La comparabilità dei dati dei bilanci regionali: c’è ancora molta strada da fare

di ENRICO BUGLIONE - pubblicato il 24/08/2010 in BAROMETRO SUL FEDERALISMO
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Le tabelle allegate alla Relazione sul federalismo fiscale, recentemente presentata dal Ministro delle finanze, riportano in modo estremamente analitico le entrate e le spese delle regioni, dei comuni e delle province. I dati si riferiscono al solo 2008, ma se le tabelle fossero costruite in modo da fornire un quadro attendibile e comparabile, tra le diverse amministrazioni di ogni livello di governo, della struttura attuale dei bilanci degli enti territoriali – cioè prima della riforma del sistema di finanziamento legata all’attuazione della legge 42/2009 – il lavoro risulterebbe di per sé estremamente apprezzabile ed utile. È lecito, tuttavia, nutrire dei dubbi.

Per quanto riguarda gli enti locali (comuni e province), le informazioni sono tratte dai certificati di conto consuntivo presenti nella banca dati del Ministero degli interni, ma è la stessa la Relazione a mettere in evidenza che su tali documenti è ancora necessario un ampio lavoro di revisione e controllo.

Per le regioni, invece, sempre nella Relazione, si specifica che le tabelle sono state costruite partendo non dai bilanci delle singole amministrazioni, ognuno redatto con criteri diversi, ma da un apposito “schema unitario di comunicazione contabile” – opportunamente predisposto dalla Commissione Tecnica Paritetica per l’Attuazione del Federalismo Fiscale (COPAFF), approvato in conferenza Stato regioni, recepito in via legislativa in sede di conversione del d.l. 135/2009 all’art. 19 bis e successivamente compilato da ogni amministrazione – così da eliminare l’annoso problema della comparabilità dei dati (cfr. pag. 4 dell’Approfondimento tecnico n. 1, allegato alla Relazione). Ma i risultati ottenuti sono soddisfacenti?

Per tentare una prima verifica al riguardo, è stata presa in esame una specifica voce delle entrate, di ammontare molto rilevante e, almeno in teoria, abbastanza facile da classificare. In particolare si tratta di quelle connesse al gettito dell’Iva, che, in base alle tabella della Relazione, assicurano il 40% delle entrate correnti delle regioni ordinarie.

Si è parlato di “entrate connesse al gettito Iva” e non di “compartecipazione al gettito Iva” in quanto, in base all’art. 7, c.1, lett. d, della l. 42, compartecipazioni dovrebbero essere considerate solo quelle attribuite in base al criterio della territorialità, cioè quando la quota del gettito da compartecipare è calcolata su quanto prodotto nel territorio delle singole amministrazioni beneficiarie. Attualmente l’unica a possedere tale caratteristica, almeno in una certa misura, è quella a favore delle regioni a statuto speciale, classificate nella Relazione come “Iva interna” (cfr. Tab. n. 5) 1. È invece classificata “compartecipazione” la quota dell’Iva incassata dalle regioni a statuto ordinario, cosa in vero molto discutibile se si guarda a cosa corrispondono effettivamente tali incassi.

In base al d. lgs. 56 del 2000, il fondo corrispondente alla quota del gettito IVA relativo all’insieme del territorio delle regioni ordinarie che (ogni anno) si decide di attribuire a tale livello di governo, viene ripartito in due modi: in base alla distribuzione regionale dei consumi delle famiglie, in mancanza di dati effettivi finora considerata una proxy del gettito prodotto in ogni regione; e in base a criteri perequativi, cioè in modo da coprire in ogni regione la differenza tra il gettito standard di alcuni tributi e il fabbisogno di spesa stimato per la sanità e alcune altre materie.

Le spettanze per le singole regioni, a seconda del sistema di riparto, sono molto diverse: nelle regioni del nord (Liguria esclusa) e nel Lazio, il riparto basato sui consumi delle famiglie è sempre superiore al riparto perequativo; al contrario, in Liguria, nelle regioni del centro diverse dal Lazio e in tutte le regioni del sud, è il riparto perequativo ad essere sempre superiore (cfr. grafico 1). Ma ancora più importante, per il tema oggetto di questa nota, è che il riparto basato sui consumi delle famiglie è puramente teorico, visto che le somme effettivamente assegnate dallo Stato alle singole regioni corrispondono esclusivamente al riparto perequativo.

Correttamente, quindi, la tabella 5 elaborata dalla COPAFF, per le entrate connesse all’Iva delle regioni ordinarie in genere fa riferimento al riparto “perequativo” (cfr. grafico 2). Ma, una volta fatta questa scelta, perché denominare tale entrata “compartecipazione all’Iva” e non “fondo perequativo”? Tra l’altro, adottando quest’ultima denominazione, si sarebbero potute creare le premesse per riuscire a mettere bene in evidenza il cambiamento di struttura che le entrate delle regioni subiranno in seguito all’adozione del modello di finanziamento previsto nella l. 42. In quest’ultimo, infatti, è praticamente certo che a favore delle regioni verrà effettivamente istituita e assegnata una compartecipazione “geografica” all’Iva, come si è visto finora di fatto inesistente.

In ogni caso, una volta scelto un criterio di classificazione delle entrate delle regioni ordinarie connesse al gettito Iva, ci si sarebbe aspettati che esso venisse rigidamente seguito da tutte le regioni nel compilare i modelli da cui le tabelle allegate alla Relazione sono tratte, pena la incomparabilità dei dati tra le varie amministrazioni. Per la voce di entrata in esame, tuttavia, ciò non si è verificato. Come mette in evidenza il grafico 2 già citato, infatti, per due regioni – Lombardia e Campania – i valori riportati nella tabella corrispondono non al riparto effettivo dell’Iva in base a criteri perequativi (come in tutti gli altri casi), ma a quello teorico basato sui consumi delle famiglie. Ciò significa che, rispetto ai valori per le altre regioni, quelli della Lombardia sono sovrastimati del 37% e, al contrario, quelli della Campania sono sottostimati di quasi il 98%.

Quello a cui si è fatto riferimento fino a questo punto è solo un esempio. Tuttavia, se per una voce importante in termini di gettito e relativamente facile da individuare, come le entrate connesse all’Iva, le tabelle allegate alla relazione presentano problemi di classificazione e di comparabilità di dati tra le varie amministrazioni, sembra lecito ritenere che la strada da fare per migliorare la leggibilità dei bilanci regionali sia in gran parte ancora da percorrere.

1 Le entrate delle regioni speciali e province autonome connesse all’Iva nella tab. 5 sono articolate in tre voci: “Iva interna” per Friuli V.G., Bolzano, Trento, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta; “Iva importazione e quota sostitutiva”, per Bolzano, Trento, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta; “Quota variabile gettito Iva”, per Sardegna, Sicilia, Bolzano, Trento, Valle d’Aosta.




Grafico 1 - Entrate delle regioni ordinarie connesse all'Iva - Confronto tra riparto teorico e riparto effettivo



 



Grafico 2 - Entrate delle regioni ordinarie connesse all'Iva - Confronto tra riparto effettivo e dati della tab. 5 della
Relazione sul federalismo fiscale (dati in milioni)


 

 

 

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