The dark side of the sun

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Anche il sole ha il suo lato meno splendente: è il costo di trasformare l’energia che produce. Proprio per questo, l’onere derivante dagli incentivi alla produzione di energia fotovoltaica è oggetto di discussione, talvolta feroce, ormai da qualche tempo e in più Paesi. L’Economist del 9 gennaio scorso si sofferma su quanto sta accadendo in Germania. Nella sostanza, è in corso un confronto – del tutto analogo a quello avvenuto pochi mesi fa in Spagna e che ha condotto, in quella circostanza, a un vero e proprio blocco degli incentivi – su quanto ridurre le tariffe garantite alla produzione di energia solare. I tagli del 10 – 15% sembrano insufficienti a riportare gli incentivi entro ragionevoli limiti di redditività, per chi investe, e di sostenibilità complessiva, per chi paga.
Tutto ciò anche perché l’energia prodotta dal sole resta e, con tutta probabilità, resterà, molto cara rispetto a quella ottenibile da altre tecnologie – anche da fonte rinnovabile, ad esempio eolica – e il costo opportunità di investire in quest’area, in alternativa ad altre tecnologie, a molti continua ad apparire troppo elevato. Incentivi dell’ordine di molte centinaia di milioni di euro annui (comunque, ben oltre il miliardo) per l’ottenimento di una quota di energia pari all’1 – 2% dei consumi totali appaiono oltre il limite della ragionevolezza. Anche perché i costi di produzione, seppure ancora di gran lunga superiori al costo delle tecnologie convenzionali, sono calati sensibilmente nel passato recente, in misura vicina al 30%. Questo calo potrebbe consentire, a detta di molti, una riduzione più accentuata dei contributi corrisposti dai consumatori.
Anche in Italia la discussione inizia a svilupparsi (si veda Il Sole 24 Ore del 19 gennaio) e nella sostanza i numeri sono gli stessi. Da quanto diffuso pochi giorni fa dal Gestore dei Servizi Energetici, a fine 2009 le domande pervenute per l’installazione di pannelli fotovoltaici ammontano, complessivamente, a poco più di 800 MW.
Il costo complessivamente sostenuto fino ad oggi per finanziare il conto energia, lo strumento utilizzato per incentivare il fotovoltaico in Italia, è di circa 400 milioni di euro. Tenuto conto che lo stesso GSE ritiene che l’ammontare totale di capacità oggetto di incentivazione – pari a 1200 MW – verrà verosimilmente raggiunto a metà del corrente anno, è anche stimabile che più o meno a questa data il costo complessivo annuo del sistema si assesterà sul miliardo di euro. Una volta raggiunta questa soglia, vi sarà un periodo di moratoria di 14 mesi, che consentirà agli impianti che entreranno in funzione entro questo termine di ricevere incentivi. Sempre il GSE stima in 1500 – 2000 MW la capacità che complessivamente riceverà finanziamenti dal conto energia entro questo termine. Il che vuol dire che il costo totale degli incentivi potrebbe aggirarsi sul miliardo e mezzo di euro annuo (per venti anni di incentivazione). Per ottenere poco più dell’1% dell’energia elettrica consumata ogni anno in Italia.
Riguardo ai costi del fotovoltaico, va aggiunto che – al fine di scongiurare un blocco degli investimenti e, con questo, della plausibile riduzione dei costi di produzione di energia da questa tecnologia – è assai probabile che ai 1200 MW attualmente coperti dal conto energia, al netto della moratoria, se ne aggiungano complessivamente almeno altrettanti.
In prossimità del varo del conto energia, nel 2005, una stima prudenziale portava a ritenere attorno ai 3000 MW una soglia ragionevole di quantitativi da incentivare per consentire un adeguato sviluppo di questa tecnologia e di una filiera di operatori nel nostro Paese. Dunque, anche tenuto conto della riduzione attesa dei costi di produzione e, con questa, degli incentivi riconosciuti, l’ordine di grandezza dell’onere che annualmente graverà in tariffa – almeno per la prima parte del ventennio di incentivazione – potrebbe tranquillamente superare i 2 miliardi di euro annui. Il che vuol dire poco meno di 7 € a Mwh, circa il 10% del prezzo registrato dalla borsa dell’energia. Le stime del differenziale fra il costo di produzione dell’energia dal sole rispetto a quello di mercato non consentono di formulare previsioni più ottimistiche, nonostante il recente sensibile calo del costo del pannello fotovoltaico – proprio il fattore che sta scatenando la discussione in Germania a cui ho fatto cenno in apertura.
Il giro economico degli incentivi alle tecnologie – nuove ma anche non proprio – è imponente. Anche non considerando i certificati verdi e limitandosi a quanto pagato tramite le componenti tariffarie dell’energia elettrica, l’importo nel 2009 è ormai prossimo ai 4 miliardi di euro annui.
Trattasi ormai di somme di valenza macroeconomica. E, anche se l’argomento è assai sdrucciolevole, trattasi di una delle poche aree rimaste in Italia e non solo a disposizione di politica e burocrazia per indirizzare fondi direttamente a settori economici, tecnologie e imprese. Basti pensare alle difficoltà – specificatamente, di provenienza comunitaria – che incontrerebbe la stessa politica e burocrazia se tentasse di indirizzare importi analoghi, o anche inferiori, ad altri settori economici o industriali. Oppure, agli ostacoli – questa volta interni – che incontrerebbe per varare imposte dirette o anche indirette per un pari ammontare.
Per contro, è corretto rilavare che chi dovesse vincere la gara della messa a punto della o delle tecnologie pulite avrebbe salvato il pianeta, potrebbe offrire molti posti di lavoro e si svincolerebbe da forniture estere, ecc. Quindi, indirizzare fondi a sostegno delle tecnologie di produzione di energia da fonti rinnovabili e di risparmio energetico appare senza dubbio prioritario e non può certo essere considerato di per sé un’area grigia al servizio di politica e burocrazia.
Come andrà a finire la discussione in Germania è difficile da prevedere. Così come è difficile comprendere se e come si uscirà dall’impasse di Copenhagen o, più in generale, quale sarà la politica di incentivazione alle nuove tecnologie energetiche nei prossimi anni. La scarsa coesione fra Paesi più industrializzati e il basso grado di condivisione all’interno di ciascuno di essi riguardo alla cogenza del vincolo ambientale e, di conseguenza, alla necessità di raggiungere obiettivi di un certo rilievo di riduzione dei gas clima alteranti inducono a ritenere impervia la strada di accordi globali di importante entità.
Se dovesse prevalere l’ottica – diciamo così – minimalista, su cui politici e opinione pubblica sembrano attestarsi, le politiche energetiche non potranno che trasformarsi ancora più di quanto lo siano oggi in politiche industriali tout court. In altri termini, l’adesione o meno a piani ambiziosi dipenderà non tanto da un obiettivo di tutela dell’ambiente, quanto dalla sensazione o consapevolezza che l’incentivo (se non proprio la protezione di una tecnologia o di una parte del proprio sistema industriale) possa divenire rapidamente un fattore di successo del proprio sistema economico.
Il che vuol dire che il contesto entro cui disegnare politiche ambientali ed energetiche potrebbe essere meno favorevole di quello di pochi anni or sono al raggiungimento di obiettivi ambiziosi o di cui non si vede chiaramente il risultato positivo, anche se – in un certo senso paradossalmente – i problemi analitici che un programma energetico ambientale dovrà affrontare in tale nuovo contesto rimarrebbero sostanzialmente gli stessi di quelli di sempre. Ma, forse, se il caso spagnolo e tedesco del fotovoltaico dovessero espandersi, con più attenzione al costo complessivo delle misure da sostenere da parte dei consumatori di energia, soprattutto quelli industriali.
Fino ad ora, in Italia, l’unico segnale ufficiale di un qualche rilievo appare essere quello del confronto all’interno del mondo confindustriale sul tema Alcoa. Almeno a memoria di chi scrive, infatti, è la prima volta che le componenti del mondo del consumo di energia di Confindustria entrano in contrasto, pubblicamente, sul tema degli incentivi. Si tratta, in questa circostanza, di valutare con quali strumenti e in quale misura sostenere la produzione di alluminio – uno dei settori energivori – in Italia. Anche se la discussione verte sulle misure di contenimento del prezzo pagato dal consumo industriale e non di incentivo alla produzione di energia da fonti rinnovabili, è evidente che i due aspetti sono le due facce della stessa medaglia…
In definitiva, se questa sarà la tendenza, dovrà essere sempre più chiaro a politici e burocrati che fissare la tariffa del fotovoltaico, determinare il costo complessivo del nuovo conto energia, ampliare a una nuova tecnologia l’applicazione del certificato verde sono a tutti gli effetti misure di politica industriale ed economica (anche se finanziate direttamente dai consumatori e quindi al di fuori della fiscalità ordinaria). Misure da valutare in termini di costo opportunità non solo nell’ambito delle varie tecnologie energetiche, ma anche in una prospettiva assai più ampia, di valutazione comparata con le altre parti del sistema industriale ed economico che potrebbero essere destinatarie di incentivi (Europa permettendo), valutazione comparata che appare del tutto assente.
 

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