Storia di Adele

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Non è della dinamica dell’ambiguo rapporto di servo e padrone che tratta il film di Abdellatif Kechiche, Vita di Adele. Al contrario di quanto accade nel film di Roman Polanski, Venere in pelliccia, qui è l’amore a dominare e se di servitù o di signoria si può parlare, ciò avviene nella misura in cui l’amore stabilisce rapporti di dipendenza nel momento stesso in cui crea spazi immensi di libertà.

 

L’amore è qui atto profondamente fisico, carnale, materico, coinvolgimento di sensi e di ogni elemento corporeo. Amore profuso attraverso l’olfatto, il gusto, il tatto, la vista e l’udito, senza alcuna prevalenza della vista rispetto agli altri sensi. Percezioni sensoriali precise come il suono secco, acuto dello schiaffo che diviene fattore integrante, indispensabile per l’economia stessa del racconto. Lo spettatore avverte salire alla bocca il sapore liquido delle lacrime, della saliva e di ogni altra secrezione corporea. La grande bellezza dei corpi intrecciati, della vita che corre sotto la pelle, che esala dai pori esibendo tutta la sua potenza espressiva.

 

Il film presenta scene di grande impatto emotivo, come quella ambientata nel bar dove Adele va, di fatto, a cercare la sua futura compagna sperando di incrociare il suo sguardo, così accade allo spettatore che sembra aggirarsi anch’esso tra tanti volti anonimi. Oppure lì, su quel prato scarno, sul quale sono distesi senza toccarsi i corpi delle due ragazze protagoniste, in cui la vita freme al di là della cornice frigida di una città banale. Eppure è lì che cova una forza irresistibile, il fascino come trascinazione e magnetismo, come forza che annulla ogni principio di ragione o ogni esercizio della volontà. Fascino assoluto nel senso etimologico del termine, cioè ab-solutus, sciolto, svincolato da ogni impedimento. L’attrazione come pura forza fisica, di cui lo spettatore percepisce l’enormità della tensione, la spinta incapace di contenersi, desiderosa solo di sfuggire al controllo e al giudizio.

 

L’amore è il tema del film, l’amore che nasce, senza particolari motivi, senza una spiegazione reale, l’amore che si dispiega e poi l’amore che si incrina. Amore sempre fatto di umori sapidi, di rossori, gonfiori, pianti. Amore contrastato (le amiche che non lo tollerano), ma che tuttavia si impone. Perché l’amore è prepotente, geloso, concupiscente, sgraziato. Per contro, l’amore è anche in questo film, come nella vita, grazia irresistibile, che non pone domande, che non sa dare risposte. Passione che non ammette rivali, perché l’amore è esclusivo e eccedente. Ma l’eccedenza si nutre di un qui e ora e il domani svela una solitudine che è già un tradimento.

 

La vita che ha svelato a un’Adele bambina i cammini imperscrutabili dell’uscita dall’infanzia, le ha però anche fornito strumenti sufficienti, se non adeguati, per sopravvivere nonostante l’amore o anche senza l’amore. Brucia e fa male la ferita d’amore, ma Adele (Adèle Exarchopoulos) sa voltare le spalle dolenti alla sua Emma (Léa Seydoux) dai capelli blu, proprio quando questi scolorano in uno stanco colore biondastro. Perché il blu è riservato al tempo dell’amore, il blu è un color caldo, come recita il titolo della graphic novel di Julie Maroh alla quale il film è ispirato.

 

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