Perché non mi convince l’ipotesi di Blanchard
di STEFANO FANTACONE - pubblicato il 04/03/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
Sta già suscitando un animato dibattito il contenuto del paper Rethinking macro policy, appena rilasciato dal Fondo Monetario Internazionale a firma del suo capo-economista Olivier Blanchard.
Il lavoro sostiene l’opportunità di rivedere al rialzo gli obiettivi di inflazione che presiedono all’impostazione delle politiche monetarie. Questa tesi è argomentata con il fatto che l’uscita dalla recessione può essere accelerata da una riduzione dei tassi di interesse. Dal momento però che i tassi di policy sono già vicini allo zero, non è possibile agire sui rendimenti nominali, ma solo su quelli reali. Un rialzo dell’inflazione al 4% - il valore indicato dal Fmi - comporterebbe ad esempio, a parità di tasso nominale, una discesa dei tassi reali di quasi tre punti rispetto ai livelli attuali.
L’impostazione teorica che validerebbe questa tesi è quella per cui il livello di inflazione è determinato dalle aspettative degli operatori. In quanto razionali, gli agenti economici anticiperebbero il tentativo del governo di percorrere un trade-off fra crescita e inflazione e si collocherebbero istantaneamente su un equilibrio caratterizzato da un più elevato incremento dei prezzi.
Usato nel contesto attuale, l’argomento è sottile. Nella vecchia impostazione keynesiana, al governo sarebbe stato suggerito di percorrere di nascosto questo trade-off, nel presupposto che un maggiore saggio di crescita si potesse ottenere sorprendendo gli operatori. Negli schemi teorici di oggi, che necessariamente incorporano le aspettative razionali, proprio l’impossibilità di cogliere di sorpresa gli operatori diventa il canale attraverso cui sospingere un’accelerazione della crescita. Lo strumento è appunto rappresentato dalla diminuzione dei tassi di interesse reali a cui porterebbe un aumento “condiviso” dell’inflazione.
In realtà l’argomento non è nuovo e fu gia usato da Krugman quando, qualche anno fa, affermò che per condurre l’economia giapponese fuori dalla persistente stagnazione fosse necessario un aumento del tasso di inflazione. Anche allora la proposta suscitò un dibattito acceso, ma nei fatti l’inflazione giapponese, nonostante la politica espansiva della banca centrale,non è mai aumentata in misura sufficiente a imprimere un adeguato ribasso ai tassi reali.
Proprio qui sta il punto non convincente dell’analisi del Fondo monetario. Un aumento “condiviso” dell’inflazione è possibile solo se quest’ultima dipende esclusivamente dall’ammontare di liquidità immesso nel sistema dalle banche centrali. Non credo però che oggi sia questa la situazione, non almeno sul mercato dei beni. Dove il processo di globalizzazione comporta il trasferimento delle produzioni verso i paesi a basso costo del lavoro e il ritorno, nei paesi di più antica industrializzazione, di beni manufatti con prezzi decrescenti. E nella stessa direzione spinge l’espansione del settore ITC, che tipicamente immette sul mercato prodotti il cui prezzo segue una tendenza decrescente nel tempo.
Insomma, la letteratura degli anni Settanta e Ottanta ci ha spiegato perché i governi non sono credibili se fissano obiettivi troppo bassi di inflazione. Accettando la ricetta proposta dal Fmi potremmo ritrovarci domani in un paradosso di segno opposto: la non credibilità dei governi nel fissare un obiettivo di inflazione troppo alta!
Ecco perché potrebbe rivelarsi vana la ricerca di una riduzione dei tassi reali per il tramite di un aumento dei prezzi. Meglio allora adottare una diversa strategia: assumere obiettivi più bassi di inflazione e restituire così potere d’acquisto ai salari, il cui valore nominale è spinto al ribasso dal processo di globalizzazione.



