Regole elettorali e sistema politico

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 Nella prima metà dell’attuale legislatura si è assistito ad un vero profluvio di proposte di riforma della legge elettorale: nei due rami del Parlamento sono stati presentati 47 disegni di legge in materia di riforma elettorale, di cui 23 nel solo 2008, ad urne appena chiuse; si registrano poi riflessioni, iniziative e proposte da parte di numerosi studiosi o ancora di esponenti politici. Sono, o almeno appaiono, tutti segnali della opportunità o necessità di interventi di riforma dell’attuale sistema elettorale.

Eppure il dibattito tra i partiti sul se e sul come riformare il sistema elettorale non è mai veramente decollato, non ha mai raggiunto sufficiente massa critica, innanzitutto a causa dell’atteggiamento dichiaratamente conservativo da parte della maggioranza. A frenare un dibattito serio e approfondito in questo ambito ha contribuito anche l’atteggiamento dell’opposizione, o per meglio dire delle opposizioni, indecise e divise al proprio interno sul come riformare e in qualche caso sul se riformare, forse anche influenzate dai risultati di qualche sondaggio sulle intenzioni di voto. Come ha sottolineato qualche mese fa Angelo Panebianco (Corsera, 12 ottobre 2010) “per fare una buona riforma elettorale occorre rispettare due regole. Numero uno: la riforma non può essere fatta «contro» qualcuno, necessita dell’assenso sia dei grandi che dei medi partiti. Regola numero due: richiede che sia operante, almeno in una certa misura, il «velo d’ignoranza». Significa che la riforma non può essere costruita in modo tale da avvantaggiare manifestamente qualcuno”.   Per riavviare il dibattito sul sistema elettorale – che eviti riforme che risentano, come quella oggi vigente, eccessivamente del naturale e condivisibile processo di mediazione tra partiti, dando vita a un vero e proprio ircocervo – può esser utile ‘tornare al via’, riconsiderando tutte le “poste in gioco.

A livello teorico l’opzione per un dato sistema elettorale è connessa con il soddisfacimento di alcuni obiettivi – non tutti compatibili – che possono ritenersi desiderabili in un ordinamento democratico. Tra i quali: a) intelligibilità del meccanismo elettorale; b) stretto legame fra eletti ed elettori; c) qualità del ceto politico-parlamentare; c) proporzionalità/eguaglianza sostanziale del voto; d) riduzione della frammentazione partitica; e) bipolarismo; f) governabilità (che in una accezione ristretta può intendersi come mera stabilità/durata, in una più ampia come capacità di un governo di realizzare l’indirizzo politico e di rispondere efficacemente alle istanze provenienti dal sistema sociale); g) coesione infra-partitica.

La scelta fra obiettivi tendenzialmente contraddittori (ad es. proporzionalità vs riduzione della frammentazione; legame elettori/eletti vs coesione partitica) dovrebbe presupporre una determinata concezione della democrazia rappresentativa e quindi della funzione stessa del voto elettivo. I sistemi maggioritari in collegi uninominali, ad esempio, si collegano ad un’accezione funzionale della rappresentanza, per la quale l’atto del voto deve tendere anzitutto all’investitura di un governo. Essi sono inoltre considerati intelligibili dagli elettori nonché idonei a stabilire un legame più stretto tra rappresentante e rappresentato. I sistemi proporzionali di lista, viceversa, mirano essenzialmente alla proiezione fedele delle tendenze del corpo elettorale, promuovono la coesione dei partiti (in presenza di liste rigide), sono più o meno intelligibili a seconda dei casi.

Tuttavia, l’ampia di libertà di scelta di cui in astratto gode il riformatore elettorale incontra un triplice ordine di limitazioni: a) i vincoli giuridico-costituzionali, che talora possono imporre – sia esplicitamente (vedi ad esempio l’art. 56, comma 4, della Costituzione, che determina i criteri di distribuzione dei seggi sul territorio nazionale oppure l’art. 57, comma 1, che prescrive la “base regionale” per l’elezione del Senato) sia in via interpretativa (e quindi più controversa, come la asserita incompatibilità di un sistema maggioritario con la nostra Costituzione) – un certo meccanismo di trasformazione di voti in seggi oppure una data struttura delle circoscrizioni; b) la tendenziale vischiosità, ovvero la resistenza al cambiamento, dei modelli elettorali, derivante sia dalle strategie auto-conservative dei partiti sia dalle culture istituzionali; c) il concreto interesse dei partiti e gruppi parlamentari, ad un tempo creatori e destinatari delle norme in materia elettorale. I processi di mediazione inter-partitici contribuiscono peraltro a spiegare la progressiva diffusione dei sistemi complessi o misti, che tentano di combinare principi ed obiettivi differenti.

Rispetto agli obiettivi suindicati, la legge 270 del 2005, che ha dato vita al cosiddetto Porcellum, ha: a) salvaguardato il bipolarismo nel 2006 attraverso il premio di maggioranza, mentre nel 2008 il Paese si è trovato di fronte ad un assetto sostanzialmente multipolare dell’ opposizione; b) rafforzato la coesione partitica, per quanto il transfughismo sembri ancora oggi connotare il nostro sistema rappresentativo. Per converso questo sistema ha: c) prodotto effetti incerti sul livello di frammentazione (rimasto inalterato alle elezioni del 2006 e ridottosi nel 2008, più per effetto delle scelte delle maggiori forze politiche che non per effetto del sistema elettorale stesso); d) introdotto un meccanismo elettorale decisamente complesso (a causa del sistema delle soglie plurime); e) spezzato il rapporto di contiguità elettorale tra eletti ed elettori (anche a causa della possibilità di candidatura in più circoscrizioni, con il conseguente “sistema delle opzioni”), nonché inciso negativamente sulla qualità del personale politico-parlamentare. Infine, come testimoniano le vicende della legislatura in corso, l’attuale sistema non sembra avere particolarmente contribuito alla stabilità dell’esecutivo.

In questa fase sembra che il Paese si trovi di fronte ad una alternativa nella quale si riverbera tutto il dilemma di una transizione incompiuta: la salvaguardia o meno del bipolarismo. Se l’intenzione fosse quella di salvaguardarlo, allora anche il sistema attuale potrebbe essere congeniale, sia pure con alcuni correttivi in risposta agli aspetti più controversi dello stesso: a) modifica del quorum al quale subordinare lo scatto del premio a livelli più garantisti; b) introduzione delle preferenze e divieto di candidatura in più circoscrizioni, oppure b1) mantenimento delle liste bloccate ma nell’ambito di circoscrizioni decisamente meno ampie; c) correzione del sistema delle soglie plurime, così da renderlo meno farraginoso e più intelligibile; d) valutazione della possibilità costituzionale di omogeneizzare i sistemi elettorali di Camera e Senato; e) eliminazione del nome del candidato premier dalla scheda (vero e proprio elemento di contrasto con la vigente forma di governo parlamentare). Alternativamente, parte della comunità scientifica continua a proporre il ritorno a sistemi maggioritari basati sul collegio uninominale (turno unico all’inglese o doppio turno alla francese) eventualmente corretto da una più o meno ampia quota proporzionale. Senza trascurare il fatto che il bipolarismo per ben funzionare richiede un certo grado di omogeneità interna, che oggi appare difettare nel contesto italiano.
 
 
 
 
 

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