Quei buontemponi del World Economic Forum

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Inesorabile come la morte e l’esattore, ogni anno compare al calar dell’autunno una fresca edizione del Global Gender Gap Index del World Economic Forum (WEF).
Prima che aggiunga una sola parola, onestà intellettuale impone che io chiarisca la mia profonda antipatia per il WEF, dovuta a molte ragioni. La prima e fondamentale è che non sono stato mai invitato a Davos, al Forum annuale vero e proprio, dove vanno solo quelli che contano.
La seconda è una questione di gusto. Vado sul loro sito e non mi piace nulla di ciò che vedo, anzi per lo più mi dà positivamente fastidio. Tutti quei faccioni – in fondo a una fila si vede Henry Kissinger, molto ingrassato e mezzo addormentato. E poi lo slogan. Dice: “Committed to Improve the State of the World”. Un vero understatement.
Terza ragione, tutti gli indici di questo e di quello che si sono inventati e che sfornano con regolarità appunto svizzera. Il difetto cardine di molti di questi indici è che si basano in buona parte su opinioni di sapientoni (executive surveys). Sarebbe come se la rivista Quattroruote, non potendo misurare gli spazi di frenata di diversi modelli di auto, chiedesse a dieci piloti di Formula 1 di stimarli.
Inciso autolesionista: James Surowiecki, l’autore de The Wisdom of Crowds, direbbe che un test del genere è un ottimo modo di misurare quegli spazi.
Comunque, se dietro gli indicatori che compongono un indice ci sono opinioni, uno ci può fare sopra tutti i calcoli statistico-matematici che vuole, ma sempre opinioni rimangono. Se si basano su pregiudizi – “nessuno mi toglie dalla testa che le macchine tedesche frenano meglio di quelle italiane” – salta tutto il valore dell’esercizio.
Spesso poi, le opinioni usate dagli indici del WEF sono del secondo ordine. Che vuol dire? Che in qualche caso gli indicatori sottostanti riflettono altre classifiche o punteggi – come Doing Business della Banca Mondiale, oppure il Corruption Perceptions Index di Transparency International – a loro volte basati su surveys.
Il risultato di tanta agitazione classificatoria può essere esilarante. Così a metà dell’anno scorso, in piena coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria, il WEF lancia un nuovo indice, il Financial Development Index, la cui presumibilmente lunga e complessa elaborazione è stata affidata nientemeno che a Nouriel Roubini, alias Mr. Doomsday. Scopo dell’indice è “discernere i punti di forza fondamentali dei vari sistemi finanziari”.
Con questo metro, voilà la classifica. Primi, Stati Uniti. Seconda, Gran Bretagna. Terza, Germania. Quarto, Giappone (!). Ma è uno scherzo, perbacco! – viene da esclamare. Può anche darsi – penso io.
Nell’edizione di quest’anno ci sono alcuni piccoli aggiustamenti: in testa adesso c’è la Gran Bretagna, gli Stati Uniti sono solo (!) terzi, il Giappone è stato scaraventato giù al nono posto. L’Italia, poveretta, arranca ogni anno poco dopo il ventesimo posto. Ma insomma, uno scherzo aggiustato fa meno ridere dell’originale.
Per fortuna che a ridarci il buonumore ci pensa il Gender Gap Report 2009. Facciamoci pure un sacco di risate.
Gli indicatori sottostanti sono, nella loro schiacciante maggioranza, misurazioni affidabili – c’è un solo executive survey. Dunque, in questo caso, il problema è diverso. E viene spiegato molto chiaramente dagli autori (Ricardo Hausman, Laura D. Tyson e Saadia Zahidi) nell’introduzione.
Primo, l’indice misura la distanza (gap) tra generi e non il livello assoluto. Secondo, cattura la distanza nei risultati, non nelle intenzioni, o nelle politiche (output piuttosto che input). Terzo, classifica i paesi sulla base di questa distanza tra uomini e donne: minore la distanza, migliore la classifica.
Il terzo criterio è veramente uno spasso perché non tiene alcun conto del fatto che in alcuni paesi certi indicatori mostrano una distanza alla rovescio, cioè un vantaggio per le donne. In Italia, tanto per fare un esempio, la speranza di vita è (parecchio) più alta per le donne. Si iscrivono ed escono dall’università più donne che uomini.
Ma questo non conta nulla, dà zero gap e niente più. Così per quegli specifici indicatori lo score dell’Italia (che concorre al suo valore finale nell’indice) sarebbe identico a quello di un qualunque ipotetico altro paese dove uomini e donne vivono gli stessi pochi anni e all’educazione terziaria non accede nessuno, né uomini né donne – perfetta parità.
Oltre a trovare questo esercizio grottesco, non riesco a capirne l’utilità – né per le donne, né per le politiche di sviluppo, né per niente.
E che sia grottesco si vede dai risultati. NOTA BENE: quando si fanno queste classifiche si sa bene che tutti vanno a vedere come si piazzano i vari paesi e nessuno si va a leggere la metodologia sottostante, salvo qualche malato come me. Una prova? Ecco come presenta il Gender Gap Index 2009 il Corriere della Sera. Ma anche gli altri giornali fanno lo stesso. E tutti gli anni.
Dicevo dei risultati. Allora, primo classificato l’Islanda. Paese, o meglio quartiere, dove notoriamente tutti vorrebbero andare a vivere, in particolare di questi tempi economico-finanziari. E in particolare poi le donne, come si evince da recenti reportage come questo (già segnalato su questo sito). Sesto classificato il Sud Africa. Yes indeed, un paese la cui attenzione ai diritti delle donne è quasi leggendaria, testimoniata in primo luogo dalle impeccabili credenziali in proposito degli ultimi due suoi presidenti, Thabo Mbeki e Jacob Zuma. Nono paese le Filippine, decimo il Lesotho.
L’Italia, inutile dirlo, ne esce a pezzi. Si piazza 72esima, perdendo cinque posizioni rispetto alla sua classifica dell’anno scorso.
Poiché in Lesotho muoiono al parto solo 960 donne su 100.000 nati vivi (contro 3 in Italia), l’aspettativa di vita sana per le donne è 33 anni (contro 75 in Italia) e il reddito pro-capite di donne e uomini a parità di potere d’acquisto è ben 1.456 dollari (contro 28.682 in Italia), il minimo che dobbiamo aspettarci è un esodo delle donne italiane verso quel paese.
Per fortuna che si tratta solo di uno scherzo organizzato da quei buontemponi del World Economic Forum.
 

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