Deutschland über alles
di MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 07/09/2010 in POLITICHE & CONGIUNTURA
Germania, Germania, non si parla d’altro. È il fulcro del gossip politico-economico di quest’estate che s’avvia a finire. Qualche giorno fa, il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha affermato senza mezzi termini: «Per crescere l'Italia segua l'esempio della Germania». Dietro di lui, a ruota, sono arrivati Mario Monti e Francesco Giavazzi, tutti e due sul Corriere della Sera a sostenere la stessa cosa: l’Italia cresce troppo poco, ispiriamoci ai tedeschi.
Insomma proprio la Germania, il paese considerato da tutti nell’ultimo decennio il basket case, l’esempio negativo, quanto a crescita economica tra i paesi ricchi è di colpo diventato il modello cui ispirarsi. Quanto siamo provinciali.
Scrive Giavazzi:“Nei dieci anni prima della crisi il reddito pro capite italiano è cresciuto un punto all’anno meno che in Germania; durante la crisi è caduto di oltre 6 punti, a fronte del -3,7 tedesco”.
Questi sono i dati di Eurostat sul PIL per abitante a parità di potere d'acquisto nell'UE: fatto 100 l’anno 2000, nel 2007 la Germania era a 127, l’Italia a 116 – credo che è a questo che si riferisca Giavazzi. Ma è un risultato dovuto, in parte alla minore crescita demografica (+0,2%, contro il +3,8% dell’Italia) e in parte alla più bassa inflazione rispetto all’Italia nello stesso periodo.
Per quanto riguarda la crescita reale del PIL nuda e cruda il risultato della Germania rispetto all’Italia è assai meno esaltante: fatto 100 il 1997, nel 2007 la Germania era 117,3, l’Italia era 115,5. Big deal. Insomma, se proprio dovessimo prendere esempi di crescita faremmo bene a guardare altrove. Anche dentro il nostro continente: la media UE nel 2007 aveva toccato 128.
Per quanto riguarda il crollo “durante la crisi”, Giavazzi fa la somma algebrica dei tassi di crescita del PIL del 2008 e 2009. Perché? Perché se per la crisi prendeva il solo 2009, come fanno tutti, la differenza con l’Italia era trascurabile, mentre sommando il 2008 (negativo per l’Italia, positivo per la Germania) la differenza diventa allarmante.
Morale numero uno: sembra proprio che in Italia non si possa discutere di politica economica senza allarmarsi, stracciarsi le vesti e prendere a modello una volta questo e una volta quello. Adesso è la Germania, ma in tempi recenti abbiamo avuto di tutto, persino la Spagna e la Grecia!
Morale numero due: se c’è qualcosa da prendere a esempio dalla Germania è la più contenuta dinamica dei prezzi. Ottenuta come? Con qualche riforma strutturale più che in Italia, probabilmente – anche se la Germania non è mai stata all’avanguardia di alcuna deregulation. Ma di certo attraverso la moderazione salariale. Dunque una volta tanto a imitare i tedeschi dovrebbe essere non tanto il governo, quanto piuttosto le parti sociali, sindacati in testa.
Se a qualcuno interessa un dibattito più equilibrato sulla recente performance dell’economia tedesca, consiglio l’Economist: What explains the strength of the German recovery?. Ci sono ottimi, brevi interventi di Harold James, Carmen e Vincent Reinhart, Alberto Alesina, Scott Summer e Beatrice Weder. In particolare l’ultimo, quello della Weder, forse perché viene dall’interno della Germania medesima, mi è sembrato un modello di sensatezza e sobrietà.
Dunque c’è da sperare che i discreti risultati della congiuntura economica non vengano sopravvalutati, finendo per alimentare una certa hubris che i cittadini e il governo tedeschi hanno manifestato nei confronti del resto d’Europa e del processo di integrazione europea nella prima metà dell’anno, nel corso della prolungata crisi del debito sovrano di alcuni paesi dell’euro.
Il mese scorso, George Soros ha pubblicato sulla New York Review of Books un articolo durissimo nei confronti della Germania dal titolo The Crisis & the Euro in cui ha scritto senza mezzi termini che “Qualcosa è andata fondamentalmente per il verso storto nell’atteggiamento della Germania verso l’Unione europea”.
Soros sostiene che i tedeschi sapevano perfettamente, al momento della sua creazione, che l’Unione monetaria per durare aveva bisogno dell’Unione politica e che adesso non possono dare a credere che basti il rigore nella finanza pubblica degli Stati membri per tenere insieme il tutto. Il ristagno economico o la depressione possono portare, secondo Soros, a un’esplosione di xenofobia e nazionalismo che “potrebbe minare la democrazia e paralizzare o persino distruggere l’Unione europea”.
“Se questo accadesse, la Germania ne porterebbe la responsabilità maggiore perché in quanto paese economicamente più forte è anche quello decisivo. Insistendo con politiche pro-cicliche, la Germania sta mettendo in pericolo l’Unione europea. Mi rendo conto che è un’accusa grave, ma temo che sia anche giustificata”.
A parziale ridimensionamento delle tesi di Soros, va anche detto che dopo aver a lungo esitato, alla fine il governo tedesco, in quel lungo weekend del 7-9 maggio di quest’anno, ha deciso di gettare tutto il suo peso, economico e politico, nel salvataggio dell’euro.
A leggere l’interessantissimo paper (Why Germany fell out of love with Europe) scritto dal giornalista tedesco Wolfgang Proissi per il think tank Bruegel qui e là ci si rincuora. Ad esempio quando l’autore ricorda che l’argomento usato dal capo economista della BCE, Jürgen Stark, per giustificare i 750 miliardi di euro del fondo di stabilizzazione europeo era di natura essenzialmente politica “Chiunque mette in discussione l’euro, mette in discussione l’integrazione europea – ha dichiarato Stark. “L’alternativa è ricadere nella logica dello Stato nazione con tutte le esperienze e le conseguenze negative della prima metà del ventesimo secolo”. La stessa Angela Merkel, nel difendere l’istituzione del fondo al Bundestag dichiarava: ”Se fallisce l’euro, tutta l’Europa fallisce”.
Resta tuttavia il fatto che l’opinione pubblica ha manifestato chiari segni di fastidio verso il salvataggio della Grecia e che l’élite politica corrente è molto più titubante, rispetto a quella della generazione precedente, nell’anteporre l’Europa a tutto il resto. Resta il fatto, appunto, che la Germania, se proprio non si è ancora disamorata dell’Europa, certo rischia di farlo.
Non siamo nemmeno fortunati per quanto riguarda gli interlocutori. Una delle parti più sfiziose del paper di Proissi è quando l’autore si dilunga sulle incompatibilità caratteriali tra Angela Merkel e il presidente francese, Nicolas Sarkozy. L’alchimia personale tra i leader di Germania e Francia ha avuto un enorme peso nel processo di integrazione europea e la sua mancanza, oggi, spiega parecchie delle difficoltà che tale integrazione sta attraversando.
E gli altri? Gli altri non esistono. O meglio, sono presi da ben altre faccende – come ad esempio i governi di Italia e Spagna. È un disastro perché non curando i maggiori paesi dell’euro-zona quanto dovrebbero l’interlocuzione con la Merkel si rischia che il cancelliere si rivolga a Londra, dove invece c’è un governo che l’integrazione politica dell’Europa la vede come il fumo negli occhi.




