Quei buontemponi del World Economic Forum

di MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 29/10/2009 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Inesorabile come la morte e l’esattore, ogni anno compare al calar dell’autunno una fresca edizione del Global Gender Gap Index del World Economic Forum (WEF).

Prima che aggiunga una sola parola, onestà intellettuale impone che io chiarisca la mia profonda antipatia per il WEF, dovuta a molte ragioni. La prima e fondamentale è che non sono stato mai invitato a Davos, al Forum annuale vero e proprio, dove vanno solo quelli che contano.

La seconda è una questione di gusto. Vado sul loro sito e non mi piace nulla di ciò che vedo, anzi per lo più mi dà positivamente fastidio. Tutti quei faccioni – in fondo a una fila si vede Henry Kissinger, molto ingrassato e mezzo addormentato. E poi lo slogan. Dice: “Committed to Improve the State of the World”. Un vero understatement.

Terza ragione, tutti gli indici di questo e di quello che si sono inventati e che sfornano con regolarità appunto svizzera. Il difetto cardine di molti di questi indici è che si basano in buona parte su opinioni di sapientoni (executive surveys). Sarebbe come se la rivista Quattroruote, non potendo misurare gli spazi di frenata di diversi modelli di auto, chiedesse a dieci piloti di Formula 1 di stimarli.

Inciso autolesionista: James Surowiecki, l’autore de The Wisdom of Crowds, direbbe che un test del genere è un ottimo modo di misurare quegli spazi.

Comunque, se dietro gli indicatori che compongono un indice ci sono opinioni, uno ci può fare sopra tutti i calcoli statistico-matematici che vuole, ma sempre opinioni rimangono. Se si basano su pregiudizi – “nessuno mi toglie dalla testa che le macchine tedesche frenano meglio di quelle italiane” – salta tutto il valore dell’esercizio.

Spesso poi, le opinioni usate dagli indici del WEF sono del secondo ordine. Che vuol dire? Che in qualche caso gli indicatori sottostanti riflettono altre classifiche o punteggi – come Doing Business della Banca Mondiale, oppure il Corruption Perceptions Index di Transparency International – a loro volte basati su surveys.

Il risultato di tanta agitazione classificatoria può essere esilarante. Così a metà dell’anno scorso, in piena coincidenza con lo scoppio della crisi finanziaria, il WEF lancia un nuovo indice, il Financial Development Index, la cui presumibilmente lunga e complessa elaborazione è stata affidata nientemeno che a Nouriel Roubini, alias Mr. Doomsday. Scopo dell’indice è “discernere i punti di forza fondamentali dei vari sistemi finanziari”.

Con questo metro, voilà la classifica. Primi, Stati Uniti. Seconda, Gran Bretagna. Terza, Germania. Quarto, Giappone (!). Ma è uno scherzo, perbacco! – viene da esclamare. Può anche darsi – penso io.

Nell'edizione di quest'anno ci sono alcuni piccoli aggiustamenti: in testa adesso c’è la Gran Bretagna, gli Stati Uniti sono solo (!) terzi, il Giappone è stato scaraventato giù al nono posto. L’Italia, poveretta, arranca ogni anno poco dopo il ventesimo posto. Ma insomma, uno scherzo aggiustato fa meno ridere dell’originale.

Per fortuna che a ridarci il buonumore ci pensa il Gender Gap Report 2009. Facciamoci pure un sacco di risate.

Gli indicatori sottostanti sono, nella loro schiacciante maggioranza, misurazioni affidabili – c’è un solo executive survey. Dunque, in questo caso, il problema è diverso. E viene spiegato molto chiaramente dagli autori (Ricardo Hausman, Laura D. Tyson e Saadia Zahidi) nell’introduzione.

Primo, l’indice misura la distanza (gap) tra generi e non il livello assoluto. Secondo, cattura la distanza nei risultati, non nelle intenzioni, o nelle politiche (output piuttosto che input). Terzo, classifica i paesi sulla base di questa distanza tra uomini e donne: minore la distanza, migliore la classifica.

Il terzo criterio è veramente uno spasso perché non tiene alcun conto del fatto che in alcuni paesi certi indicatori mostrano una distanza alla rovescio, cioè un vantaggio per le donne. In Italia, tanto per fare un esempio, la speranza di vita è (parecchio) più alta per le donne. Si iscrivono ed escono dall’università più donne che uomini.

Ma questo non conta nulla, dà zero gap e niente più. Così per quegli specifici indicatori lo score dell’Italia (che concorre al suo valore finale nell’indice) sarebbe identico a quello di un qualunque ipotetico altro paese dove uomini e donne vivono gli stessi pochi anni e all’educazione terziaria non accede nessuno, né uomini né donne – perfetta parità.

Oltre a trovare questo esercizio grottesco, non riesco a capirne l’utilità – né per le donne, né per le politiche di sviluppo, né per niente.

E che sia grottesco si vede dai risultati. NOTA BENE: quando si fanno queste classifiche si sa bene che tutti vanno a vedere come si piazzano i vari paesi e nessuno si va a leggere la metodologia sottostante, salvo qualche malato come me. Una prova? Ecco come presenta il Gender Gap Index 2009 il Corriere della Sera. Ma anche gli altri giornali fanno lo stesso. E tutti gli anni.

Dicevo dei risultati. Allora, primo classificato l’Islanda. Paese, o meglio quartiere, dove notoriamente tutti vorrebbero andare a vivere, in particolare di questi tempi economico-finanziari. E in particolare poi le donne, come si evince da recenti reportage come questo (già segnalato su questo sito). Sesto classificato il Sud Africa. Yes indeed, un paese la cui attenzione ai diritti delle donne è quasi leggendaria, testimoniata in primo luogo dalle impeccabili credenziali in proposito degli ultimi due suoi presidenti, Thabo Mbeki e Jacob Zuma. Nono paese le Filippine, decimo il Lesotho.

L’Italia, inutile dirlo, ne esce a pezzi. Si piazza 72esima, perdendo cinque posizioni rispetto alla sua classifica dell’anno scorso.

Poiché in Lesotho muoiono al parto solo 960 donne su 100.000 nati vivi (contro 3 in Italia), l’aspettativa di vita sana per le donne è 33 anni (contro 75 in Italia) e il reddito pro-capite di donne e uomini a parità di potere d’acquisto è ben 1.456 dollari (contro 28.682 in Italia), il minimo che dobbiamo aspettarci è un esodo delle donne italiane verso quel paese.

Per fortuna che si tratta solo di uno scherzo organizzato da quei buontemponi del World Economic Forum.

 


Commenti:

  1. sei un buontempone:inviato da poker di assi il 17/11/2009

    non sei mai stato invitato a Davos perchè non sei sufficientemente importante e autorevole per andarci.... ci hai mai pensato?
    d'altronde non saresti all'Agenzia delle Dogane se tu contassi, soprattutto se sei dirigente dell'Ufficio Studi Economici e Fiscali, che sai, essere un ufficio di mera statistica, che nulla ha di operativo e nulla dà in materia di analisi antifrode....
    scherzi a parte, ogni organismo internazionale o nazionale, nutrito con soldi di sponsor che dovrebbero essere controllati, pieno di vecchi soloni (ma che sono stati fondamentali per l'attuale assetto del mondo) usa numeri e cifre a proprio piacimento, stilando classifiche "sponsorizzate" ad uso e consumo dei commissionatori...
    d'altronde anche il tuo ufficio fornisce numeri che dicono tutto ed il contrario di tutto.... è il gioco della politica... affermeresti mai, dimostrandolo con i numeri, la debacle del ministero delle Finanze in materia di lotta all'evasione? saresti fuori fra tre secondi dall'Agenzia che ti costringerebbe alle dimissioni, a sponsor piacendo...
    ogni organismo utilizza i numeri a proprio piacimento, ora espressi in modo assoluto, ora, a convenienza, in modo relativo, facendo apparire sempre ciò che conviene e mai ciò che è per come è effettivamente.
    ogni buon analista deve essere innanzitutto libero... TU LO SEI?

  2. liberi, liberi...:inviato da il buontempone il 18/11/2009

    Gentile signora o signor Poker di Assi,

    mi fa piacere che Lei abbia colto l’ironia nel mio disappunto per non essere mai stato invitato al World Economic Forum di Davos. Le dirò di più: il fatto di invitare me, semmai dovesse accadere, sarebbe un segno inequivocabile di scadimento del Forum stesso che mi costringerebbe a declinare l’invito. Sono certo che Lei conosce la battuta di Groucho Marx: “I would never join a club that would let me in”.

    Lavorare per un’istituzione porta con sé dei vincoli di lealtà e riservatezza cui ho sempre cercato di attenermi. Non scrivo né parlo in pubblico di cose che hanno direttamente a che fare col mandato istituzionale dell’Agenzia per cui lavoro, a meno di non avere mandato a rappresentarla.

    Ma, per fortuna, queste cose sono una parte piccolissima della straordinaria varietà di fenomeni che il mondo ci offre. A proposito di questi ultimi, scrivo e parlo in pubblico liberamente e, per rispondere alla Sua domanda, sì, sono libero.

    Sono spiacente che Lei non lo sia altrettanto, visto che usa uno pseudonimo. A meno che Lei non si chiami “Poker” di nome e “di Assi” di cognome, nel qual caso sarei lo stesso spiacente per Lei perché la vita con un simile biglietto da visita non deve essere sempre facile.

    Un caro saluto.

    Marco De Andreis

  3. sono un buontempone:inviato da full di re il 18/11/2009

    lieto di averti divertito, forse un full di re, meglio si addice alla conversazione.
    La libertà è una merce rara, e se non erro, nickname non significa nome e cognome.
    sai perchè adoro il poker tanto da non giocarci... perchè mi piace giocare a fare l'analista e un conflitto calato in una "non zero sum game", (game theory) è un mondo variegato da cui difficilmente riesco ad uscire...
    TUTTO ESISTE PER UNA RAGIONE ... anche il WEF... esso altro non è che il necessario riequilibrio statistico di altri organismi ostili agli sponsor del WEF stesso.
    è un po' come in campagna elettorale...
    la tua posizione all'interno della PA non rileva rispetto alle critiche che ti ho fatto, ma volevo solo farti ntare che quando sei in un meccanismo non sei libero di dire quello che vuoi e, anche tu o chi per te, deve addomesticare i numeri alle ragioni del capo, che ha un capo che vuole esattamente che Lui gli dica quello che i TUOI numeri hanno raccontato... non sei libero se racconti con i numeri quello che vuoi, e proprio tu hai citato l'esempio di come l'Italia possa essere dietro il Lesotho nella classifica riguardante le donne...
    ma sarai d'accordo con me che in tutta la P.A . funziona allo stesso modo...
    Caro Robinson, il tuo personaggio è evocativo... cerchi un'isola deserta in cui la vita reale è quella semplice che sei obbligato a vivere e quindi comprendi le nefadenzze della vita che hai lasciato ma che speri di riconquistare...
    io scelgo un personaggio di Swift... Gulliver...

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