Prevenzione unica strada contro l’evasione di massa

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La minaccia di punizione, di per sé, non fa deterrenza. A meno che essa non venga inserita in un’architettura di sistema studiata su misura, che abbracci anche i singoli adempimenti quotidiani del contribuente.
 
Nel momento in cui torna d’attualità il dibattito sull’efficacia delle misure di contrasto alla evasione di massa (si veda il decreto legge n. 138 del 2011 e il contenuto del maxi emendamento votato al Senato il 7 settembre 2011), una risposta significativa, documentata su dati di fatto oggettivi, rinviene da una vicenda esemplare, che aveva registrato per diversi anni il diffondersi di illeciti fiscali a livello di massa. Fino a determinare poi, e improvvisamente, un arretramento massiccio del numero di violazioni.
 
Mi riferisco al tema delle compensazioni indebite, effettuate abusivamente da talune fasce di contribuenti mediante la ostentazione verso il fisco di falsi crediti d’imposta, vantati in dichiarazione in modo del tutto apparente e fittizio. Tale tipologia di illecito, virtualmente insorta con la riforma partita nel 1998, è andata avanti negli anni fino a tutto il 2009, per poi crollare d’un tratto nel 2010, anno nel quale per tale causale è stato per la prima volta conseguito un risparmio per l’erario. Rispetto all’anno prima, la riduzione degli esborsi per compensazioni indebite è stata stimata nella misura di 6,6 miliardi di euro (in tal senso, si veda a pagina 11 il bilancio di esercizio 2010 – relazione sulla gestione, a cura dell’agenzia delle entrate, nonché quanto altresì risultante nelle tavole 25 e 26, pagina 73 e 74, della relazione sul rendiconto generale dello stato 2010, parte prima – “i conti pubblici e le politiche di bilancio 2010”, a cura della corte dei conti).
 
Lo stock totale di crediti utilizzati in compensazione – che già aveva dato visibili segni di anomalia nel corso degli anni – ha raggiunto il picco massimo nel corso dell’anno solare 2009, con la cifra di 28,361 miliardi di euro, relativa a imposte dirette e indirette. L’anno dopo (il 2010) lo stock dei crediti in parola si è attestato su 21,727 miliardi di euro, registrando così un arretramento favorevole per l’erario di 6,634 miliardi di euro. Si segnala altresì che in base ai dati aggiornati a giugno 2011, tale esito positivo appare fortunatamente consolidato anche per il primo semestre 2011, come risulta dal rapporto sulle entrate tributarie – giugno 2011, paragrafo 1.4 “le poste correttive”.
 
Questo successo, che va ascritto all’ente ispiratore che è stata l’agenzia delle entrate, si deve principalmente a una duplice misura preventiva, entrata in vigore il 1^ gennaio 2010, e riferita in particolare ai crediti Iva, che risulta disciplinata nel modo che segue:
 
a) divieto di utilizzo dei crediti in data anteriore alla presentazione della dichiarazione annuale (il divieto non opera entro la soglia annua di 10mila euro);
 
b) blocco della possibilità di compensazione se prima non vi è stato l’avallo di un professionista abilitato che confermi la rispondenza di quanto vantato a credito con la contabilità interna aziendale (cosiddetto “visto pesante”, obbligatorio per crediti oltre la soglia annua di 15muila euro, in base a quanto stabilito dall’articolo 10 decreto legge 78/09).
 
Il dato è particolarmente indicativo e dimostra che – per converso – poco o nulla avevano funzionato in passato, sul piano della deterrenza, i tentativi di contrasto varati in precedenza, fino a tutto il 2009. Tentativi che vengono di seguito qui sintetizzati:
 

a partire dal 4 luglio 2006, è entrata in vigore una nuova figura di reato con l’aggiunta, nel decreto legislativo n. 74/00, dell’articolo 10-quater (carcere da sei mesi a due anni, se l’infrazione supera i 50mila euro, in forza dell’articolo 35, comma 7 del decreto legge n. 223 del 2006);

a partire dalle violazioni commesse dal 29 novembre 2008, inoltre, la sanzione pecuniaria, stabilita in origine nella misura fissa pari al 30% dell’importo fittiziamente compensato, viene più che triplicata stabilendosi una pena pecuniaria irriducibile, fissata fra un minimo del 100 per cento e un massimo del 200 per cento; inoltre, il termine per il recupero degli importi dovuti, anche a titolo di sanzione, viene raddoppiato da quattro a otto anni (articolo 27 decreto legge 185/08);

dal 2009 sono stati altresì intensificati i controlli mirati sulle singole situazioni anomale: nel corso di tale anno risultano scovati oltre 6.700 contribuenti verso i quali sono stati accertati quasi 230 milioni di euro, a titolo di compensazione effettuata per falsi crediti (nel corso del 2010 i recuperi accertati, sempre a fronte di crediti inesistenti, sono saliti a quasi 300 milioni, fermo restando il medesimo numero di contribuenti intercettati);

il 15 giugno 2009 è stata convocata una apposita conferenza stampa per comunicare con finalità divulgative la creazione di una task force apposita impegnata a tempo pieno sul recupero di crediti compensati fittiziamente.

 
Tornando invece alle misure che potremmo definire “toccasana”, entrate in vigore dal 1^ gennaio 2010, e con particolare riferimento al visto pesante, va rilevato che si è trattato di una sorta di elementare gioco delle parti (che richiama il meccanismo a due della sostituzione d’imposta). In base al quale un professionista o un Caf, in quanto terzi estranei rispetto al contribuente, vengono chiamati a filtrare a uno a uno i crediti Iva esibiti in compensazione verso l’erario, certificandone preventivamente l’esistenza (e, soprattutto, la consistenza). E assumendo quindi sulle proprie spalle la responsabilità nel caso di divergenze con le risultanze contabili.
 
Nessuno, è ovvio, potrà mai scongiurare che, nonostante questo, ci possano essere in futuro casi persino di connivenza esplicita fra certificatore e contribuente. Ma purtuttavia, coinvolgendo appunto il professionista-terzo in un controllo pedissequo, ineludibile e di tipo preventivo, si toglie automaticamente al fenomeno illecito la sua potenziale dimensione di massa, relegandolo entro i confini propri della pura patologia (e quindi entro il recinto, anche in termini quantitativi, dei fenomeni di vera e propria delinquenza fiscale).
 
Ora invece, per converso, se si volessero recuperare i 6,6 miliardi andati perduti durante il solo 2009, l’agenzia delle entrate dovrebbe impiegare più di 22 anni, mettendosi alla ricerca degli oltre 150mila maxi-evasori, ove si attestasse sullo stesso tasso di produttività consuntivato per i controlli da ultimo effettuati, nel 2010 (anno che ha fatto registrare una media di circa 43mila euro di recupero per ogni trasgressore).
 
Questi dati confermano ancora una volta come nella fiscalità di massa l’evasione si può solo prevenire, non reprimere. E sottolineano altresì quanto siano deboli, peraltro, i meccanismi che puntano a inasprire a valle il peso della risposta sanzionatoria, piuttosto che curare, a monte, la riprogettazione giuridica e lo stretto raccordo del momento sanzionatorio con quello precettivo tipico riferito agli adempimenti giornalieri.
 
Puntare solo sull’inasprimento, quindi, può aver senso, semmai, nei riguardi di chi è sfrontatamente un delinquente fiscale. Locuzione con la quale mi riferisco a chi è portatore di una spiccata indole alla illiceità dei comportamenti. Il quale – notoriamente – ha una reazione che è totalmente insensibile a qualunque regola: sia essa la sanzione (quale che ne sia la misura), sia essa la norma che prevede un certo adempimento.
 
Ma quando invece si ha che fare con cinque milioni di contribuenti, che non sono malviventi, l’architettura di sistema e l’approccio di metodo non possono essere gli stessi. Al contrario, il profilo tipico dell’evasore di massa è quello di colui che ha un mestiere e sa di cosa vivere. Uno, quindi, che guadagna del proprio lavoro (è un artigiano, un professionista, un commerciante, eccetera) e con una propensione innata a sentirsi (e apparire) sempre rispettoso e in regola con la legge. Una propensione che invece oggi è destinata purtroppo a disperdersi, per via del fatto che l’odierno sistema fiscale di contrasto è troppo appiattito sullo spirito moralistico di rivalsa e sul conseguente primato della dimensione solo punitiva di qualunque risposta sanzionatoria.
 
L’analogia con il mondo dei divieti nella circolazione stradale può aiutare a comprendere. E’ evidente a tutti che nei percorsi presidiati dalla possibilità di autovelox il tasso di osservanza dei limiti di velocità è assai ridotto (nonostante il progressivo inasprimento delle sanzioni, intervenuto anche da ultimo). Ciò a dispetto di quel che avviene quando viceversa si circola sotto tutor.
 
L’ottemperanza a un divieto, infatti, si diffonde a livello di massa non appena il trasgressore si convince di essere assoggettato a un controllo del tipo a tappeto piuttosto che a una verifica solo possibile e a campione. Poi, per carità, nella realtà potrebbe non essere così: come quando il tutor è spento, a esempio, e l’ignaro automobilista – che non sa come accorgersene – continua regolarmente a ottemperare.
 
E’ la stessa cosa che si verifica nel mondo del fisco nel quale (indipendentemente da quanto ciò sia vero nella realtà dei controlli effettivi) il meccanismo in sé della ritenuta alla fonte “convince” la massa dei contribuenti destinatari della necessità di adempiere (per via della ritenuta setacciabilità infallibile degli adempimenti giornalieri, così come congegnati sin dal 1973).
 
Ciò vuol dire che nella fiscalità di massa gli adempimenti dovrebbero essere progettati prima di tutto in funzione della necessità pregiudiziale di consolidare nella testa del contribuente questa fondamentale convinzione. Se necessario, ricorrendo anche a iniziative istituzionali di marketing (misure che non vanno confuse con il contenuto degli spot anti-evasione diffusi nel corso di queste settimane).
 

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