“Oppressione fiscale”, tracciabilità e crescita economica: la strada giusta?
di OIDA - pubblicato il 02/12/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURAPesa sulla crescita economica la mole di adempimenti fiscali gravanti sul popolo delle partite Iva (mi riferisco a oltre 4 milioni di imprese e professionisti, con volume d'affari sotto i 5 milioni di euro). E pesa anche il clima da sorvegliato speciale che si è creato da ultimo intorno alla figura dell'autonomo.
Un clima destinato prossimamente a propalarsi verso la generalità dei contribuenti, per via della impostazione data al nuovo redditometro in arrivo il quale, una volta che sarà sollevato il velo comunicazionale della cosiddetta compliance, non potrà che mostrare il suo vero volto che è quello di mettere sotto la temutissima gerarchia del fisco - con un serrato quanto innaturale obbligo di monitoraggio preventivo di ogni spesa - la propensione al consumo delle famiglie, compresa quella collegata a momenti semplici della vita quotidiana.
È questo un approccio che potrà favorire la crescita? E’ quantomeno una strada che potrà essere di aiuto agli esiti del contrasto alla evasione di massa? Io nutro perplessità sotto entrambi i profili.
Ma torniamo al popolo delle partite Iva. E' mia opinione il fatto che nel corso degli ultimi lustri esso ha costituito il ventre molle del sistema, sia sotto il profilo fiscale sia anche per quanto riguarda le diverse forme di regolamentazione nei settori di produzione della ricchezza (salute, ambiente, alimenti, privacy, eccetera). Totalmente condivisibili al riguardo le osservazioni di Giuseppe Farina, su www.nens.it qui, il quale cita in particolare la normativa sulla privacy, recentemente emendata, quale esempio comprovato di abuso da eccesso di regolamentazione, a danno delle imprese, per via delle "inutili complicazioni" introdotte da un legislatore "incompetente" (legislatore talvolta malizioso, aggiungerei io).
Un tema profondamente serio che merita di essere indagato a fondo proprio perchè, a mio parere, rappresenta una delle cause che concorre a spiegare la moria di imprese e, sopratutto, la scarsa propensione ad avviarne di nuove. Quante volte in questi ultimi lustri la soglia del buon senso é stata oltrepassata da un'overdose di regole, in spregio ai principi di ragionevolezza, proporzionalità e appropriatezza? Su questo terreno il mondo della fiscalità, ovviamente, si trova avanti a tutti gli altri. E la lotta all'evasione fiscale ha costituito tante volte l'alibi dietro il quale sono state portate avanti, certamente in modo inconsapevole, operazioni di inasprimento estremo di questa forma abnorme di dipendenza dell'autonomo.
L'accecamento generato dall'approccio moralistico alla piaga dell'evasione fiscale, che a mio parere ha l'effetto di offuscare nel decisore pubblico le doti di equilibrio e buon senso, come anche è stato spiegato in questo sito qui, ha dato infatti copertura a soluzioni operative tutt'altro che ragionevoli. Ancora oggi, a esempio, l'ordinamento tributario trova del tutto normale riversare sulla massa dei contribuenti (compresi quelli che da sempre sono ligi al dovere) le conseguenze dei propri traguardi mancati. E così, quando una misura, inizialmente prospettata come toccasana, a consuntivo si rivela un flop, si passa a un nuovo tentativo. Ma senza mai sopprimere, o quanto meno ricalibrare, la misura che ha deluso le aspettative.
È andata così per molti interventi restrittivi, tutti con il riverbero di costosi adempimenti a livello di massa, tutti ancora oggi in vigore. Eccone alcuni:
- obbligo di emissione di scontrino e ricevuta fiscale (siamo nel 1983);
- dieci anni dopo (1993), perdita di rilevanza probatoria delle scritture contabili regolarmente tenute e ufficializzazione della validità degli accertamenti unilaterali basati su presunzione semplice, ai sensi degli articolo 62 sexies, comma 3 della legge n. 427 del 1993: nessuno però si è mai chiesto a cosa servono più, da questo momento in poi, gli adempimenti di tenuta della contabilità (concepiti nella ben diversa cornice del 1973);
- studi di settore, varati dal 1998: in partenza sembravano ragionevoli, ma poi anno dopo anno sono stati inaspriti oltremisura, fino al corto circuito dell'estate 2007 (come è stato spiegato qui), circostanza che poi ha prenotato l'intervento di pronto soccorso da parte della corte di cassazione (giunto nel 2009), al fine di annacquarne la portata e, fra l'altro, di stabilire giustamente che d'ora in poi bisogna prima aver convocato il contribuente per il contraddittorio (ma non sono cose che tocca fare al legislatore? Avevamo bisogno che ce lo dicesse la cassazione, undici anni dopo?);
- avvio su base telematica (e quindi potenzialmente a livello di massa) delle indagini finanziarie aventi efficacia probatoria privilegiata;
- spesometro, con obbligo dell’impresa di segnalare il nominativo menzionato dall'acquirente che ha fatto spese oltre una certa soglia (3.000 euro più Iva);
- obbligo per l’impresa di segnalare i beni di lusso utilizzati a titolo personale dal socio, imprenditore o loro familiari.
E così, passo dopo passo, abbiamo edificato sulle spalle dell'autonomo una torre imponente, piena di misure che non hanno altra ragion d'essere se non quella di voler evitare la evasione fiscale. Anzi, più precisamente, se non quella di tentare di contrastarla, che é cosa diversa. Tanto più che fino a oggi, a dispetto dei numerosi interventi negli anni, essa ancora non è stata scalfita.




