Sei mosse per attuare il federalismo fiscale

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Il federalismo fiscale, messo da parte dal governo Monti, ha ripreso fiato con il nuovo Esecutivo, che lo vuole fare ripartire, e subito. L’istituita Service Tax, fondata su una metodologia di determinazione e di prelievo autenticamente federalista, è ad esso ispirata. Sei mosse per dare scacco matto ad un sistema locale (ma anche regionale) spendaccione, che langue, appesantito com’è da povertà e da indebitamento.

 

Gli step necessari:

rianimare il federalismo demaniale, da tempo in coma. Trasferendo il patrimonio immobiliare che serve a regioni e comuni perché sappiano fare meglio di quanto abbia fatto lo Stato (quanto deciso nel decreto del fare all’art. 56 bis è un primo passo in tal senso). In difetto di un suo uso responsabile, da trasformare in beni strumentali equivalenti, indispensabili alla crescita delle comunità locali ovvero da destinare, esclusivamente, ad omologhi investimenti produttivi;

riscrivere il d.lgs. 23/2011 (federalismo municipale), divenuto obsoleto per concezione degli strumenti di prelievo fiscale ivi previsti, soprattutto l’IMU, oramai abrogata; rivedere i fabbisogni standard usciti male dalle procedure del d.lgs. 216/2010, anche alla luce della carta delle autonomie che un Governo, che si dice votato alle riforme strutturali degne di questo nome, deve proporre, nel dopo estate, al Parlamento per una sua celere approvazione;

accelerare il percorso di perequazione infrastrutturale (d.lgs. 88/2011, oltre al dm 26/11/2010) per rendere uguali gli enti locali al nastro di partenza. Anche per le regioni occorre un’eguaglianza sostanziale, specie per la sanità asimmetrica quanto a ricchezza patrimoniale. Alcune di esse hanno finora gareggiato in Ferrari. Altre in bicicletta. In proposito, nessun Patto per la Salute servirà se non assistito da una fase di investimento tecnologico riequilibrativo;

modificare il d.lgs. 68/2011 (federalismo regionale e provinciale nonché costi standard per la sanità), nel senso di eliminare la fiscalità delle province, vista la unanime esigenza di abolirle. Una fiscalità territoriale da rivedere, comunque. Quanto alle regioni, avranno bisogno di una sensibile rimodulazione istituzionale, sì da riportarle nell’alveo della previsione originaria. La programmazione, il coordinamento e l’esercizio del loro potere legislativo costituiscono la loro mission costituzionale. Quanto alle province, toccherà pensare bene alla identificazione degli enti di c.d. area vasta da istituire che, se pensati male, potrebbero trasformarsi nella medicina peggiore del male. Sono, infatti, tanti gli “enti” da ridisegnare e da portare a sistema: dalle città metropolitane alle unioni di comuni, obbligatorie per quelli con meno di 15mila abitanti;

rivedere, così come ha già avuto modo di “correggere” autocriticamente la Copaff il 2 luglio scorso, il sistema di armonizzazione dei bilanci e della contabilità di regioni, enti locali e “derivati” (d.lgs. 118/2011) alla luce delle modifiche costituzionali intervenute in tema di riequilibrio del bilancio della Repubblica. Un’attualizzazione che dovrà tenere altresì conto dei percorsi e degli esiti dei piani di rientro decennali in corso in tantissime realtà comunali;

riproporre, da ultimo, le sanzioni politiche per i governatori regionali incapaci e la loro verifica finale, tenendo conto dell’errore di ipotesi della Consulta sull’argomento (sent. 219/2013).

 

Dunque, un tracciato che può ben individuarsi a condizione che la politica abbia le idee chiare. Basta seguire il completamento di quanto previsto dalla legge 42/2009 e dai suoi nove decreti delegati attuativi approvati dai precedenti due governi. Ovviamente, questi ultimi avranno bisogno di essere adeguati a quanto deciso dall’Esecutivo in carica. Un lavoro difficile ma possibile.

 

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