Senza un Tesoro resta zoppa la governance dell’economia europea

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L’Europa è in stato confusionale. Negli ultimi 25 mesi – data di riferimento: 15 settembre 2008, fallimento di Lehman Brothers – è successo di tutto: il mercato interno ha vacillato sotto i colpi di misure protezionistiche nazionali a favore di istituzioni finanziarie e industrie; l’unione monetaria ha rischiato di implodere per la crisi del debito sovrano di alcuni Stati membri.
È venuto impietosamente alla luce che gli indicatori usati negli ultimi tre lustri da Bruxelles per misurare lo stato di salute economico-finanziaria dei paesi membri – deficit e debito pubblici – possono essere fuorvianti, o quanto meno raccontare una storia molto, molto parziale. Naturalmente sono ancor più fuorvianti se truccati – ma questa è un’altra faccenda che riguarda, fino a prova del contrario, solo la Grecia.
Così dopo il suo solito lungo ruminare, riflettere e ponderare, la Commissione europea – cui spetta il monopolio dell’iniziativa legislativa – aveva finalmente messo sul tavolo, il 29 settembre scorso, ben cinque proposte di regolamento e una di direttiva, che non solo riformavano a fondo il Patto di Stabilità (e crescita) e il meccanismo di sorveglianza multilaterale delle politiche di bilancio, ma introducevano anche un concetto assai più ampio di “squilibrio economico” da applicare ai paesi membri, comprendente indicatori estranei alla finanza pubblica – non precisati e suscettibili di selezioni diverse in tempi diversi, ma probabilmente comprendenti i conti con l’estero, i tassi di cambio, l’andamento del credito privato, la formazione di bolle immobiliari e mobiliari.
Come con gli squilibri nei conti pubblici, anche con gli “squilibri economici” veniva introdotta una procedura comprendente allarme precoce, raccomandazioni di correzioni e infine, in caso di persistenza degli squilibri da correggere, multe a carico dei paesi membri coinvolti. Per rendere il meccanismo il più automatico possibile, la Commissione proponeva anche di rendere la proposta di multa di un paese da parte della Commissione reversibile solo da un voto a maggioranza qualificata del Consiglio.
Le proposte della Commissione sono disponibili qui. Hanno suscitato sul sito Vox un vivace dibattito con interventi di Francesco Giavazzi e Luigi Spaventa, Paolo Manasse, Guido Tabellini, Charles Wyplosz, Paul De Grauwe e, cosa questa di grande interesse, replica da parte della Commissione, a firma del suo direttore generale agli affari economici e finanziari, Marco Buti, insieme a un altro funzionario, Martin Larch.
Con la parziale eccezione di Wyplosz, tutti hanno criticato molto duramente le idee della Commissione – definite da Giavazzi e Spaventa addirittura “vuote e inutili”. Ma nel cul de sac in cui ci siamo ficcati – di cui la Commissione non può che prendere atto – le proposte avanzate lo scorso 29 settembre rappresentavano il massimo possibile per monitorare e prevenire l’insorgere di crisi economico-finanziarie nell’Unione, e in particolare nell’eurozona.
Il cul de sac consiste nel dare per scontato che riforme del Trattato non si possono più fare e se si fanno devono togliere potere alle istituzioni dell’Unione per restituirlo agli Stati membri. Insomma bisogna accettare il mantra britannico che l’esistente non solo è il massimo possibile, ma è addirittura troppo.
Viceversa, la grande crisi del 2008 ha dimostrato, crediamo, che se si vuole veramente mettere al sicuro il mercato comune europeo – e mettere al sicuro l’Europa dal ritorno ai nazionalismi – non basta una banca centrale, ci vuole anche un Tesoro. Ma per avere un Tesoro in grado di amministrare risorse significative (minimo tra il 3 e il 5% del PIL europeo), sovraordinato rispetto a quelli nazionali, occorre togliere ai paesi membri certe funzioni di governo, la fornitura di alcuni beni pubblici, per spostarla al centro. Un centro federale dotato di un bilancio commensurato alla fornitura di quei beni pubblici e finanziato direttamente con tasse specifiche – non più insomma con meri trasferimenti degli Stati membri. Il tutto è stato spiegato meglio su questo sito in questo intervento e in quest’altro.
Il processo di integrazione europea è un esperimento unico e senza precedenti, è vero. Ma è ridicolo illudersi che possa cristallizzarsi in una situazione in cui una banca centrale ha per controparte decine e decine di Tesori nazionali, in cui c’è una continua tensione in tutti i settori chiave della governance economica tra le prerogative nazionali e quelle federali o para-federali del centro, in cui i governi nazionali amministrano circa la metà del PIL e quello federale o para-federale l’1%.
Da che mondo è mondo questa è una situazione transitoria: prima o poi, o si torna indietro, o si va avanti verso un’architettura federale – come ben sapevano, d’altronde, i padri fondatori. Chi più difetta allora di realismo politico, chi vuole lasciare le cose come stanno, o chi cerca di spingerle in avanti?
Le proposte della Commissione sono solo lo specchio di questo equilibrio precario. Cercano di puntellare un ordine che non può tenersi. Si sa, ad esempio, che il meccanismo della sorveglianza multilaterale quando arriva a comminare multe si inceppa: gli Stati membri sono i padroni del vapore, figuriamoci se si lasciamo multare da chicchessia. Di qui il tentativo del collegio di rendere il meccanismo semi-automatico. Come vedremo tra poco, quel tentativo era destinato a essere dead on arrival.
Anche l’introduzione di un ampio concetto di “squilibrio economico” è lodevole – nel quadro, ripeto, dell’esistente. Monitorare, ad esempio, l’andamento dei conti con l’estero potrebbe servire a coinvolgere tutti nei processi di aggiustamento degli squilibri, chi è in deficit come chi è in surplus – come spiegato molto bene in questo post. Tra l’altro l’idea è stata ripresa, stavolta a livello di G-20, dal segretario al tesoro americano, Timothy Geithner, che ha proposto persino un limite numerico (4% del PIL) agli squilibri dei conti correnti. Tornando all’Europa, sarebbe divertente vedere multata la Germania per un suo persistente surplus. Ma è uno sfizio che nessuno si toglierà perché non accadrà mai.
La cosa buffa è che se tutto il pacchetto di proposte fosse passato così com’è gli stati membri dell’UE avrebbero avuto più vincoli di finanza pubblica e politica economica, anche solo dal punto di vista dell’informazione e della trasparenza, di stati membri di federazioni compiute – come ad esempio gli USA. dove i singoli stati nell’ambito delle loro competenze possono tax and spend come e quanto vogliono senza dover rendere conto a nessuno oltre ai propri residenti.
In ogni caso, come ho già anticipato, le proposte della Commissione sulla governance economica sono già estinte. Dopo aver subito incontrato l’altolà della Francia sulla quasi-automaticità delle multe, sono state di fatto affossate dalla decisione franco-tedesca, il 19 ottobre a Deauville, di passare per una revisione del Trattato. Questa strada significa che gli Stati membri tolgono l’iniziativa dalle mani della Commissione e se la riprendono.
Si è parlato di un voltafaccia tedesco, perché era stato proprio Berlino a chiedere a gran voce la riforma della governance economica,quasi come contropartita al salvataggio greco dell’inizio di maggio. L’assunto implicito però era che la riforma dovesse aver luogo nel quadro giuridico esistente, cioè il Trattato di Lisbona. Di qui l’iniziativa della Commissione.
A far cambiare opinione ad Angela Merkel c’è stata non soltanto la vivace opposizione francese, ma probabilmente anche qualche segnale arrivatole dalla Corte Costituzionale tedesca, ormai decisa a bocciare qualunque misura comunitaria che possa anche vagamente implicare un trasferimento di sovranità da Berlino a Bruxelles.
Ma c’è una buona notizia. E questa è che al Trattato si può rimettere mano fin da subito: basta volerlo. Che quello di Lisbona sia intoccabile pressoché indefinitamente è insomma una bubbola inventata dagli euroscettici – insisto: soprattutto britannici, si vedano ad esempio le reazioni semi-isteriche dell’Economist all’inziativa franco-tedesca.
Se si riapre la partita del Trattato, fosse pure solo sulla governance economica, allora sarà il caso che qualcuno metta sul tavolo anche la questione del bilancio dell’Unione, della sua composizione e del suo finanziamento.
Anche sul bilancio, la Commissione ha cominciato a dare qualche segno di vita: il 19 ottobre ha prodotto due pezzi di carta (una comunicazione e un annesso tecnico) con i quali ha finalmente concluso una budget review durata quattro anni. Non c’è niente di nuovo né di interessante, salvo il rilancio di qualche idea non nuova su come finanziare gran parte del bilancio direttamente, senza passare, come si fa ora, per i trasferimenti degli Stati membri.
E se si arriva a discutere di bilancio, allora logica vuole che si discuta di funzioni di governo.
Ad esempio, gli eserciti nazionali non servono più a nulla in Europa: si stanno estinguendo da soli, tra l’altro, perché ogni volta che i governi hanno bisogno di tagliare la spesa pubblica – come ora – tagliano la difesa. Francesi e britannici per risparmiare pensano addirittura di condividere le porta-aerei. I tedeschi stanno abolendo la leva e riducendo ferocemente gli effettivi. Possibile che nessuno si renda conto che è ora di chiudere bottega e fare un piccolo ma efficiente esercito europeo che costerebbe a tutti assai meno?
Perché non avere un bilancio dell’Unione che finanzi alcuni grandi progetti di ricerca europea, o le reti (di trasporto, energetiche, di comunicazioni) trans-europee, come sarebbe solo logico avere?
Basterebbero queste poche cose per avere un Tesoro europeo degno di questo nome e di conseguenza una governance economica di tutt’altra fatta, non più zoppa come è adesso e senza le complicate contorsioni delle recenti proposte della Commissione.
La cosa sconfortante è che non ci sia nessuno in giro che abbia il coraggio di dirlo – salvo qualche marziano.

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