Proviamo a superare la stanchezza sul Mezzogiorno

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Il Presidente della Repubblica, nella prefazione, resa nota oggi, al volume che contiene gli atti del Convegno della Banca d’Italia sul Mezzogiorno ha sottolineato come si sia “diffusa una sorta di stanchezza non solo politica ma anche intellettuale per la difficoltà di uscire dal circolo vizioso di approcci e tentativi risultati inconcludenti.”

Il Presidente coglie nel segno. C’è stanchezza e mi permetterei di aggiungere paura, paura di indicare un obiettivo che sessanta anni di storia repubblicana e di fallimenti sembrano aver reso irraggiungibile.

E in effetti, la questione meridionale anche in questa legislatura, dopo un gran fiorire di convegni e di dichiarazioni del governo (vedi qui), risalenti oramai a qualche tempo fa, appare nuovamente scomparsa dall’agenda di policy. I problemi sono ancora tutti lì e, anche se non è elegante citarsi, è passato quasi un anno da quando scrissi questo post dal titolo evocativo “Aspettando le politiche pubbliche per il Sud”.

Vorrei modestamente provare a raccogliere l’invito Presidente, riproponendo una diagnosi e due modesti ma concreti interventi che ho già avuto modo di illustrare la scorsa settimana in un convegno organizzato da Crusoe sulle riforme per l’economia italiana dove discutevo la relazione sulla Mezzogiorno di Daniele Franco della Banca d‘Italia .

Il Sud è un problema di istituzioni; non è un problema di politiche di incentivazione (accentrate piuttosto che decentrate) o salariali o fiscali. In passato, le fasi positive di catch up furono associate ad un soggetto istituzionale che aveva la responsabilità in qualche caso anche finanziaria, del rilancio. La Banca Mondiale lo fu agli inizi della agli anni Cinquanta (non a caso separata dalla politica). La Svimez, nei secondi anni Cinquanta, divenne un centro di analisi e di elaborazione delle politiche economiche di straordinaria eccellenza tra i suoi collaboratori c’erano, tra gli altri, Colin Clark e Jan Tinbergen. Pasquale Saraceno utilizzò le partecipazioni statali.

Qual è, nello scenario istituzionale, il soggetto di un possibile rilancio, dopo la controversa esperienza della Nuova Politica Regionale e il conseguente ridimensionamento del Dipartimento per le politiche di sviluppo? La Banca del Sud potrà forse svolgere un ruolo ma per definizione non questo; né, mi pare, nasce con questa idea di progettualità forte: non può essere il soggetto del rilancio delle politiche per il Sud.

La prima proposta è che il governo fondi un “Istituto per l’Economia nel Mezzogiorno ”, ne dia la presidenza a una figura eccellente o a qualche grande economista internazionale esperto di sviluppo che raduni intorno a se studiosi e competenze. Questa istituzione dovrebbe avere il compito di preparare un piano di sviluppo per il Mezzogiorno, come quelli che preparano anche nei paesi liberali (vedere il regional growth strategy della British Columbia, ad esempio), di stabilire gli obiettivi di crescita, indicare gli interventi infrastrutturali necessari, le compatibilità finanziare, i fondi necessari. Insomma, portare nuove energie intellettuali intorno all’obiettivo del recupero del Mezzogiorno.

Ma l’istituzione dovrebbe avere anche compiti operativi con la responsabilità affidata ad un grande manager italiano per la gestione dei fondi comunitari e quello che resta di quelli nazionali, con totale trasparenza indicando cosa viene finanziato, come sono scelte le imprese appaltatrici e quali sono i benefici attesi. Non è il governo nazionale né quelli locali che devono scegliere i winners e i losers. La gestione dei fondi deve essere fuori dalla politica. Tutte le esperienze di successo si sono basate su un’ agenzia per lo sviluppo con la responsabilità per la gestione dei fondi (vedi ad esempio Enterprise Ireland). L’Istituto dovrebbe avere anche il compito di prendere i contatti con le grandi imprese internazionali perché, con gli opportuni incentivi di tassazione (a questo punto utili), vengano ad aprire stabilimenti al Sud: sono le grandi imprese quelle che possono cambiare il quadro di sottosviluppo industriale.

E poi – questa è la seconda proposta – costituiamo nel Sud un grande centro universitario di medicina, che rappresenti un polo di eccellenza nella ricerca medica e nelle cure, contribuendo così a bloccare le migrazioni di malati. Ma anche questo non lo affidiamo a qualche professore incumbent: offriamolo ad un ricercatore italiano all’estero e a un manager per la gestione, selezionato con un bel avviso sull’Economist. E, di nuovo, con grande trasparenza su appalti e ditte fornitrici. Si dirà che è stato un esperimento in parte già tentato (anche se senza avvisi sull’Economist), proprio a Palermo e con esiti controversi. Ma venne tentato nell’ambito della legislazione esistente, con forse poca enfasi sulla trasparenza e comunque promosso da singoli e dagli enti locali, non con una iniziativa nazionale.

Come finanziare queste istituzioni ? Con un piano di risparmio di qualche posta nel bilancio pubblico. E poi con grande atto di solidarietà nazionale: il governo chieda ai cittadini italiani un contributo, volontario e di importo discrezionale (con il terremoto in Abruzzo si sono raccolti 67 milioni di Euro), ma con l’impegno a pubblicare l’elenco di chi ha versato. Chi dice che si deve pubblicare solo l’elenco degli evasori?
 

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