Studi di settore in cerca di futuro

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Appare più che giustificata la riflessione apertasi nelle scorse settimane sulla stampa specializzata circa il futuro degli studi di settore1, ovvero lo strumento di misurazione del ricavo individuale annualmente conseguito dal popolo delle partite Iva (professionisti e imprese sotto i 5 milioni circa di volume d’affari)2.
Non c’è dubbio, infatti, che nel corso degli ultimi anni lo strumento abbia perso credibilità presso i contribuenti. Così come è anche probabile che, frattanto, si sia progressivamente ridotto il tasso di propensione del contribuente al cosiddetto adeguamento nella dichiarazione dei redditi. Nel senso che diventano sempre meno numerosi i contribuenti che accettano spontaneamente di far lievitare il reddito da dichiarare fino a raggiungere la soglia del risultato quantificato da Gerico – Gerico sta per “GEstione dei RIcavi e Compensi” e designa quel particolare software di calcolo che è in grado di misurare annualmente la cifra fiscalmente accettabile del ricavo conseguito dalla singola impresa.
Al di là delle distinte responsabilità politiche (che, evidentemente, sarebbe assai difficile individuare), è questo il punto di arrivo non solo della obiettiva aggirabilità dell’istituto attraverso una certa addomesticabilità possibile dei conteggi, ma essenzialmente dell’aver sottoposto lo studio di settore a una serie di ripetuti interventi di aggiustamento, sia come meccanismo di calcolo sia come dispositivo di accertamento, senza che nessuno si sia mai preoccupato di mantenere nel corso degli anni quantomeno una strategia unitaria nella progettazione giuridica dei vari adattamenti.
E, infatti, lo strumento è stato nel corso del passato decennio quasi come strattonato da più parti. Da ultimo, ad opera di chi vi aveva visto una fonte ragguardevole di gettito immediato, al punto da estendere indifferentemente verso tutta la platea dei destinatari l’utilizzabilità del cosiddetto metodo di accertamento a tavolino. Ovvero di quel metodo che consente al Fisco di emettere un avviso di accertamento fondato unicamente (e unilateralmente) sui conteggi effettuati in base allo studio di settore, salva la possibilità di prova contraria da parte del contribuente. Questo metodo di accertamento fu originariamente limitato solo ai contribuenti di dimensioni più ridotte, cioè quelli ammessi a un tipo di contabilità semplificata.
Proprio al fine di rendere viceversa più ampio e generalizzato l’utilizzo di Gerico, infatti, qualcuno ha pensato qualche anno fa di sopprimere questo filtro iniziale. Un filtro che, inizialmente, aveva consentito al Fisco l’accertamento a tavolino nei riguardi dei professionisti e delle aziende più strutturate, ma solo in presenza di uno scostamento persistente del ricavo o compenso, nel senso che il divario rispetto al responso di Gerico doveva verificarsi per almeno due anni su tre. Per quanto grossolano, tale meccanismo era tuttavia in grado di schermare professionisti e aziende più grandi (ovvero quelle obbligate alla contabilità ordinaria) rispetto ai rischi di un utilizzo generalizzato di Gerico.
Senonché, subito dopo tale soppressione, il nuovo sistema fece temere agli interessati un’applicazione indiscriminata di Gerico. Tale assetto dunque non ha retto ed anzi è andato incontro alle vibrate quanto diffuse rimostranze dei contribuenti destinatari. È appena il caso di ricordare qui le proteste corali levatesi da più parti nei riguardi dei nuovi indicatori di normalità, proteste culminate nell’estate 2007 con l’approvazione in via parlamentare di vari provvedimenti che, in via diretta e indiretta, furono limitativi della forza probatoria di Gerico. Sono state proprio queste resistenze a determinare, alla fine, una brusca retromarcia da parte della amministrazione finanziaria, retromarcia consumatasi per il tramite di una nuova e diversa interpretazione data al peso e alla forza probatoria che possiede il cosiddetto responso di Gerico.
La circolare n. 5/E del 2008, in particolare, ha dato infatti una nuova qualificazione a quello che all’origine era un automatismo per pochi, facendolo diventare un quasi-automatismo o, meglio ancora, un non-automatismo verso tutti. Così facendo, però, è stato attuato un depotenziamento a trecentosessanta gradi dello strumento di accertamento. Tale depotenziamento, tuttavia, una volta realizzato sul terreno di una interpretazione generalizzata, ha giocoforza riguardato anche i contribuenti più piccoli, ovvero quelli che inizialmente erano stati i destinatari naturali della versione iniziale e più rigida dello strumento.
Affermare infatti che il responso di Gerico ha il peso di una “presunzione semplice” (circolare 5/E del 2008), piuttosto che quello di una “presunzione legale relativa” (circolare n. 58/E del 2002) significa indebolirne in modo decisivo la forza probatoria e, quindi, affievolire concretamente la prospettiva di un esito vittorioso, per l’Amministrazione, nell’eventuale contenzioso tributario che è pur sempre azionabile da parte del contribuente raggiunto da un avviso.
Tale nuova interpretazione, proveniente dalla stessa Amministrazione finanziaria, costituisce una sorta di contraddizione in termini, che si pone in antitesi rispetto al modello di studio di settore prescelto dalla legge n. 146 del 1998. Presunzione semplice vuol dire, infatti, mettersi su di un piano opposto rispetto a quello della predeterminazione automatica del ricavo e consegnare viceversa nelle mani del “prudente apprezzamento del giudice” (entro il ristretto recinto delle regole tecniche e contabili familiari a costui, secondo la comune esperienza), il giudizio definitivo che conta circa la fondatezza nel merito di qualunque accertamento effettuato in base a Gerico.
Tuttavia il modello di studio oggi vigente si basa su una formula statistico-matematica che è ermetica, inafferrabile e quindi poco comprensibile e poco maneggiabile da parte del giudice. Essa, anzi, possiede, come normale requisito presente in tutti i documenti esplicativi, salti logici e passaggi non spiegati che rendono il responso di Gerico non controllabile, attraverso l’arma del buon senso (o senso comune), da parte del giudice. A esempio, nelle note metodologiche pubblicate a fianco di ogni studio di settore risultano non esplicitati i criteri della preliminare assegnazione del contribuente allo specifico cluster, pur se è da tale esito che poi dipende il quantum della cifra calcolata dal software.
Il giudice dell’eventuale contenzioso, pertanto, potrà effettuare solo per via indiretta (ovvero per il tramite di stime approssimate che in linguaggio comune vengono solitamente definite stime “a occhio”), piuttosto che per via analitica e contabile, eventuali rettifiche in più o in meno della cifra indicata nell’avviso di accertamento impugnato. Per questo è da ritenere che tutti gli accertamenti emessi in base a Gerico, attualmente in contenzioso, siano sotto la spada di Damocle di un annullamento con effetto retroattivo da parte della giurisprudenza sia di merito sia di legittimità.
Un documento della corte di Cassazione approfondisce proprio le considerazioni qui svolte, focalizzate sul peso e sulla forza probatoria di Gerico3. Il documento è stato seguito dall’annuncio che della questione si occuperanno finalmente, a breve, le Sezioni unite della corte di Cassazione4.
Al di là di quelli che saranno gli esiti della futura giurisprudenza, un rilancio dell’istituto è ovviamente possibile, e anzi è più che auspicabile, per l’avvenire. Ma deve ripartire dalla consapevolezza prima che lo strumento di calcolo Gerico individua non già la cifra storica del ricavo effettivo (cifra che nessuno, e neppure il diretto interessato sarà mai in grado di ricostruire). Ma niente più che una cifra convenzionale, accettata in anticipo fra entrambe le parti (Fisco e contribuente), come la più vicina al vero e per questo la meno improbabile.
Sarebbe velleitaria e persa in partenza una battaglia per mettere nelle mani del Fisco strumenti in grado di ricostruire con millimetrica precisione, pur se a distanza di anni, un dato che, nella sua precisa entità contabile, quasi sempre sfugge persino all’autore dell’evasione (il ricavo storicamente veritiero conseguito dalla piccola azienda).
Bisogna anche ammettere che Gerico non ha indifferentemente lo stesso tasso intrinseco di precisione nei riguardi di tutta la sconfinata platea delle partite Iva. La capacità dello strumento di individuare il giusto ricavo andrebbe pertanto graduata, modulata e, in definitiva, circoscritta a ristretti target di contribuenti, largamente al di sotto della sconfinata platea attuale. Ciò in base alla dose di affidabilità propria di ciascuno studio, dose che ovviamente non è piatta e indifferenziata, e che non può prescindere dalla consistenza dimensionale, dalla numerosità del cluster, oltre che, in definitiva, dalla tipologia di realtà aziendale o professionale sottoposta a stima.
Ad esempio, vi è una indubbia propensione di Gerico a cogliere meglio le realtà standardizzate e al tempo stesso strutturalmente più semplici, quali sono quelle frequenti nel settore del commercio e dei servizi, piuttosto che quelle del comparto manifatturiero, soprattutto per il settore dimensionalmente più strutturato.
Giunti a questo punto della evoluzione, sarebbe forse opportuno riflettere su di un possibile ritorno alle origini. E dividere in due gruppi il popolo dei destinatari di Gerico: quelli verso i quali lo strumento anzitutto funzioni normalmente come riferimento verso il contribuente per l’adeguamento spontaneo in dichiarazione, ma, sul piano accertativo, che funzioni solo come fonte d’innesco e spia per avviare controlli più approfonditi (trattasi, cioè, delle aziende e dei soggetti più strutturati).
E quelli, per contro, verso i quali il responso di Gerico si presenta tecnicamente più preciso e maggiormente affidabile, e per i quali esso, oltre a parimenti indicare per il contribuente la cifra di riferimento per l’adeguamento spontaneo, abbia in più, sul piano accertativo, la forza probatoria propria delle presunzioni legali relative, così come si era ritenuto in origine, salva sempre la prova contraria.
Questo target di destinatari sarebbe in numero sensibilmente ridotto rispetto a oggi e andrebbe individuato in quei soli contribuenti per i quali lo strumento è obiettivamente in grado di centrare a colpo sicuro la cifra del ricavo presunto, senza margini di errore che non siano circoscritti a importi di scarsa ed irrilevante entità: si tratta, evidentemente, dei soggetti di più piccole dimensioni (escluse ovviamente le fasce di marginalità), da individuare sulla base di criteri selettivi trasversali particolarmente rigorosi e che facciano massimamente tesoro dell’esperienza ultradecennale frattanto maturata.
In definitiva, una soluzione praticabile, per il rilancio dello studio di settore, potrebbe essere quella di tornare alle origini e distinguere i soggetti economici più strutturati, rispetto a quelli più piccoli, applicando solo a talune fasce dentro quest’ultimo raggruppamento, l’originario meccanismo di accertamento automatico in base a Gerico, implicante l’inversione dell’onere della prova. Per tutti gli altri destinatari di Gerico l’eventuale scostamento costituirebbe semplicemente fonte di innesco utile solo per attivare controlli analitici più approfonditi, da condurre mediante altra più appropriata metodologia, ivi compresa quella, da esperire nei riguardi della persona fisica che è alle spalle del soggetto economico, che sia fondata sull’accertamento sintetico in base al cosiddetto redditometro.
Quest’ultimo in una versione auspicabilmente revisionata nella direzione tracciata dalla Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria, a conclusione dell’indagine conoscitiva sull’anagrafe tributaria nel contrasto all’evasione fiscale, deliberata il 15 luglio 20095.

 
1 Strumento di calcolo e di accertamento tributario varato con l’articolo 10 della legge n. 146 del 1998.

2 Si vedano gli articoli “Gerico non funziona più: è l’ora del redditometro”, di Maurizio Leo, nonché “Meglio puntare sui minimi e archiviare il software”, di Stefano Fassina, entrambi su “Il Sole 24 Ore” del 23 giugno 2009.

3 Si veda la relazione tematica n. 94 del 9 luglio 2009 redatta dall’Ufficio del massimario della corte di Cassazione.

4 Si veda il comunicato in tal senso del 29 luglio 2009 menzionato su “Il Sole 24 Ore” del 30 luglio 2009.

5 Si veda il sommario della seduta di mercoledì 15 luglio, a cura della Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria.

 
 
 
 

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