Ridatemi Berlinguer

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C’era una volta un regno fantastico. Erano in molti a ritenerlo tale, affascinati come erano dalla latta e dai lustrini. Soprattutto dalle promesse, da quelle mantenute e anche da quelle rimaste tali, dalla garanzia dell’uso di abitazioni altrimenti inaccessibili e da gioielli che, ancorché modesti, firmavano  le amicizie. Tutti correvano insomma ad incontrare il monarca, fosse anche per un attimo. Addirittura lo desideravano pure coloro che erano (prima) di fede spudoratamente repubblicana. A proposito di fede, quella con la effe maiuscola, era un tempo tanto di moda. Nel Palazzo valeva molto per farvi ingresso.

 

Dunque, ci si divertiva (dicunt) come se fosse Carnevale tutto l’anno, un po’ come il Natale di Lucio Dalla.

 

Chi più chi meno improvvisava travestimenti. Quasi sempre istituzionali. Il tutto però allo scopo di auspicare il miglioramento dei servizi pubblici. Quindi, nel mirino degli scenografi e sui palchi dei baccanali lombardi c’era la sanità. Solo perché funzionasse meglio, specie nell’assistenza infermieristica! C’erano le divise delle forze dell’ordine. Unicamente perché si auspicasse una maggiore sicurezza! C’erano le suore, ma solo quale appendice dell’accordo lateranense. C’era infine la giustizia. Soltanto perché si garantisse un processo equo e giusto!

 

Proprio per questo motivo le procure e i collegi giudicanti hanno capito che occorreva fare sul serio. Quando si dice che le allegorie non servono! Se ci fosse stato Fedro si sarebbe davvero divertito a scrivere le sue favole, magari con il sottofondo musicale di una chitarra napoletana e qualche intonazione francese. Altro che la volpe e l’uva!

 

Tutto ciò che sta accadendo alle porte del regno (meglio, di un regno oramai messo alla porta) sta creando disordini nelle menti più fragili. Di quelle che vivono in termini di parassitismo politico-culturale. Buone solo ad esercitare il megafono dell’esaltazione, dei pregi del capo, ma soprattutto del suo essere invincibile. Oggi che Highlander comincia ad accusare i colpi è confusione dentro e fuori le sue file.

 

I cittadini si dividono come si fa con le squadre di calcio oppure, come si faceva un tempo, con Bartali e Coppi (chiedo scusa alle buone anime per l’irriverenza). In un Paese anormale qualsiasi, il tornare alla normalità avrebbe determinato nella collettività intera gaudio ed euforia, tanto da pensare a festeggiare almeno due o tre 25 aprile all’anno. Anche gli avversari politici soffrono di non chiarezza. Si godono la preda anch’essi in modo disordinato, ben consci di non essere stati capaci di avere conseguito lo scopo politicamente. Balbettano non si capisce neppure cosa.

 

L’episodio, che invero dispiace per ciò che è accaduto all’uomo, ha quindi segnato i limiti della politica. Anch’essa ha bisogno di recuperare la P maiuscola.

 

Quanto alla destra, cosa aspetta a diventare tale?

A migliorare il proprio stare al mondo della politica?

A distinguersi privilegiando ciò che l’ha sempre distinta?

A smettere di impadronirsi dell’ideologia altrui, fingendo di trasformarsi in moderati, che non sono?

Dichiari i propri interessi da tutelare, in un momento difficile com’è quello attuale, e di come vuole perseguirli. Sul piano interno e su quello comunitario. Insomma, dimostri ciò che è e, di conseguenza, prenda i voti per ciò che vuole fare del Paese!

 

Tutto questo occorre ai cittadini per capire cosa scegliere, costretti ad assistere oramai ad uno scontro da stadio sud americano. Ma soprattutto necessita alla mia sinistra che ha bisogno di un avversario che non si faccia fuori da solo. Che, sfibrata dalle inutilità interne e dalle solite facce alla ricerca di nuovo autore, si piega su se stessa, facendo le migliori “liti” (autodistruttive) nelle proprie fila. Che rigeneri la squadra, spesso priva delle competenze occorrenti.

 

Più in generale, alla sinistra occorre un leader di destra da contrastare con le proposte che altrimenti non sa fare. Un avversario degno di questo nome, che lavori per il Paese con proposte serie e non gareggiando sull’effimero televisivo e sugli spot che fanno sentire un po’ più ricchi i poveri. Achille Lauro, ne era maestro anche quando non c’era la televisione.

 

Insomma, ridatemi una destra forte per fare sì che anche la mia parte politica ritorni ad essere quella di un tempo (Berlinguer docet).  

 

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