Province: azzerare o sostituire?

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Il Governo ha approvato il disegno di legge costituzionale che disporrebbe l’abolizione delle province.
Il tutto è cominciato con il DL 138/11 con il quale il Consiglio dei Ministri ha deciso di sopprimere le province con meno di 300 mila abitanti e quelle con superficie non superiore a 3 mila Km/quadrati.
 
Una soppressione fondata su elementi discriminanti (36 su 108), che dimezzava il numero degli attuali consiglieri e assessori.
L’8 settembre successivo l’Esecutivo medesimo ha assunto, però, la decisione drastica di sopprimere tutte le province attraverso un DDL costituzionale, da approvare a mente dell’art. 138 Cost.
 
In mezzo era successo di tutto.
Era emersa, prima, l’esigenza dell’intoccabilità delle province, comode per molti, specie per quelli interessati ad incassare il consenso elettorale delle “etnie più provinciali”, residenti nelle province di recente istituzione, contrapposta a quella che ritiene, invece, i suddetti enti locali inutili e produttivi di costi facilmente eludibili.
 
Il DDL ha mitigato le diverse posizioni assunte si è reso, quindi, apprezzabile nell’obiettivo, un po’ meno nei meccanismi, contraddittorio nel risultato, rispetto alle aspettative più diffuse e più sensate.
Sopprime le province, salvo riconoscere, appena successivamente, l’essenzialità di un ente intermedio, che francamente stupisce quanto a manifesta contraddittorietà tra la ratio e il decisum.
Lo fa imponendo l’istituzione di enti locali regionali, da perfezionarsi a cura delle regioni con apposite leggi.
Un adempimento legislativo, questo, da doversi concludere entro un anno dalla entrata in vigore della proposta legge costituzionale, pena – in suo difetto – la nomina di un commissario ad acta da parte del Governo, incaricato di gestire, nell’attesa, le funzioni già di competenza della rispettiva provincia soppressa.
 
Dunque, una fattispecie istituzionale nuova, la cui istituzione viene rimessa alla competenza legislativa esclusiva delle regioni, che sostituisce la provincia soppressa, nell’esercizio delle omologhe attività di governo di area vasta (art. 3, comma 4).
Di fatto, il DDL, se approvato, andrà a (ri)istituire quanto cancellato dallo stesso dall’ordinamento della Repubblica!
 
Anche il percorso in esso individuato appare tortuoso e contraddittorio. Certamente inaspettato nelle sue conclusioni.
 
Sul piano della forma, cancella la parola provincia dal vocabolario costituzionale e, con esso, nominalisticamente il livello istituzionale locale coincidente.
 
Nella sostanza, però, lo sostituisce con un analogo livello sovracomunale, ancorché indefinito ovvero da definirsi a cura delle regioni, con proprie leggi.
 
Queste ultime – all’uopo abilitate dall’art. 117 Cost., revisionato nel quarto comma – avranno il compito ineludibile di istituire i neointrodotti enti locali regionali, perché esercitino le funzioni di governo di area vasta, nonché quello di definirne gli organi, le funzioni e la legislazione elettorale.
All’ultimo minuto, il legislatore proponente ha, quindi, previsto – nell’ottica ripropositiva dei criteri demografici e territoriali già individuati il 12 agosto (dl. 138/11, art 15) – di disciplinare l’ordinamento di appositi enti locali regionali aventi una popolazione minima di 300 mila abitanti e/o una estensione territoriale di 3 mila chilometri quadrati.
 
Nel fare ciò ha anche indicato, a mo’ di principio fondamentale, che ad essi debba essere preposto un presidente, da potersi anche eleggere a suffragio universale diretto.
L’unico limite imposto alle regioni è che il territorio individuato non debba coincidere con quello delle città metropolitane (le dieci previste nelle regioni a statuto ordinario e le cinque in quelle speciali).
Un percorso istitutivo e regolativo, quello individuato, da perfezionarsi entro un anno di tempo dalla entrata in vigore della riforma costituzionale.
Quand’anche la soppressione delle province potrà essere di qui a poco codificata costituzionalmente, essa avverrà gradatamente, ovverosia coinciderà con la data di cessazione del loro rispettivo mandato amministrativo.
Di conseguenza, per un gran numero di province cominceremo a parlarne nel 2018.
 
Dunque, il tutto avverrà molto tardivamente rispetto alla improrogabile esigenza di intervenire, da subito, sul ripianamento di una parte consistente del debito pubblico.
 
Un obiettivo, questo, trascurato, ma anche disatteso sotto il profilo del risparmio dei costi gestionali dismessi, che potrebbero verosimilmente riformarsi a seguito dell’insediamento a regime dei neoprevisti enti locali regionali e, con questo, ritornare ad appesantire il conto economico della Repubblica, sì da incidere negativamente anche sul pareggio di bilancio.
Concludendo. L’avere puntualizzato le competenze residuali fissate in capo alle regioni a modifica e integrazione dell’art. 117, comma 4, della Carta è quantomeno pleonastico e suscita, altresì, qualche dubbio in relazione alla costituzionalità dell’assunto.
 
Evidenzia una sostanziale diminutio dell’ottica federalista.

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