L'immagine pubblica della UE nella crisi economica
di MARCO MONTANARI - pubblicato il 30/08/2009 in POLITICHE & CONGIUNTURAIn Europa uno dei tanti ambiti in cui l’attuale crisi economica può esercitare un effetto è l’immagine dell’UE presso l’opinione pubblica. In luglio la Commissione europea ha pubblicato due sondaggi che forniscono alcuni spunti interessanti su questo tema: la tradizionale indagine semestrale di Eurobarometro e un sondaggio speciale su “Occupazione e Politica Sociale”.
Il dato più evidente è una crescita della fiducia degli europei nelle istituzioni nazionali (Governo e Parlamento) accompagnata da un contemporaneo calo di fiducia in quelle comunitarie (Commissione e Parlamento Europeo). L’opinione pubblica sembra quindi premiare l’attivismo dei governi nazionali e punire un presunto immobilismo dell’UE.
Eppure, parafrasando Cocciante, le istituzioni comunitarie non sono state ferme con le mani nelle mani, ma hanno fatto quello che potevano in base alle attuali regole di bilancio e ai loro limitati poteri in materia di coordinamento delle politiche fiscali.
L’UE ha lanciato già nel dicembre scorso lo European Economic Recovery Plan, un piano di rilancio economico pari all’1,5% del PIL dell’Unione, di cui circa un quinto (30 miliardi di euro) a carico delle finanze comunitarie. Evidentemente i cittadini notano gli interventi nazionali - ad esempio, i sussidi a favore di specifici settori industriali - ma non quelli comunitari, tanto che solo il 24% ritiene che l’UE giochi un ruolo positivo nella lotta contro la disoccupazione.
In questo campo, per rendere più veloce e tempestiva l’esecuzione di progetti per l’occupazione, la Commissione europea ha proposto poche settimane fa la possibilità di sospendere fino alla fine del 2010 il cofinanziamento nazionale normalmente richiesto per gli interventi del Fondo Sociale Europeo, che quindi sarebbero rimborsati al 100% dall’UE. Misura molto utile sul piano economico ma di scarso impatto sull’immagine dell’UE se oggi solo il 33% degli europei dichiara di avere sentito parlare del Fondo Sociale.
E l’Italia? Nel nostro paese il livello di conoscenza dell’attività dell’UE appare particolarmente basso, ma soprattutto è ormai definitivamente crollato il mito dell’europeismo dell’opinione pubblica italiana.
In passato nel nostro paese prevaleva l'idea che "ciò che è buono per l'Europa è buono per l'Italia", ma adesso non è più così, anche se pochi sembrano rendersene conto. Negli ultimi anni l'UE è diventata sempre più un capro espiatorio a cui attribuire genericamente la responsabilità per vari fenomeni percepiti da larga parte dell'opinione pubblica, come l'aumento dei prezzi di molti beni e servizi dopo l’introduzione dell’euro, la forte crescita dell'immigrazione o il pericolo della concorrenza della Cina per la nostra struttura produttiva.
Un dato su tutti: attualmente, solo il 43% degli italiani ritiene che l'appartenenza all'UE abbia portato dei benefici al nostro paese, contro una media europea del 55% (solo britannici, ungheresi, lettoni e bulgari sono più euroscettici di noi). Per dare un’idea del cambiamento di opinione, osserviamo che questa percentuale era del 70% quando fu introdotto l’euro nel 2002.
Osservando questa situazione viene da chiedersi: che cosa sarebbe successo se in Italia fosse stato possibile sottoporre a referendum il Trattato di Lisbona? Ovviamente nessuno può fornire una risposta certa, ma personalmente mi sento di ringraziare i nostri padri costituenti che vietarono i referendum sui trattati internazionali.




