Quelle riforme che non arriveranno mai

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 Il pacchetto di misure economiche annunciato da Silvio Berlusconi qualche giorno fa, riuscirà a dare la “scossa” che il premier si prefigge? Dovremmo saperlo tra cinque anni, ben oltre la fine di questa legislatura – visto che l’obiettivo da centrare è, appunto, un “incremento del 3-4 per cento del Pil in cinque anni”.
 
Oppure non lo sapremo mai. Primo, perché tra cinque anni saremo alle prese con altri problemi. E, secondo, perché l’obiettivo è solo apparentemente misurabile. Cosa vuol dire, infatti, un “incremento del 3-4 per cento del Pil in cinque anni?”. Se dovesse essere tutta la crescita del quinquennio sarebbe un mezzo disastro – sotto l’1% medio annuo. Se invece dovesse essere una crescita aggiuntiva, allora viva il pacchetto!
 
Andiamo alle singole misure di cui, a quanto pare, si compone. La riforma in senso liberale dell’art. 41 della Costituzione – quello che dopo aver proclamato che “l’iniziativa economica privata è libera” spende i due commi successivi a limitarla a più non posso – va benissimo, ma è cosmesi, atmosfera. L’atmosfera è importante in economia, se è vero che le decisioni d’investimento vengono prese più con l’istinto degli “spiriti animali” che con la ragione. E’ importante ma difficilmente misurabile.
 
(Nota a pie’ di pagina: già che siamo in zona non si potrebbe mettere mano anche all’art. 42 che esordisce così: “la proprietà è pubblica o privata”. Ecco, non si potrebbe invertire l’ordine delle due?)
 
Poi c’è il piano per il Sud che dovrebbe ruotare attorno a due assi: migliore utilizzo di risorse nazionali e comunitarie già disponibili, soprattutto per la realizzazione di infrastrutture, e detrazioni fiscali. Benissimo il primo punto, visto che non implica spesa pubblica aggiuntiva – cosa quest’ultima da evitare come la peste nel contesto di crisi conclamata del debito sovrano in cui ci troviamo in tutto il mondo. Bene, forse, anche il secondo a patto che superi il vaglio della guardiana delle regole del mercato interno: la Commissione europea. E va da sé che il Sud resta la vera opportunità sprecata per lo sviluppo economico di tutto il paese.
 
Infine c’è la riproposizione del piano casa, altra misura a zero impatto sulla spesa pubblica, la cui languente attuazione passa però per la capacità del governo di convincere le regioni a farlo.
 
Che dire? L’Italia, col secondo più grande debito pubblico in rapporto al PIL dell’eurozona, può sì mettere mano a risorse già stanziate, ma non può e non deve permettersi di aumentare la spesa. Deve anzi cominciare a concentrarsi su cosa e dove tagliare, specie se il governo tedesco otterrà dai propri partner dell’euro l’impegno a introdurre limiti costituzionali ai deficit di bilancio pubblico – limiti già approvati in Germania e che entreranno in vigore a partire dal 2016.
 
Manca però, anche in queste ultime misure annunciate da Berlusconi, la riaffermazione dello spirito liberista e liberalizzatore che animò in origine i suoi governi. Siamo sempre all’interno di una politica economica declamatoria di stampo keynesiano – la crescita risulta da investimenti pubblici – che mal si confà a un governo di centrodestra. E per fortuna che la politica economica non declamatoria, quella vera, è stata per tutta la grande crisi finanziaria del 2008-9 e oltre tutt’altra, centrata com’era ed è sul rigore nella gestione dei conti pubblici.
 
A parte il simbolismo della riforma dell’art. 41 della Costituzione, manca insomma una forte riaffermazione – anche a livello retorico – dell’approccio liberale secondo cui solo “la libera iniziativa economica privata” può essere il vero motore della crescita. Mentre al governo spetta essenzialmente il contesto, l’ottimizzazione dell’ambiente in cui le imprese private operano – cominciando dal garantire la certezza del diritto.
 
Mancano infine le riforme cosiddette a costo zero – per il soggetto pubblico, ma non per le rendite – cioè le riforme strutturali, quelle che stimolano la crescita alleggerendo la giungla di regolamenti volti a limitare l’offerta e a sostenere i prezzi.
 
Sono le riforme che ci chiedono tutti, dalla Commissione europea all’OCSE, ma che non arriveranno mai se continua a mancare in Italia la spinta di una grande forza liberal-democratica.

pubblicato sulla Voce Repubblicana il 5 febbraio 2011

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