Smosgarbord italiano

di MAURO MARÈ - pubblicato il 29/09/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Questo è uno smosgarbord sull’Italia in alcune puntate. La prima è una riflessione sulla sinistra italiana, così come suggerita da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di sabato 18 settembre. Lo stato di disagio della sinistra si protrae da molto tempo e nonostante i disagi recenti del Pdl con l’affaire Fini, esso sembra destinato a durare ancora molto tempo.

Va detto in modo chiaro: la sinistra è in un momento di difficoltà, non riesce a decidersi tra bipolarismo e grandi alleanze; non ha ancora definito con quali gruppi di riferimento potrà costruire una proposta credibile – oscillando tra centro, ex Udc, sinistra radicale, e vari altri. Sintetizzando con Panebianco “il Pd è oggi un partito senza identità, alla mercé degli incursori esterni, da Di Pietro a Vendola. Anziché elaborare proposte, costruirvi sopra un’identità chiara, e solo dopo tessere le alleanze in funzione delle proposte e dell’identità, il Pd è partito dalla coda, dalle alleanze. Impantanandosi, non riuscendo a stabilire un rapporto forte con l’opinione pubblica. Nulla può dare il senso della crisi di un partito di opposizione più della sua paura di nuove elezioni”.

La questione principale così come posta da Panebianco, sembra appunto che ormai da molti anni, “tutti i tentativi di costruire grandi “forze riformiste” falliscono in Italia”. Tutti i tentativi in questo senso, dagli anni Sessanta fino ai nostri giorni – ma potremmo andare anche più indietro nel tempo… – sono falliti e sembrano destinati comunque all’insuccesso. Ciò innanzitutto per alcune ambiguità – con alcune evidenti eccezioni – delle classi dirigenti riformiste, ma anche perché la domanda dell’elettorato italiano in questo senso è sempre stata inadeguata. Ciò si deve anche a un limite strutturale antico di questo paese, che nel profondo non è mai stato riformista – con tutte le diverse accezioni possibili del termine – anzi è sempre stato protezionista, monopolista, conservatore e molte altre cose.

Si può estendere questa valutazione anche al centro-destra: una vera forza politica votata alle riforme strutturali in Italia non è mai nata e non se ne vedono le luci all’orizzonte.

E allora ci si deve interrogare sul perché i temi riformisti non riescono a decollare in Italia, perché anche la sinistra non ha mai avuto con le riforme strutturali un facile rapporto. Ad iniziare dal tema del mercato, delle potenzialità che la concorrenza, ad di là dei suoi limiti storici ed oggettivi, può avere anche sull’eguaglianza e sull’accesso alla fruizione di beni e servizi essenziali – due per tutti, la sanità e soprattutto l’istruzione; ma anche della portata rivoluzionaria che in una società mummificata come quella italiana potrebbero avere semplici meccanismi di mercato o di selezione delle classi dirigenti basati sul merito.

La risposta a me pare va ricercata nei gruppi sociali e di interesse che potrebbero essere rappresentati da una forza riformista. Se assumiamo, infatti, che dopo il tramonto delle grandi ideologie del secolo scorso, gli elettori siano sempre più guidati nelle loro scelte da un semplice calcolo di interessi, ecco che nascono appunto alcune questioni delicate.

Chi vota a sinistra quali interessi persegue? O quali interessi vorrebbe che la sinistra cercasse di soddisfare? Esiste ancora il voto collettivo, disinteressato e di opinione, che guarda al benessere di una nazione, oppure ormai siamo solo al semplice tornaconto personale?

Anche assumendo che un voto di opinione sia ancor possibile e che nei fatti esista e che questo sia molto più forte a sinistra che a destra – ipotesi da verificare in quanto si dovrebbe definire quale sia l’interesse collettivo, come sia possibile calcolarlo e come gli individui riescano poi a capire quale sia il loro interesse egoistico e come si rapportano invece con quello collettivo – va tenuto a mente che l’economia del benessere ha fatto molta strada al riguardo ma non si sono raggiunte conclusioni nette e definitive su “quali interessi votano quali forze politiche”.

È un dato di fatto che negli ultimi decenni, per varie ragioni, la sinistra abbia trovato la base essenziale del suo elettorato in alcuni settori specifici della popolazione: in genere, i lavoratori dipendenti con lavoro stabile, in particolare del settore pubblico, i pensionati, i lavoratori dei settori monopolistici; ma anche, in generale, gli individui più istruiti. I lavoratori instabili e precari, i disoccupati e più in generale le fasce più emarginate della società, soprattutto i giovani, che sono molto presenti nei gruppi appena indicati, i lavoratori autonomi, oltre che alle casalinghe (poi si dice che la TV non conta!), votano a destra.

Come ricorda Luca Ricolfi in un libro recente citando i dati dll’Osservatorio del Nord-Est, il partito maggiore della sinistra finisce per rappresentare “la società delle garanzie”, cioè i gruppi che possono fare affidamento su varie forme di tutela, e che cercano di non perderle – quindi anche a sinistra si voterebbe solo per interesse! Il Pdl rappresenterebbe invece “la società del rischio”, in altre parole, “i soggetti più deboli o più esposti alle incertezze del mercato”, trascurati dai partiti della sinistra e dal sindacato”.

Questa fotografia mette indubbiamente a disagio: si può non capirla, soprattutto non condividerla, anche perché andrebbe dimostrato che, con l’eccezione dei lavoratori autonomi, la destra abbia poi davvero difeso i precari e i più marginali e che tutto ciò non sia il frutto di un’illusione o dell’abilità politica di Berlusconi. Questi gruppi però, e questo è un dato di fatto, votano a destra. Ecco la questione essenziale.

Vi sono qui due fattori decisivi.

Il primo è che appare messa in discussione la convinzione che “il voto a sinistra sia “disinteressato” e quello a destra “molto interessato”. Soprattutto appare davvero paradossale che i ceti più deboli della società italiana finiscano per preferire la destra, gli altri la sinistra.

Il secondo è che come sintetizzato da Ricolfi (si veda sopra) “se il voto a destra si fonda sugli interessi, e i deboli votano a destra, vuol dire che, secondo loro, la sinistra ha smesso di tutelarli”!

Se come si diceva un tempo, la sinistra “dovrebbe difendere i ceti più deboli”, e che questi ceti sono oggi nella società odierna i lavoratori precari, che presentano un elevato margine di incertezza sulle prospettive economiche e reddituali, ebbene, la sinistra non sembra esser stata in grado finora di svolgere questa funzione, rinchiusa nella difesa di un elettorato che invecchia e si riduce di dimensione. Non solo, se si accetta l’ipotesi di un voto per interessi, la scelta dei giovani e delle fasce più deboli di votare a destra appare purtroppo coerente; e non tanto perché poi la destra davvero troverà soluzioni per questi gruppi, ma perché è chiaro che non lo farà la sinistra…

Quindi, il punto cruciale è chiaro: se come appare ragionevole, il median voter [l’elettore che fa vincere una parte politica] si avvicinerà gradualmente alla zona di incertezza e precarietà e si allontanerà da quella della stabilità e del reddito fisso, quale futuro ha la sinistra? Se vuole ancora avere chance di vittoria elettorale, non sarà costretta, prima o poi, a difendere gli outsiders a scapito degli insiders? A me pare chiaro, c’è poco da fare. Con quali effetti però sulla dimensione e la consistenza del suo elettorato tradizionale? E soprattutto con quali politiche?


Commenti:

  1. siamo d'accordo, ma...:inviato da crazy diamond il 29/09/2010

    finalmente una riflessione sulla sinistra! non perché ci sono speranze o desideri nel riaverla protagonista, ma proprio perché queste speranze non ci sono, e il nostro paese continua a essere un paese con democrazia a rappresentanza unica. in questo periodo sono molto evidenti infatti i limiti che colpiscono lo schieramento di centrodestra ma a sinistra purtroppo non ci sono neanche più limiti perché si sta assistendo solo all'assenza del partito più rappresentativo e alla crescita populista di elementi poco seri (mi riferisco agli ex comici come grillo e agli ex carabinieri come di pietro).
    una riflessione sulla sinistra in italia dunque meriterebbe quantomeno tre approfondomenti, ma ve li racconterò nella seconda puntata perché ho a disposizione solo 1500 caratteri... :-)

  2. siamo d'accordo, ma... PARTE II:inviato da crazy diamond il 29/09/2010

    la prima riflessione stimolata dal suo articolo riguarda il fatto che il nostro non è un PAESE riformista perché non ha cultura liberale, preveniendo da tre matrici degne di rispetto ma non liberali e cioè quella cattolica, quella fascista e quella comunista.
    il secondo approfondimento dovrebbe essere sulle tv: qui mi permetto di dissentire con l'autore. non sono le tv che creano consenso. ricordiamoci che berlusconi ha perso le elezioni proprio quando aveva non solo la proprietà delle reti fininvest, ma anche il presunto "controllo" della rai, stando al governo.
    terzo elementodi riflessione è l'interessantissimo dato emerso dal libro di ricolfi. io non vivo nel nord ma nella salottiera roma, e da mero osservatore respiro le stesse cose e cioè che "il Pd finisce per rappresentare la società delle garanzie, cioè i gruppi che possono fare affidamento su varie forme di tutela, e che cercano di non perderle".
    infine vogliamo finalmente salutare con gioia gli under 40 che si stanno facendo spazio all'interno del pd. ehi dico UNDER 40 , NON SO SE MI SPIEGO! è lì la chiave che aprirà molte serrature in futuro, almeno spero.

  3. Basta poco, che ce vo'?:inviato da Gaio La Porta il 30/09/2010

    Ho visto l'intervista a Cacciari fatta da Serena Dandini ieri sera. In modo semplice e breve chiarisce molte cose.
    1 - non importa se la politica si serve i mezzucoli (case a montecarlo); è sempre successo, importante è lo specchio del disagio dlle colaizioni di destra e sinistra non più convergenti politicamente
    2 - fondamentale è coalizzare in un polo alternativo i tranfughi liberali dal centro destra e gli scontenti liberali, cattolici, laici del centrosinistra in modo da convergere su politiche e programmi e decidere se poi coalizzarsi con parttito di tradizione socialdemocratica a sinistra (che sceglierà il suo leadre e il suo nome) o a destra con le forze legate a berlusconi e alla lega che altrimenti governeranno per l'eternità

  4. APPUNTO!:inviato da GORZO il 30/09/2010

    Da Itanes "Il ritorno di Berlusconi" Il Mulino, Bologna 2008

    Dai dati riportati nel libro, risulta un Partito Democratico "sovrarappresentato" tra:
    - gli over 45
    - i pensionati,
    - gli impiegati e insegnanti
    - gli appartenenti alla classe sociale "media impegatizia"

    viceversa "sottorappresentato" tra:
    - under 35
    - casalinghe e disoccupati
    - i lavoratori in proprio

    Come riportato nel libro - giova ricordare edito da Il Mulino...... - "Un profilo (quello dell'elettorato del PD) che evoca un elettorato legato a stili di vita e sistemi più in sintonia con altri periodi della vita nazionale". Appunto!

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