Que reste-t-il de nos amours…

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Eravamo pessimisti sugli sviluppi del Trattato di Lisbona, in particolare sulle due nuove figure istituzionali che il Consiglio Europeo doveva nominare questa settimana.
 
Purtroppo non siamo stati smentiti. Il calibro e l’esperienza personale delle due nuove nomine lascia l’amaro in bocca e dà l’idea precisa delle difficoltà dell’Europa e delle ambizioni ed aspettative che i capi di governo ripongono in essa.
 
Innanzitutto i nomi: decisamente una seconda scelta, persone ai più sconosciute. È vero che alle volte per magia un pigmeo si trasforma in gigante ed eroe, ma non sembra che questo adagio possa applicarsi al caso europeo. In secondo luogo la decisione di mettere una britannica, Catherine Ashton, nel ruolo di Ms. Pesc appare contraddittoria per molte ragioni. Come si può pensare di dare al Regno Unito, con il suo track record in materia di europeismo, un posto così importante? Forse l’unica nota positiva è che questo posto di rilievo a livello europeo sia stato affidato a una donna.
 
Per contro, non sembra che le pur indubbie doti di mediatore di Herman Van Rompuy, possano, a differenza di come si è sostenuto, essere un vantaggio particolare in grado di compensare le capacità intellettuali e la passione europea.   
 
I progetti ambiziosi richiedono grandi idee, ma anche uomini di grandi qualità e con capacità visionaria. Aver optato per una soluzione che non disturbi gli interessi dei grandi paesi europei ci appare un conto mal fatto che avrà conseguenze negative per l’Europa, soprattutto dopo ciò che è avvenuto la settimana scorsa con il viaggio di Obama in Cina, ovvero il definitivo lancio del G2.
   
A tutto ciò si sovrappone l’ennesima sconfitta italiana: non è tanto una questione del nome di qualche nostro rappresentante – noi avevamo una preferenza… – quanto del fatto che siamo sottorappresentati nelle istituzione europee e internazionali, abbiamo pochissime persone nei posti chiave e l’azione del governo per diverse ragioni non riesce ad essere incisiva a tal riguardo. La Francia ha già fatto sapere che ha pretese molto forti per i portafogli economici della prossima Commissione Europea, pur avendo Trichet alla BCE e Lamy al WTO.
 
Ma è vero che tra non molto si aprirà la corsa alla presidenza dell’Eurogruppo e stavolta una candidatura italiana non può essere respinta con la solita scusa della nostra fiscal profligacy. Chi avrebbe mai sognato di leggere in un articolo dell’Economist dedicato alle finanze pubbliche europee che “Italy has been remarkably disciplined”? 
 
Ma al di là degli interessi dei singoli paesi, compreso il nostro, è il progetto europeo nel suo complesso a soffrire da queste scelte di basso profilo. Un’altra occasione per far fare un passo in avanti all’Europa sulla strada dell’integrazione è andata persa.  
 
Que reste-t-il de tout cela, Dites-le-moi ?

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