Smosgarbord italiano

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Questo è uno smosgarbord sull’Italia in alcune puntate. La prima è una riflessione sulla sinistra italiana, così come suggerita da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di sabato 18 settembre. Lo stato di disagio della sinistra si protrae da molto tempo e nonostante i disagi recenti del Pdl con l’affaire Fini, esso sembra destinato a durare ancora molto tempo.
Va detto in modo chiaro: la sinistra è in un momento di difficoltà, non riesce a decidersi tra bipolarismo e grandi alleanze; non ha ancora definito con quali gruppi di riferimento potrà costruire una proposta credibile – oscillando tra centro, ex Udc, sinistra radicale, e vari altri. Sintetizzando con Panebianco “il Pd è oggi un partito senza identità, alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola. Anziché elaborare proposte, costruirvi sopra un’identità chiara, e solo dopo tessere le alleanze in funzione delle proposte e dell’identità, il Pd è partito dalla coda, dalle alleanze. Impantanandosi, non riuscendo a stabilire un rapporto forte con l’opinione pubblica. Nulla può dare il senso della crisi di un partito di opposizione più della sua paura di nuove elezioni”.
La questione principale così come posta da Panebianco, sembra appunto che ormai da molti anni, “tutti i tentativi di costruire grandi “forze riformiste” falliscono in Italia”. Tutti i tentativi in questo senso, dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni – ma potremmo andare anche più indietro nel tempo… – sono falliti e sembrano destinati comunque all’insuccesso. Ciò innanzitutto per alcune ambiguità – con alcune evidenti eccezioni – delle classi dirigenti riformiste, ma anche perché la domanda dell’elettorato italiano in questo senso è sempre stata inadeguata. Ciò si deve anche a un limite strutturale antico di questo paese, che nel profondo non è mai stato riformista – con tutte le diverse accezioni possibili del termine – anzi è sempre stato protezionista, monopolista, conservatore e molte altre cose.
Si può estendere questa valutazione anche al centro-destra: una vera forza politica votata alle riforme strutturali in Italia non è mai nata e non se ne vedono le luci all’orizzonte.
E allora ci si deve interrogare sul perché i temi riformisti non riescono a decollare in Italia, perché anche la sinistra non ha mai avuto con le riforme strutturali un facile rapporto. Ad iniziare dal tema del mercato, delle potenzialità che la concorrenza, ad di là dei suoi limiti storici ed oggettivi, può avere anche sull’eguaglianza e sull’accesso alla fruizione di beni e servizi essenziali – due per tutti, la sanità e soprattutto l’istruzione; ma anche della portata rivoluzionaria che in una società mummificata come quella italiana potrebbero avere semplici meccanismi di mercato o di selezione delle classi dirigenti basati sul merito.
La risposta a me pare va ricercata nei gruppi sociali e di interesse che potrebbero essere rappresentati da una forza riformista. Se assumiamo, infatti, che dopo il tramonto delle grandi ideologie del secolo scorso, gli elettori siano sempre più guidati nelle loro scelte da un semplice calcolo di interessi, ecco che nascono appunto alcune questioni delicate.
Chi vota a sinistra quali interessi persegue? O quali interessi vorrebbe che la sinistra cercasse di soddisfare? Esiste ancora il voto collettivo, disinteressato e di opinione, che guarda al benessere di una nazione, oppure ormai siamo solo al semplice tornaconto personale?
Anche assumendo che un voto di opinione sia ancor possibile e che nei fatti esista e che questo sia molto più forte a sinistra che a destra – ipotesi da verificare in quanto si dovrebbe definire quale sia l’interesse collettivo, come sia possibile calcolarlo e come gli individui riescano poi a capire quale sia il loro interesse egoistico e come si rapportano invece con quello collettivo – va tenuto a mente che l’economia del benessere ha fatto molta strada al riguardo ma non si sono raggiunte conclusioni nette e definitive su “quali interessi votano quali forze politiche”.
È un dato di fatto che negli ultimi decenni, per varie ragioni, la sinistra abbia trovato la base essenziale del suo elettorato in alcuni settori specifici della popolazione: in genere, i lavoratori dipendenti con lavoro stabile, in particolare del settore pubblico, i pensionati, i lavoratori dei settori monopolistici; ma anche, in generale, gli individui più istruiti. I lavoratori instabili e precari, i disoccupati e più in generale le fasce più emarginate della società, soprattutto i giovani, che sono molto presenti nei gruppi appena indicati, i lavoratori autonomi, oltre che alle casalinghe (poi si dice che la TV non conta!), votano a destra.
Come ricorda Luca Ricolfi in un libro recente citando i dati dll’Osservatorio del Nord-Est, il partito maggiore della sinistra finisce per rappresentare “la società delle garanzie”, cioè i gruppi che possono fare affidamento su varie forme di tutela, e che cercano di non perderle – quindi anche a sinistra si voterebbe solo per interesse! Il Pdl rappresenterebbe invece “la società del rischio”, in altre parole, “i soggetti più deboli o più esposti alle incertezze del mercato”, trascurati dai partiti della sinistra e dal sindacato”.

Questa fotografia mette indubbiamente a disagio: si può non capirla, soprattutto non condividerla, anche perché andrebbe dimostrato che, con l’eccezione dei lavoratori autonomi, la destra abbia poi davvero difeso i precari e i più marginali e che tutto ciò non sia il frutto di un’illusione o dell’abilità politica di Berlusconi. Questi gruppi però, e questo è un dato di fatto, votano a destra. Ecco la questione essenziale.

Vi sono qui due fattori decisivi.
Il primo è che appare messa in discussione la convinzione che “il voto a sinistra sia “disinteressato” e quello a destra “molto interessato”. Soprattutto appare davvero paradossale che i ceti più deboli della società italiana finiscano per preferire la destra, gli altri la sinistra.

Il secondo è che come sintetizzato da Ricolfi (si veda sopra) “se il voto a destra si fonda sugli interessi, e i deboli votano a destra, vuol dire che, secondo loro, la sinistra ha smesso di tutelarli”!

Se come si diceva un tempo, la sinistra “dovrebbe difendere i ceti più deboli”, e che questi ceti sono oggi nella società odierna i lavoratori precari, che presentano un elevato margine di incertezza sulle prospettive economiche e reddituali, ebbene, la sinistra non sembra esser stata in grado finora di svolgere questa funzione, rinchiusa nella difesa di un elettorato che invecchia e si riduce di dimensione. Non solo, se si accetta l’ipotesi di un voto per interessi, la scelta dei giovani e delle fasce più deboli di votare a destra appare purtroppo coerente; e non tanto perché poi la destra davvero troverà soluzioni per questi gruppi, ma perché è chiaro che non lo farà la sinistra…
Quindi, il punto cruciale è chiaro: se come appare ragionevole, il median voter [l’elettore che fa vincere una parte politica] si avvicinerà gradualmente alla zona di incertezza e precarietà e si allontanerà da quella della stabilità e del reddito fisso, quale futuro ha la sinistra? Se vuole ancora avere chance di vittoria elettorale, non sarà costretta, prima o poi, a difendere gli outsiders a scapito degli insiders? A me pare chiaro, c’è poco da fare. Con quali effetti però sulla dimensione e la consistenza del suo elettorato tradizionale? E soprattutto con quali politiche?

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