Regioni: una vera autonomia finanziaria? 2/3

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 Se guardiamo ai valori degli indicatori di autonomia finanziaria e di autosufficienza finanziaria e li confrontiamo con quelli della VII legislatura delle regioni ordinarie (per mantenere l’omogeneità dei dati, come media per gli anni 2002 – 2005), si evidenza, nel complesso, uno stato di sofferenza per entrambi (figure 1 e 2). Ciò a causa della crescita del fondo perequativo legata alla dinamica del fondo sanitario nonché del blocco all’aumento delle aliquote Irap e addizionale Irpef applicato da diversi anni in vista della riforma a carico di tutte le regioni, tranne quelle con i conti sanitari in particolare squilibrio. Queste ultime sono state invece costrette ad applicare le citate imposte con aliquote anche superiori al massimo normalmente consentito e ciò ha determinato, al centro e al sud, un aumento sia dell’autonomia tributaria che dell’autosufficienza finanziaria.
In secondo luogo, questi dati servono a mettere in evidenza che l’autonomia finanziaria delle regioni non è poi così trascurabile se confrontata con quella dei livelli di governo intermedi di altri paesi OCSE. Ad esempio, rispetto ai Länder, l’autonomia tributaria delle regioni è sicuramente molto più significativa.
In terzo luogo, tali informazioni possono servire a costruire un benchmark per valutare gli effetti dell’attuazione della legge 42/2009, che, tra i suoi obiettivi, al fine di migliorare l’efficienza della spesa decentrata, ha proprio quello di rafforzare l’autonomia finanziaria delle regioni e degli enti locali.
Infine, come si vedrà più avanti, tali dati sono utili per capire in che misura l’autonomia finanziaria risultante da una lettura dei bilanci, sia diversa da quella ricavabile tenendo conto non solo del dato finanziario ma anche del dato normativo e istituzionale.
Supponiamo che lo schema di decreto delegato attualmente in discussione venga in tempi stretti approvato ed applicato e che, nelle more del periodo transitorio, la regolazione prevista non venga disattesa, come invece è avvenuto per il d.lgs. 56/2000.
Ricalcolando gli indicatori fin qui esaminati, ad esempio, sui bilanci per il 2018, ci si troverebbe di fronte a valori dell’autonomia finanziaria significativamente più elevati degli attuali?
Un miglioramento è, in effetti, molto probabile, per l’autosufficienza finanziaria. Ciò soprattutto per:

la fiscalizzazione degli attuali trasferimenti destinati, con carattere di permanenza, alla generalità delle regioni;

il potenziamento dell’addizionale Irpef, l’aliquota di base della quale dovrà essere maggiorata in modo da garantire alle regioni entrate sostitutive della compartecipazione all’accisa sulla benzina (trasferita alle province) e dei trasferimenti da fiscalizzare;

l’attribuzione alle regioni di una compartecipazione geografica all’Iva, diversa da quella destinata a finanziare la sezione del fondo perequativo relativa alle funzioni protette da livelli essenziali di prestazioni (cioè le spese connesse alle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali di cui all’articolo 117, secondo comma lettera m della Costituzione, quelle cioè i cui livelli essenziali devono garantiti su tutto il territorio nazionale;da qui in poi, funzioni Lep).

Un miglioramento è pure probabile per l’autonomia di spesa (figura 3) – nonostante i valori attuali siano già elevati – di nuovo a causa della fiscalizzazione degli attuali trasferimenti settoriali destinati alla generalità delle regioni. Naturalmente ammettendo che, nel corso degli anni, non ne vegano istituiti altri, come è avvenuto in occasione delle precedenti fiscalizzazioni.
Per gli altri aspetti dell’autonomia finanziaria le prospettive sono più incerte. Per l’autonomia impositiva, bisogna tenere presente che, attualmente, le entrate tributarie delle regioni ordinarie derivano quasi esclusivamente da tributi propri, avendo le compartecipazioni un peso del tutto residuale. Con l’attuazione della l. 42/2009, le compartecipazioni dovrebbero però assumere un’importanza maggiore. E’, infatti, prevista l’attribuzione di una compartecipazione geografica all’Iva, che in una regione – quella a maggiore capacità fiscale – sostituirà completamente le attuali assegnazioni del fondo perequativo e, nelle altre, una parte di esse. Qualora il peso dei tributi propri crescesse meno di quello delle compartecipazioni, del tutto irrilevanti ai fini del calcolo dell’autonomia tributaria, il valore di quest’ultima potrebbe addirittura risultare inferiore all’attuale 44%.
Il valore dell’autonomia impositiva potrebbe però aumentare se le regioni introducessero in modo massiccio nuovi tributi, come previsto dalla L. 42/2009 e dal decreto delegato in discussione. Ma, in concreto, esistono spazi significativi per utilizzare tale leva finanziaria, dato l’elevato costo politico che essa comporta e i numerosi vincoli nazionali e comunitari che ne ostacolano l’impiego?
Per la perequazione, è opportuno ricordare che l’indicatore qui proposto misura il divario tra regioni del nord e del sud in termini di entrate correnti pro capite complessive. Con l’attuazione del nuovo modello di finanziamento, per ottenere un dato analogo, bisognerà quindi considerare l’effetto combinato derivante dalle due sezioni in cui risulta articolato il fondo perequativo: quella per le spese Lep e quella per le altre spese.
La sezione relativa alle spese Lep assicurerà ad ogni regione le risorse necessarie a coprire il fabbisogno standard, integrando il gettito standardizzato dei tributi destinati al finanziamento di queste spese, cioè l’addizionale Irpef, l’Irap e la compartecipazione geografica all’Iva. In questo modo, anche le regioni del sud dovrebbero disporre, dopo la perequazione, di un ammontare di entrate correnti pro capite comparabile con quello delle regioni del nord e sufficiente a coprire le spese effettive, a patto che queste rientrino nel binario dei costi standard. Il raggiungimento di tale risultato, tuttavia, dipende non solo dal modo in cui sarà calcolato il costo standard, ma anche da come sarà calcolato il gettito standard. Del primo problema si è molto discusso, del secondo molto meno. In particolare, non è chiaro se il gettito standard dovrà o meno essere calcolato a prescindere dall’evasione, l’intensità della quale è diversamente distribuita sul territorio. Se si prescindesse dall’evasione, facendo ricadere tutto l’onere del suo mancato recupero sulle spalle delle regioni, alcune di queste, in particolare al sud, potrebbero trovarsi a dover affrontare contemporaneamente due problemi: ricondurre le spese effettive nel binario dei costi standard e recuperare rapidamente le sacche di evasione, cosa certo non facile, dati gli scarsi risultati fin qui ottenuti dallo Stato.
La sezione relativa alle altre spese (cioè quelle non Lep), ha solo l’obiettivo di ridurre le differenze di capacità fiscale pro capite rispetto al gettito standard dell’addizionale Irpef, fino ad un tetto non ancora definito. Il divario finale nord-sud in termini di entrate correnti pro capite, cioè dopo l’assegnazione dei trasferimenti perequativi, dipenderà, quindi, dal valore del tetto e, anche in questo caso, dal modo in cui verrà stimato il gettito standard.  

Apri l’allegato per visualizzre i graficidelle figure 1,2 e 3. 

illustrazione: shaun tan

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