Spiriti italiani

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Uscito da molti mesi ormai, Animal Spirits di George A. Akerlof e Robert J. Shiller ha avuto in Italia numerose recensioni, quasi tutte elogiative. Nel maggio scorso è stata messa in commercio abbastanza prontamente da Rizzoli l’edizione italiana Spiriti Animali.
 
Se la traduzione del titolo è prevedibile quanto fedele, non così il sottotitolo, dove invece ha prevalso lo spirito italiano di adattarsi ai gusti di un pubblico che si suppone di conoscere.
 
La prima parte del sottotitolo, How Human Psychology Drives the Economy, è diventata come la natura umana può salvare l’economia. L’ambizione degli autori era di offrire una teoria di portata generale. Chissà se sanno che l’editore italiano li ha subito ridimensionati alla contingenza della crisi corrente – suppongo sia questo il senso di quel “salvare l’economia”, perché altrimenti la frase è semplicemente insensata.
 
È invece sparita del tutto la seconda parte del sottotitolo dell’edizione americana: and Why It Matters for Global Capitalism. Mi aspetto che il redattore medio della Rizzoli si aspetti che il lettore medio italiano non gradisca il termine “capitalismo”, peggio ancora se “globale”.
 
Io ho trovato il libro irritante per due autori di questo calibro. Primo, di Keynes vs. Friedman non se ne può più. E non voglio aggiungere altro né entrare nel merito della frusta tenzone. Salvo notare che qui siamo a livelli da stracittadina. Keynes è nientemeno che “our hero” per Akerlof e Shiller. Mentre il ragionamento con cui Friedman arriva al tasso naturale di disoccupazione è definito, poche pagine più avanti, a “sleight of hand”.
 
C’è troppo paternalismo per i miei gusti. La gente, the people, è stupida – ad esempio per risparmiare quanto basta per la vecchiaia. Ci vuole la mano provvida del governo. L’hanno osservato in tanti e mi associo: ma perchè dove il mercato, che è fatto di umani, fallisce, dovrebbe riuscire il governo, che è fatto di umani pure lui?
 
Nella foga di dimostrare che Friedman aveva torto a ritenere che gli agenti economici scontano l’illusione monetaria, Akerlof e Shiller arrivano a sostenere che nemmeno i mutui a tasso variabile sono “inflation neutral” – affermazione secondo me sbagliata.
 
Ridotto all’osso, depurato delle troppe polemiche e delle eccessive ambizioni, il libro ha però una tesi semplicissima e molto condivisibile: lo stato d’animo degli agenti economici – la fiducia o la sfiducia, l’ottimismo o il pessimismo – ha grande effetto sulla crescita. C’è, sostengono gli autori, un moltiplicatore della fiducia che rappresenta “the change in income that results from a one-unit change in confidence”.
 
“Il futuro di un paese – scrivono ancora – è nelle mani degli imprenditori che decidono gli investimenti e dipende in larga misura dalla loro psicologia”.
 
A me sembra che proprio questo messaggio del libro sia andato del tutto perso in Italia – dove i commenti, manco a farlo apposta, hanno preferito concentrarsi sulla “crisi del capitalismo”, il “fallimento del mercato”, la “sconfitta dei neo-liberisti”, eccetera, eccetera, eccetera.
 
La cosa non mi stupisce più di tanto, visto che come andiamo sostenendo da tempo su questo sito (ad esempio qui) lo spirito italiano prevalente nel commento economico appare fermamente orientato a vedere nero dappertutto. Anche quando nero non è affatto.
 
Lavorare, competere, investire in un clima generale che riduce la nostra economia solo a disgrazie e fallimenti beyond repair deve essere insopportabilmente duro. E non si capisce chi ha da guadagnarci, visto che – come sostengono giustamente Akerlof e Shiller – il futuro del paese dipende (in buona parte) dallo stato d’animo di chi investe. Le politiche pubbliche naturalmente possono aiutare lo stato d’animo e qui, si sa, c’è molto da fare.
 
Ma mai scoraggiarsi, appunto. Anche lo spirito italiano prevalente nel commento economico può cambiare e persino Francesco Daveri (in questo articolo su la voce.info) comincia a notare qualche segnale di ripresa.
 
Mai scoraggiarsi, appunto.

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