La riforma pensionistica francese, ovvero salviamo i figli dai propri padri
di MAURO MARÈ - pubblicato il 20/10/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
Tutto è possibile e comprensibile. Che occasioni di sciopero vedano insieme giovani e categorie di lavoratori. Se esiste un comune obiettivo e un’azione di protesta condivisa, allora è ovvio che può esser positivo che diverse categorie sociali e persone di età differente si possano ritrovare insieme.
Una delle forze del maggio ‘68 e delle proteste che seguirono, un po’ dappertutto in Occidente, fu appunto il fronte comune che studenti e lavoratori riuscirono a creare per rafforzare la democrazia, aumentare la partecipazione, accrescere la difesa di alcuni diritti civili e sociali.
Ebbene tutto questo però non si verifica in Francia questi giorni, in occasione delle proteste per la riforma delle pensioni e l’innalzamento dell’età pensionabile a 62 anni. Infatti, pur capendo le motivazioni politiche anti Sarkozy e la naturale solidarietà dei giovani studenti per forme di protesta nei confronti delle politiche del governo, qui esiste un vero e proprio contrasto di interessi ovvio che non trova spiegazione.
È possibile che i giovani non abbiano capito che l’innalzamento dell’età pensionabile è forse l’unica strada per garantirsi almeno una parziale e probabilmente inadeguata forma di copertura pensionistica? Che al di là dello spontaneo pregiudizio contro le politiche di Sarkozy, loro dovrebbero dimostrare e con forza per un innalzamento dell’età pensionabile molto al di sopra dei 62 anni? Che per avere un futuro meno grigio, i figli dovranno chiedere una minore protezione per i padri?
Esiste ormai, e dovrebbe essere chiaro a tutti, sopratutto alle giovani generazioni, un’enorme questione generazionale, un conflitto distributivo tra lavoratori maturi, con lavoro dipendente, e la stragrande maggioranza dei giovani, che saranno condannati a un futuro lavorativo molto diverso di quello dei loro padri – e quindi a un differente profilo pensionistico. Che queste fasce di età si dovranno finanziare in larga parte le loro pensioni, mentre saranno chiamati a pagare, con il sistema a ripartizione, le pensioni ancora generose dei loro padri.
A quando una manifestazione degli studenti e dei giovani lavoratori per una riforma pensionistica che riduca i benefici e i privilegi delle coorti più mature, a vantaggio di quelle più giovani?





Commenti:
Difficile che i giovani possano risolvere autonomamente le asimmetrie informative e culturali di cui è colpevole, per prima, una classe politica che ha sempre approcciato al tema con una visione quantitativa, poco attenta alle nuove dinamiche sociali. I loro “interessi” sono dunque destinati a soccombere? Forse no, ma molto dipenderà dalle future politiche di integrazione e dalla capacità ed effettiva possibilità dei giovani di “seconda generazione” di partecipare al dibattito politico del nostro Paese (per riequilibrare il peso degli “under 40” su una composizione sociale sempre più squilibrata). Più lungimiranza sarebbe lecito attendersi da accademici e addetti ai lavori. L’impianto disegnato dal ‘95 in poi richiede contributi adeguati e continui durante tutto l’arco della vita lavorativa (ma lavori stabili e retribuzioni adeguate non si possono realizzare per legge…) e uno sviluppo più armonioso e diffuso della previdenza complementare. 15anni dopo c’è forse l’esigenza di riconsiderare complessivamente il sistema. C’è una complessità del mondo del lavoro (partite Iva, lavoro non standard, ecc.) che la pensione contributiva e la complementare, da soli, non sono in grado di sintetizzare. E’ azzardato pensare ad una prestazione universale, proporzionale agli anni di lavoro (che sia “dipendente” o “indipendente”), finanziata dalla fiscalità generale (facendo pagare gli evasori), a cui aggiungere un contributivo più leggero e la pensione complementare?
Sono d'accordo con le considerazioni e le proposte suggerite da Angelo. il mondo del lavoro autonomo e precario non sarà mai in grado di essere full eligible per il sistema contributivo per ovvi motivi - ancora peggio per la previdenza complementare - e quindi dobbiamo fare qualche cosa.
l'informazione e le campagne di sensibilizzazione possono aiutare ma da sole non sono sufficienti soprattutto perché, come si osserva, il lavoro non si può creare per legge. Qui come rileva Angelo vi sono diverse altre questioni: va forse ridisegnato il sistema con una parte solidaristica e di trattamento di base - ma comincio a nutrire dei dubbi sul fatto che possa essere solo la fiscalità generale ad occuparsene, perchè il fisco avrebbe troppi obiettivi - ma anche con un innalzamento dell'età di pensionamento, c'è poco da fare, è una questione di semplice aritmetica...
naturalmente questo innalzamento può essere graduale, volontario, incentivato e non necessariamente fissato rigidamente, così da essere compatibile con un vero sistema contributivo che agisce tramite i coefficienti, non con età rigide.
infine per chi può e vuole con la previdenza complementare.
solo una battuta: concordo che "più lungimiranza sarebbe lecito attendersi da accademici e addetti ai lavori" ma anche da parte dei datori di lavoro e delle forze sociali...e ovviamente dei governi...
Perché non parlate del tabù della distribuzione del reddito...
Se quei 7 punti percentuali tornassero al fattore lavoro, ci sarebbero i denari per sostenere meglio le pensioni complementari...