I costi standard, un vero impegno per il governo Monti

di ETTORE JORIO - pubblicato il 24/01/2012 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Il governo presieduto dal prof. Monti, di qui a poco, dovrà superare uno dei suoi più importanti esami: la determinazione dei costi standard, differenziati per singola area di intervento.

Quanto ai provvedimenti già licenziati dal precedente Governo, necessiterà intervenire sulla formulazione valoriale dei costi standard della sanità - ma anche su quelli del sociale e dei costi amministrativi sull’istruzione a tutt’oggi del tutto privi di riferimenti normativi, così come quelli in conto capitale inerenti il trasporto pubblico locale - appena accennati nel d.lgs. 68/11, limitatamente alla formula finalizzata a determinarli tenendo conto delle diverse perfomance assistenziali regionali. Lo stesso decreto attuativo che ha disciplinato i criteri di massima del prossimo ordinamento finanziario regionale e provinciale (rectius, di quello che rimarrà di quest’ultimo).
 
Allo stesso modo andrà disciplinato, nel dettaglio, il sistema perequativo nella sua interezza, appena annunciato nei provvedimenti in essere, sì da renderlo concretamente funzionante per l’appuntamento prefigurato legislativamente per il suo esordio a regime.
 
Come detto, ci vorrà un impegno notevole del Governo in carica per pervenire ad una corretta determinazione del costo standard riferito alla sanità (l’unico individuato quanto al percorso di determinazione del relativo benchmark da tenere a riferimento per le singole regioni), attese anche le legittime aspettative che si nutrono nei suoi confronti per essere stato, nelle due trascorse legislature, ampiamente propagandato come strumento ideale per ridurre e ottimizzare la spesa destinata alla salute dei cittadini. Esso, infatti, è stato idealizzato per costituire il costo realisticamente efficiente per unità convenzionale del prodotto salutare (ovverosia per somma di prestazioni essenziali esigibili, tanto da distinguerlo dalla mera tariffa relativa ai singoli interventi individuati nei Lea), differenziato per le tre macroaree prestazionali (prevenzione, territoriale e ospedaliera), corrispondenti agli omologhi livelli  assistenziali.
 
Uno step, questo, che è da ritenersi fondamentale per la politica governativa, in quanto inteso a formalizzare la monetizzazione dell’unità di misura economica cui le singole regioni dovranno fare riferimento e uniformare il loro governo della spesa caratteristica - con i dovuti distinguo dettati per la formulazione del loro fabbisogno standard - per assicurare alle loro popolazioni i livelli essenziali di assistenza, pretesi dalla Costituzione.
 
Un’altrettanta attenzione dovrà essere, di conseguenza, riservata alle variabili destinate a determinare il quantum che rappresenterà il valore, presunto iuris et de iure, che sarà reso concretamente disponibile alle diverse popolazioni regionali per far sì che le stesse si rendano correttamente destinatarie dei diritti sociali, in termini di esigibilità del diritto alla salute. Quel quantum assoluto che, nell’insieme economico-finanziario in godimento delle regioni beneficiarie, determinerà il finanziamento aggregato destinato a produrre la salute nel Paese, corrispondente al fabbisogno nazionale (rectius, una sorta di rinnovato fondo sanitario nazionale).
 
Al riguardo, sono apparsi e appaiono insufficienti i correttivi - usati peraltro sino ad oggi - fondati sulla età anagrafica degli assistibili, funzionali a garantire una maggiore economia disponibile in favore dei cittadini più anziani.

Una tale tipologia di correttivo - tanto stantio quanto inadeguato per essere stato causa, negli anni, di una assistenza spesso inappropriata e di un debito consolidato oltre misura - è da ritenersi per nulla soddisfacente, in considerazione delle differenze “di partenza” esistenti tra i diversi territori in termini di patrimonio strutturale/tecnologico e di fabbisogno epidemiologico, elevatissime in alcune zone del Mezzogiorno perché direttamente dipendenti dalla deprivazione socio-economica, che caratterizza le diverse realtà regionali delle quali si compone il sistema nazione. Dalla loro corretta e attualizzata determinazione e, quindi, dalla loro traduzione in indici, applicabili nella fase di (ri)determinazione del quantum necessario a garantire la salute sostanziale, dipenderà l’esito favorevole del federalismo fiscale e, con esso, una organizzazione sanitaria efficacemente diffusa all’insegna dell’unità della Repubblica.  
 
Proprio per l’importanza che riveste, in termini di ricaduta assistenziale, il percorso di produttività valoriale del binomio costo/fabbisogno standard, occorrerebbe fare tesoro, oggi più che mai, di tutti gli studi e gli strumenti allo stato disponibili, propedeutici a cristallizzare lo status quo delle condizioni di vita reale dei cittadini, suddivisi per residenza e, quindi, per regioni. Ma anche di stimolarne degli altri che ricerchino quelle verità senza le quali il federalismo fiscale diventerà uno strumento di insuccesso, più di quanto lo sia stato nel tempo l’attuale disciplina di finanziamento della salute.

L’ultima indagine sulla qualità della vita nelle province italiane, giunta alla sua tredicesima edizione, eseguita, con riferimento al 2010, dal Dipartimento di analisi economiche e sociali dell’Università della Sapienza di Roma, ha messo in rilievo i punti di estrema debolezza di alcune aree rispetto al resto del Paese.

Tra tutti, quelli riferiti al disagio sociale e al sistema salute che, se ben analizzati, forniscono informazioni utilissime a comprendere la necessità di pervenire a specifici indici di deprivazione socio-economica da prendere ineludibilmente in considerazione nella determinazione dei valori cui è destinato il percorso del costo/fabbisogno standard caratteristico, solo che si voglia unire il Paese all’insegna del miglioramento dei servizi salutari e dell’uguaglianza sostanziale.
 
E’, infatti, emerso un malessere sociale, predominante nelle aree del sud, che non ha eguali, vissuto in rapporto allo stato di non fungibilità del relativo sistema a rendersi via via garante in termini di soddisfazione dei diritti di cittadinanza.
 
I fattori che più hanno determinato il risultato della più attuale indagine socio-economica (curata da Alessandro Polli, Chiara D’Orazio e Martha Stagno), impongono una rivisitazione dei parametri utili a rendere idonee le risorse nelle regioni più deboli, ma anche ad intervenire seriamente in loro favore in termini di perequazione infrastrutturale. A proposito di quest’ultima, sarebbe il caso che le regioni si assumessero l’onere di elaborare subito, per produrlo poi in sede governativa, il loro relativo fabbisogno.

Un modo, questo, per rivendicare correttamente i necessari interventi perequativi destinati all’indispensabile ammodernamento strumentale, funzionale a produrre una migliore salute. Sarà così possibile alle regioni più povere, in termini di patrimonio produttivo, di mettersi finalmente alla pari di quelle più ricche, quanto a strutture e tecnologie.
 
Non ultimo, occorrerà che il nuovo Governo riservi più di un pensiero al debito pregresso da dovere necessariamente condividere, solidariamente, nel percorso di ripianamento, altrimenti ostativo nel rendere uguali le realtà regionali più indebitate ai blocchi di partenza.

Da ultimo, diventa indispensabile elaborare previsioni legislative utili a rendere, altresì, virtuosa anche la spesa pubblica centralizzata, anche in una ottica che privilegi la corretta attuazione dell’oramai prossimo dettato costituzionale che imporrà il pareggio di bilancio.

Un principio ineludibile solo che si voglia portare a buon fine il relativo processo di responsabilità, condiviso dalla collettività nazionale, costretta a sopportare regionalmente, in modo ovviamente discriminato, un peso economico direttamente dipendente e proporzionato al mal governo territoriale di sua stretta competenza.
 
Fino a quando il tema della responsabilità sulla spesa non coinvolgerà l’intera Repubblica, tutto apparirà frammentariamente e precariamente realizzato.

Ben vengano, quindi, nel segno dell’equità, i costi standard cui doverosamente sottoporre la correttezza della spesa afferente la componente burocratica statale, altrettanto fuori misura.


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