Senza mercato, che diritto è?

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Uno degli aspetti più curiosi dell’attuale crisi economica e finanziaria consiste nel tiro al bersaglio nei confronti degli economisti effettuato soprattutto da parte dei giuristi.
Ed è tutto un fiorire di Global Legal Standard e tirate contro gli studiosi della scienza triste: l’economia è troppo importante per lasciarla agli economisti, insomma. E attraverso la figura della sineddoche, gli economisti sono una parte della più ampia categoria degli ideologi del libero mercato, il loro idolo espresso attraverso mercatismo, globalismo e ogni altro genere di -ismo.
 
Trovo questo modo di ragionare un po’ sorprendente: è come se, essendo gli scienziati, i biologi e gli zoologi stati incapaci di prevedere la mucca pazza o la febbre suina bisognasse ora sostituirli con astronomi, contabili e filosofi. Orbene, se molti economisti non hanno previsto la crisi finanziaria, è opportuno migliorare la teoria e gli strumenti di previsione, non affidare la descrizione degli scenari economici al mago Otelma.
 
Alcuni giuristi adoperano un argomento un po’ più sofisticato rispetto al ricorso alla Sibilla Cumana. Gli economisti, dicono questi cultori del diritto, hanno fatto male a pensare che la legge dovesse scimmiottare il mercato e iniettare questo male oscuro nel sangue dei giuristi più moderni ma in realtà “utili idioti” di un progetto (sinistro, mi sento di aggiungere) di deregolamentazione del mercato che, travolgendone le regole giuridiche più resistenti “non poteva che preludere alla catastrofe”. Alla catastrofe! In altre parole, se le regole del sistema economico mondiale fossero state sottoposte al vaglio attento di dottori di legge incorrotti dal modernismo, capaci di sceverare il Giusto dall’Ingiusto, il pericoloso dal virtuoso, oggi Lehman Brothers sarebbe qui tra noi. Il rimedio preventivo consisteva in digesti e pandette, regulae iuris et principia aeterna.
Un esempio eclatante? Da Bruxelles, in nome delle regole del mercato, si è sponsorizzato l’allargamento delle maglie della corporate governance, considerando organizzazioni complessissime quali le società per azioni come dei “fasci di contratti” e rendendole così ingovernabili.
 
Vediamo un po’ di verificare la bontà di queste affermazioni.
In primo luogo, i disastri principali sono stati provocati da regole giuridiche che si sono discostate dai meccanismi di mercato, distorcendone il funzionamento. La legislazione statunitense (tra cui basti ricordare il Community Investment Act) che “incoraggiava” le banche a concedere mutui a soggetti altrimenti non meritevoli di credito e la legislazione fiscale sulla deducibilità degli interessi e la franchigia sui capital gain per le vendite immobiliari alteravano l’allocazione efficiente delle risorse. La presenza di due colossi semi-pubblici come Freddie Mac e Fannie Mae, che ricompravano i prestiti immobiliari e la politica monetaria espansiva della Federal Reserve non “mimavano” il mercato, ne erano tutt’al più una parodia.
 
Inoltre se si volge lo sguardo in modo realistico all’evoluzione della legislazione economica si scopre che la tendenza non è stata univocamente a favore della deregolamentazione: nel campo della corporate governance, ad esempio, i presidi normativi sono aumentati e diventati sempre più dettagliati: la legge Sarbanes-Oxley del 2001 e il nostrano Decreto sul Risparmio ne sono due recenti esempi.
 
D’altronde l’assunto contrario a quello di un diritto che cerca di essere coerente con il parametro dell’efficienza economica sarebbe paradossale: dovremmo forse aspirare a norme che mirano all’inefficienza? Altro è dire che il legislatore non sempre è in grado di capire cosa funziona e cosa no e quali sono le conseguenze inintenzionali dei propri diktat. Giustissimo: la diffidenza verso ogni forma di Stato Onnisciente, tuttavia, è l’arma più potente a favore della deregolamentazione. Chi ci assicura che il Giurista Incorrotto ci azzecchi di più dell’”utile idiota”?
 
Meno male che in campo economico a volte il diritto imita il mercato: se non ci fosse il divieto di aiuti di Stato i politici sprecherebbero risorse facendosi aiutare da pareri pro-veritate; al posto della tutela della concorrenza ci sarebbe la tutela di chi paga i migliori lobbisti; invece che la trasparenza dei mercati finanziari avremmo l’opacità dei guadagni degli insider. Già in parte questo avviene? Certo. Il difetto è che c’è poco mercato, non troppo. Il dottore della legge svolge un importante ruolo nell’aiutare a scrivere le norme in modo coerente e ad interpretarle nei casi difficili: si accontenti, si tratta un compito molto impegnativo ed è quindi bene non disperdere le forze cercando di forzare il Palazzo d’Inverno… 

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