L’inesistente verità dei numeri: Berlusconi e la Confindustria

di MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 14/04/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Ma chi dice la verità sui numeri? - si chiede il Corriere della Sera, riferendo delle opposte conclusioni raggiunte dal Presidente del Consiglio da una parte, e dal Centro Studi di Confindustria dall’altra, sull’andamento dell’economia italiana al convegno organizzato da quest’ultimo a Parma il 9 e 10 aprile, “Libertà e benessere: l’Italia al futuro”.

Per Confindustria l’Italia è in declino perché non crescono PIL e produttività da una decina di anni. Per Silvio Berlusconi invece l’Italia tiene.

Le polemiche tra pessimisti e ottimisti sono una delle novità introdotte nella politica italiana da Berlusconi stesso. Nella prima repubblica a essere ottimisti erano solo i democristiani, ma in modo sommesso. All’ottimismo si appellò negli anni ottanta Bettino Craxi, sull’onda del sorpasso al PIL della Gran Bretagna. Ma la sua caduta in disgrazia e le obiettive difficoltà dell’economia e della società italiana negli anni novanta, ridiedero il monopolio intellettuale al pessimismo e alla sua variante economica, il declinismo.

Berlusconi fa l’ottimista a oltranza, infischiandosene, e forse godendone, dell’ostracismo degli intellettuali italiani che, economisti in prima fila, trovano inconcepibile e di cattivo gusto lasciarsi andare a qualunque valutazione anche timidamente positiva su questo nostro paese – a parte il clima, la cucina e il design, naturalmente.

Siamo alle solite: passa il tempo, l’Italia è unita da 150 anni, ma continua a mancare quello che gli americani (che la possiedono) chiamano una narrativa condivisa del paese, compresa una narrativa economica.

Forse sbaglio, ma a me sembra che altrove ci si divida sulle scelte di politica economica, come è più che giusto che sia, ma non sui dati fondamentali alla base di quelle scelte. Non mi pare ci sia discussione negli Stati Uniti sull’andamento della bilancia dei pagamenti, dell’occupazione o della produttività.

Da noi invece c’è. Sull’occupazione si legge di tutto di più e siamo bravissimi nell’”interpretare” i dati dell’ISTAT-Eurostat. Sul commercio con l’estero e la competitività peggio ancora: quello è proprio il campo di battaglia di declinisti vs. ottimisti. And on and on and on.

Continuo a non capire molte cose. Ad esempio, se la produttività ristagna come mai non c’è una corrispondente perdita della nostra competitività internazionale? La quota italiana delle esportazioni mondiali di merci è quasi inalterata da decenni – un risultato eccellente, visto che se la quota cinese è quasi decuplicata tra il 1973 e il 2008, arrivando al 9%, altri le hanno fatto spazio, ovvero tutto il resto del G7 meno la Germania.

Per anni e anni si sono agitati scenari di crollo dell’unione monetaria predicati sulla nostra perdita di competitività. Ma, oltre al fatto che alla resa dei conti (e a giudizio dei mercati!) non siamo noi ma altri a minacciare la tenuta dell’euro, basta dare un’occhiata all’andamento delle bilance commerciali per vedere che un problema di competitività non è l’Italia ad averlo, visto che è praticamente in pareggio, ma paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna. O la Grecia.

Sul perché a noi italiani manchi persino la parte statistica di una narrativa economica condivisa, azzardo un’ipotesi. E questa è la grande incidenza (già, quanto grande?) dell’economia sommersa. Lì dentro cosa succede nessuno sa. Può appunto succedere di tutto, al punto da cambiare completamente di segno a fenomeni di cui misuriamo solo la parte emersa. Perché economia in nero non vuol dire solo criminalità, ma anche recuperi di margini di profitto, produttività e dunque competitività, attraverso l’evasione fiscale, magari parziale, in ambiti per altri aspetti legali.

Andrebbe fatto di più per esplorare questo ignoto economico e in ogni caso sarebbe un oggetto di discussione interessante per un convegno scientifico.

In definitiva è facile condividere l’agenda per il futuro dell’Italia proposta da Confindustria: riforme strutturali, alleggerimento della pressione fiscale, più risorse alla ricerca e all’innovazione. Non credo però che il declinismo sia una tattica capace di persuadere Silvio Berlusconi a fare riforme che non sembra essere realmente intenzionato a fare.


Commenti:

  1. Economie sommerse e criminalita' :inviato da Davide da Cremona il 26/04/2010

    "Perché economia in nero non vuol dire solo criminalità, ma anche recuperi di margini di profitto, produttività e dunque competitività, attraverso l’evasione fiscale, magari parziale, in ambiti per altri aspetti legali"

    Leggo con piacere le Sue riflessioni, mi permetto di aggiungere alcune considerazioni, prcisando che non si tratta di provocazioni ma di semplici riflessioni

    Mi riferisco allo stralcio qui sopra per affermare quella che appare un ovvietà, ossia che le economie di cui alle informazioni statistiche "mancanti", riferite agli aspetti che lei identifica per esclusione dagli ambiti di criminalità, quali illeciti in campo fiscale ad esempio, devono essere considerate "criminose" parimenti agli altri illeciti da lei definiti tali, in uno stato in cui vige principio di legalità e dotato di una strutturata normativa fiscale in vigore.
    Aggiungo ferma convinzione a tal riguardo, di come nel contesto socio-economico e culturale definito dalla nostra civiltà e dai sistemi ecomici affermati nella storia recente, che basano sulla moneta, sul denaro e sulla teoria del profitto le sorti economiche globali si possa affermare che tali illeciti siano tra i reati più gravi commessi e che lo stato che si ponga con attegiamento indolente nei confronti dei più gravi reati commessi in tale campo non fa che avallare taluni comportamenti e di conseguenza in qualche modo favorirli.

  2. Le voci sul declino sono un coro:inviato da tony il 30/04/2010

    Berlusconi e il suo governo negano numeri e fatti evidenziati non soltanto dalla Confindustria, ma dalla Banca d'Italia, dalla Commissione Europea. dall'FMI, dalla BCE... giusto per citare qualcuno.
    La produttività non è l'unico fattore che determina la competitività di un paese: si domandi perchè ormai troppi giovani debbano emigrare per trovare lavoro, quanto tempo è necessario per avviare un'impresa, la pressione fiscale sempre maggiore, il potere di acquisto dei salari sempre in diminuzione (tra i più bassi d'Europa), il debito pubblico svenduto da Tremorti (non ho sbagliato a digitare) in Cina, ....
    Vada a vedere perchè tecnologicamente siamo i primi al mondo nei rapporti con il fisco, mentre come infrastrutture telematiche siamo dietro alla Lituania.
    E cosa mi dice della ricerca ? Un misero 1% del pil.... Chieda al Dr. Pandolfi, italiano emigrato all'estero, se sogna di ritornare in Italia. E' questa, tra le altre cose, la competitività di un paese: attirare cervelli per produrre valore, investimenti.
    E non pagare bollette stratosferiche di energia, conti correnti bancari salatissimi rispetto alla media europea, proteggere lobbies come le assicurazioni o le caste dei politici, rinunciando alla meritocrazia.
    Quando mai, negli ultimi 60 anni, l'Italia ha avuto governi che hanno affrontato seriamente il problema delle politiche energetiche ?

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