Dopo Fukushima: sulla non mitigabilità del rischio nucleare

di FLAVIO GATTARI - pubblicato il 19/04/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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 L’incidente alla centrale nucleare giapponese di Fukushima spinge a molte possibili considerazioni sul futuro dell’energia nucleare. Fra queste a mio avviso ne emergono soprattutto due.

La prima è che un paese fortemente sismico non dovrebbe avere un programma nucleare. Non credo ci sia un solo giapponese in questo momento che non desideri fortemente che le decine di centrali situate nella sua bersagliata nazione scompaiano come per incanto e che non sia disposto a succhiare allegramente energia da qualche mammella petrolifera pur di sottrarsi a quello che gli deve apparire come un incubo: l’attesa della prossima emergenza nucleare conseguente al prossimo grosso sisma.

Forte sismicità e impianti nucleari non vanno d’accordo, prendiamone atto: del resto i paesi fortemente sismici, nel mondo, non sono poi così tanti, e se ne dovrebbero fare una ragione. Quindi in Cile non dovrebbero esserci impianti nucleari, in Messico niente centrali, nella cintura dal Caucaso fino alla Cina centrale niente impianti, in California, Giappone - e in ITALIA - very sorry, ma niente centrali.

D’altro canto, le caratteristiche geodinamiche di un paese non sono colpa sua né del suo governo, fanno parte del connotato nazionale verso il quale un governo dotato di lungimiranza e buonsenso deve strutturare le adeguate strategie. L’Austria non pretende certo di vivere di pesca, e la Finlandia non basa tutta la propria economia sulla frutticoltura. Quindi, visto che per una strana ironia geologica i paesi sismici di solito sono anche poveri di petrolio, così come l’Austria importerà pesce e la Finlandia frutta, l’Italia, il Cile, il Giappone importeranno l’energia che non riescono a produrre con l’idroelettrico o le fonti alternative. E così sia.

Passiamo alla seconda considerazione. Il nucleare è sì rischioso, ma quale tecnologia è a zero rischi? Non si rinuncia certo a costruire e a utilizzare aerei perché c’è il rischio che precipitino, né a realizzare impianti chimici per paura di nubi tossiche. Il rischio è connesso alla tecnologia, il progresso non può essere frenato dalla paura, se avessimo rinunciato a costruire locomotive per paura che esplodesse la caldaia, saremmo ancora all’età della carrozza. Giusto.

Ma i rischi che l’uomo si è trovato a fronteggiare nell’adozione di scelte tecnologiche erano e sono largamente prefigurabili, circoscrivibili, simulabili, in una parola (il termine tecnico di chi si occupa di rischio) mitigabili. Se si decide di costruire una diga in un vallone, si può stilare con una certa precisione lo scenario connesso al rischio peggiore, si può arrivare a dire che se la diga crollasse spazzerebbe via tre centri abitati e causerebbe seimila morti. E farebbe mancare l’energia elettrica per un mese. E causerebbe l’interruzione delle vie di comunicazione per sei mesi. E così via. Con precisione, con rigore, si può quindi impostare la strategia di mitigazione del rischio e le misure di assessment post-evento.

Con l’energia nucleare questo non è possibile. Il rischio connesso non è mitigabile: lo scenario post-evento non è prevedibile, tende a sfuggire di mano, ha una perversa tendenza all’escalation, parametri come durata dell’evento, area di interesse, popolazione colpita, non sono circoscrivibili. Sull’evoluzione dell’evento di Fukushima gli esperti balbettano: ci sarà la fusione? la temperatura diminuirà? le acque saranno contaminate? esploderà? collasserà? la nube andrà di là? o verrà di qua?

Questa caratteristica, a pensarci bene, è peculiare della sola tecnologia nucleare, di nessun altra, e fa la differenza. Parliamoci chiaro, il terremoto è una catastrofe devastante, in Giappone ha causato decine di migliaia di morti, ha azzerato infrastrutture, ha sconvolto un’intera nazione: ma, se ci fosse stato solamente il terremoto, pur nella sua tragicità, il paese si troverebbe ora a organizzare la ricostruzione, a strutturare la rinascita. In poche parole, si troverebbe a gestire il post-evento. Invece, sono ancora nel durante. Sono ancora nel pieno dell’evento, un evento di emergenza nucleare. E chissà per quanto lo saranno, a Chernobyl sono ancora nel durante e sono passati venticinque anni.

La non mitigabilità del rischio nucleare è purtroppo cosa nota. Infatti, non a caso, quando si parla di sicurezza nucleare si intende esclusivamente la prevenzione. Nessuno, MAI, parla della mitigazione. Ci si dilunga a elencare i mille e più splendidi motivi per i quali un evento catastrofico non potrà mai avvenire, o le risibili probabilità che avvenga. Ma mai, ripeto mai, si parla di quello che avverrebbe in caso di evento catastrofico, quali sarebbero le strategie di mitigazione, la gestione del post-evento. Meglio non parlarne, perché non si saprebbe cosa dire; e si manifesterebbe, in tutta la sua evidenza, l’equazione che vale sempre: rischio non mitigabile = rischio non accettabile.


Commenti:

  1. Disarmante:inviato da Crazy Diamond il 19/04/2011

    Salve,

    avrebbe un'ipotesi sul motivo per il quale due osservazioni apparentemente semplici, almeno a giudicare da come le presenta sul suo articolo, non solo non si ascoltano mai dal mondo politico, ma, cosa secondo me estremamente più grave, sono raramente oggetto di riflessioni sui giornali e nelle trasmissioni televisive?

    Lo trovo personalmente disarmante.

  2. Dibattiamo, senza pregiudizi:inviato da Sempliciotto il 19/04/2011

    Salve, grazie dell'articolo, credo il dibattito sia una cosa fondamentale per la crescita culturale di tutti noi.
    A tal proposito, due piccole osservazioni.
    Il suo primo concetto è 'di pancia' largamente condivisibile, anche se, essendo lei un geologo, ci può insegnare che terremoti della magnitudo 7 non possono avvenire in Italia, esattamente per le caratteristiche geodinamiche locali. Inoltre, su 11 centrali funzionanti in Giappone l'unica seriamente danneggiata è stata un obsoleta (progettata negli anni 50, di II generazione, già in via di dismissione), e fondamentalmente non a causa del terremoto ma dello tzunami (che non avrebbe fatti danni sulle centrali di III o IV generazione).
    Riguardo il secondo punto, sui concetti di mitigabilità e gestione del rischio.... anche per il nucleare questi due concetti sono ampiamente in uso, e -come opinione comune della comunica scientifica- molto più solidi di quelli in uso per impianti chimici (esempio: la tracciabilità e l'interazione degli agenti chimici con l'ambiente circonstante è molto meno 'ipotizzabile' e quindi 'mitigabile' della diffuzione di radioisotopi nucleari....)

    Un saluto
    Andrea

  3. mitigabilita' ed emotivita':inviato da Carno Polo il 19/04/2011

    L'unica cosa che non sia mitigabile, quando di parla di energia nucleare, è l'emotività di tanti che vi si oppongono. Dice bene Andrea qui sopra: se facessimo dei calcoli a mente fredda sui fattori di rischio, sulla base della performance degli ultimi decenni, il nucleare non ne uscirebbe affatto male paragonato alle alternative plausibili. Il discorso importante è da farsi sui costi, come ha fatto Marco De Andreis su Crusoe, e sui costi si potrebbe e dovrebbe discutere. Le risposte non sarebbero facili, e tantomeno scontate. Invece prevale l'emotività attizzata dall'incidente, se non il piccolo calcolo politico di breve termine, come ha fatto il governo italiano adesso per paura degli elettori. Buffo che Chernobyl e Fukushima siano capitati proprio alla vigilia di importanti referendum in Italia. E allora continueremo ad ammalarci di polveri sottili e biossido di carbonio, ad importare idrocarburi e comunque ad accollarci il rischio delle decine di centrali nucleari dei nostri vicini. Amen.

  4. RISPOSTA AL COMMENTO N. 2:inviato da Flavio il 21/04/2011

    Non ne farei una questione di magnitudo. Il concetto è che un paese fortemente sismico è già destinato, per natura, a fronteggiare con periodicità delle emergenze di grande portata; in caso di presenza di centrali nucleari sul suo territorio, lo si espone all’eventualità (non troppo remota) di sommare, in tali circostanze, un ulteriore grave livello di emergenza e criticità. Criticità da gestire, magari, con infrastrutture compromesse. Il punto è quindi valutare l’opportunità di creare le condizioni per una tale sovrapposizione di rischi. Riguardo al paragone fra il rischio chimico e quello nucleare, i modelli di diffusione degli inquinanti in atmosfera relativamente al rischio chimico forniscono risultati di ricaduta applicabili a scala locale, al massimo regionale; nel caso nucleare si raggiunge non solo la scala transnazionale, ma quella transcontinentale. Il fatto che tale ricaduta sia maggiormente tracciabile mi sembra, a dire il vero, una magra consolazione.

  5. RISPOSTA AL COMMENTO N. 3:inviato da Flavio il 21/04/2011

    Sta ad ognuno di noi valutare quale grado di “performance” assegnare al rate di un grave evento di emergenza ogni 27 anni. “Grave evento”, poi? Chernobyl si è guadagnata universalmente l’appellativo di “catastrofe”, speriamo Fukushima non sia sulla stessa strada.
    Mi permetto di provare un piccolo brivido leggendo che il discorso principale da fare sarebbe quello sui costi. Nel processo decisionale le valutazioni economiche sono solamente una delle componenti, spesso non quella principale o quella decisiva: etica, politica,... e perché no sostenibilità giocano il ruolo preponderante, specialmente in decisioni di questo tipo.
    Su una cosa concordo: è veramente buffa la coincidenza chernobyl-referendum italiano fukushima-referendum italiano. Un mio amico napoletano direbbe: ma portassimo jella?

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