni (che lo porterebbe complessivamente a circa 40 mld) e quello degli enti locali (che si presume essere verosimilmente oltre la soglia di 60/70 mld), principalmente “ricoverato” tra i residui attivi, molti dei quali addirittura di antica memoria.
In quanto tali, non esigibili, quindi dal valore pari allo zero. Ciò in quanto iscritti a fronte di crediti fiscali, oramai prescritti da tempo, ma anche extratributari.
La spending review, attualmente in corso di conversione con oltre 2000 emendamenti da superare, pare stia costituendo l’occasione per affrontare il problema.
Esiste, infatti, una proposta intesa a prevedere l’obbligo per i sindaci in carica di attivare un fondo di svalutazione dei crediti ove iscrivere obbligatoriamente almeno il 25% dei residui attivi che abbiano una iscrizione almeno quinquennale. Un obbligo che dovrebbe produrre un immediato esito giuridico-contabile, atteso che imporrebbe la suddetta iscrizione a decorrere dagli imminenti bilanci preventivi.
Questo rappresenterebbe un modo per arrivare gradatamente alla emersione dei detti residui fasulli, nell’ottica della quale dovranno peraltro muoversi i Comuni sottoposti alla sperimentazione degli obblighi contabili sanciti dal d.lgs. 118/11.
Un tale emendamento appare salutare sotto il profilo del rinsavimento contabile delle amministrazioni pubbliche, a cominciare dai Comuni, ma non rappresenterà di certo la soluzione definitiva.
Essa risiede nella previsione a regime delle regole e delle sanzioni (ineleggibilità per 10 anni da tutte le cariche elettive) fissate dal decreto attuativo del federalismo fiscale (d.lgs. 149/11), opportunamente implementato dalla previsione di imporre alle amministrazioni pubbliche (tutte) l’attenta redazione certificata di un inventario dal quale risultino i loro conti reali, il loro stato di attivazione dei controlli a sistema, lo standard quali-quantitativo della formazione del personale e, perché no, la programmazione della revisione della loro spesa caratteristica. Quest’ultima costituirebbe la migliore ammissione collaborativa per il ministro Giarda che, invero, fa fatica a pretendere ciò che vorrebbe.

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