La dittatura delle minoranze, ovvero a chi giovano i nuovi provvedimenti di politica economica italiana

di RICCARDO BUCELLA - pubblicato il 19/10/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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La crisi economica che stiamo vivendo ha fatto emergere chiaramente il problema del debito pubblico nei vari stati dell’Unione Europea, in modo particolare l’Italia che ha il terzo debito pubblico del mondo. Il problema, dall’adozione dell’euro in poi, è sempre stato “come” si sarebbe affrontata la questione del debito, non “se” avessimo fatto default o meno. Perché è quel “come” che determina sia la crescita futura, sia la distribuzione del reddito cioè la qualità della vita di tutti noi.

L’attuale maggioranza messa alle strette dai mercati, soprattutto per l’aumento dello spread rispetto al bund tedesco, ha cercato di ridurre il disavanzo del debito, portandolo al pareggio nel 2013, con la manovra di settembre. Tuttavia quest’ultima, invece di ridurre la spesa è stata concepita prevalentemente aumentando le entrate, in altre parole più tasse per i contribuenti, che saranno costretti a sopportare un aumento della pressione fiscale di oltre 2 punti percentuali, dal 42,6% nel 2010 al 44,7% nel 2014.

Questo stato di cose non è più accettabile perché favorisce un gruppo ristretto di persone, molto ben rappresentate, a danno della maggioranza dei cittadini. Il vero obiettivo di questo governo e di quelli futuri dovrebbe essere quello di ridurre la spesa pubblica che è arrivata a livelli insostenibili, nel 2009 al 51,9% del pil (dati della ragioneria generale dello stato). Una spesa pubblica di tale livello, in valore assoluto circa 700 miliardi di euro, implica al suo interno delle enormi sacche d’inefficienza. Ciò significa che una parte delle tasse che pagano i contribuenti italiani si trasferiscono a una minoranza di soggetti che con quel denaro realizza il bilancio della propria impresa. Queste risorse potrebbero essere destinate alla riduzione del prelievo fiscale invece che essere intermediate dallo stato. Le voci di spesa corrente sulle quali si dovrebbe intervenire sono gli acquisti di beni e servizi di tutte le amministrazioni, la sanità e i trasferimenti alle imprese. Questi ultimi si trovano all’interno della voce “altre spese correnti”, ma in realtà sono trasferimenti a fondo perduto pari a circa 25 miliardi di euro.

Da questo quadro emerge una realtà abbastanza sconfortante, cioè l’assenza di una politica economica e industriale adeguata ai bisogni del paese e alla realtà che stiamo vivendo, un modo sbagliato per affrontare i problemi del debito e della crescita. Sarebbe opportuno attuare delle riforme strutturali che permettano al paese di crescere e, nei momenti di crisi, di non subire l’attacco di pesanti speculazioni internazionali. Certo, tutto questo non è possibile attuarlo né con i tagli lineari, cioè la non politica, né aumentando la spesa corrente e diminuendo quella in conto capitale (infrastrutture, telecomunicazioni, tecnologia), cioè non investendo sul futuro. Tutto ciò sarebbe attuabile solo da una classe politica che abbia una visione su cosa fare e che rappresenti in parlamento gli interessi della maggioranza dei cittadini e non di minoranze, cioè di lobby potenti e organizzate. Per prima cosa il parlamento dovrebbe tornare a essere composto da eletti e non da“nominati”, inoltre sarebbe necessaria più partecipazione politica dell’elettorato. Lo slogan potrebbe essere “no taxation without representation” e andrebbe fatta una protesta clamorosa come quella dei coloni americani indipendentisti nel 1773 con il “Boston Tea Party”. Per dire basta! Perché se non c’è rappresentanza difficilmente si riusciranno a vedere tutelate le istanze di porzioni ampie della società e allora sarebbe giusto gettare il Tè nel mare.


Commenti:

  1. Un buon punto di partenza.....:inviato da Sergio Lillotti il 19/10/2011

    ... sarebbe quanto quoto e sottoscrivo pienamente:

    ".....
    Per prima cosa il parlamento dovrebbe tornare a essere composto da eletti e non da“nominati”, inoltre sarebbe necessaria più partecipazione politica dell’elettorato.
    ...."

    Anche perchè forse in questo modo gli eletti, non nominati, come in ogni mestiere che si rispetti vedrebbero legato il proprio lavoro e successo professionale alla qualità del loro operato.
    Come a dire: se malgoverni, non sarai rieletto.

    Difficile non sottoscrivere anche questa:
    "...
    Da questo quadro emerge una realtà abbastanza sconfortante, cioè l’assenza di una politica economica e industriale adeguata ai bisogni del paese e alla realtà che stiamo vivendo, un modo sbagliato per affrontare i problemi del debito e della crescita. Sarebbe opportuno attuare delle riforme strutturali che permettano al paese di crescere e, nei momenti di crisi, di non subire l’attacco di pesanti speculazioni internazionali. Certo, tutto questo non è possibile attuarlo né con i tagli lineari, cioè la non politica, né aumentando la spesa corrente e diminuendo quella in conto capitale (infrastrutture, telecomunicazioni, tecnologia), cioè non investendo sul futuro.
    ...."

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