Autoflagellazioni: contro la recessione ancora restrizioni fiscali

di STEFANO FANTACONE - pubblicato il 19/07/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA
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Mi dispiace, ma non riesco a “farmi persuaso” che dalla più grande recessione degli ultimi ottant’anni si debba uscire attraverso una restrizione fiscale, tra l’altro particolarmente severa.

 

Non mi dilungherò sul fatto che il rafforzamento della manovra correttiva non abbia tranquillizzato mercati che seguono comportamenti destabilizzanti e che, negli anni passati, sono venuti meno al loro compito, allocando in modo assai inefficiente le risorse. Guido Tabellini – il cui curriculum teorico è molto distante da qualsiasi posizione anti-mercatista - ha efficacemente spiegato quanto sia malfondata l’idea di utilizzare i mercati finanziari per indurre i Paesi dell’area Euro a tenere i conti in ordine.

 

Da parte mia vorrei ricordare come, all’indomani della crisi finanziaria, le politiche di bilancio abbiano svolto un fondamentale ruolo di stabilizzazione del ciclo economico. Già perché, se i bilanci pubblici non si fossero fatti carico delle perdite di banche e istituzioni finanziarie, avremmo assistito all’implosione del sistema e oggi non saremmo qui a scrivere i nostri commenti ma per strada a mendicare un pezzo di pane per noi e i nostri figli (ricordate la grande depressione degli anni Trenta?!).

 

La responsabilità di avere riportato sul banco degli imputati le politiche di bilancio è senza dubbio delle autorità del “governo europeo”. Le insufficienze e gli effetti controproducenti delle decisioni prese in sede europea meriterebbero un amaro commento, che potrà essere svolto in altro momento. Qui vorrei soffermarmi sul perché l’Italia sia scivolata nella situazione turbolenta di questi giorni. Credo che siano stati compiuti tre errori: di comunicazione, di “benevola ostinazione”, di impostazione. Li propongo in quest’ordine alla discussione.

 

Il vero paradosso delle vicende odierne è che tutta l’attenzione si concentra sul lontano 2014; l’orizzonte più breve è improvvisamente scomparso dalla discussione. Ed è un peccato, perché se ci si concentrasse invece sul biennio 2011-2012, si scoprirebbe che i conti pubblici del nostro paese sono sostanzialmente sotto controllo e che vi è un’elevata probabilità di realizzare gli obiettivi già da tempo fissati. E ben più facile sarebbe rivendicare i risultati già conseguiti nel 2010, del tutto straordinari nella prospettiva storica, dal momento che, per la prima volta, la spesa pubblica è diminuita in valore assoluto (-0,5%) e non solo in termini reali o in quota di Pil. Mentre, obiettivamente, cosa possa succedere nel 2014 nessuno lo sa, tanto più in considerazione del fatto che la grande recessione ha interrotto i trend di sviluppo precedenti. In sostanza ci si è presentati davanti ai mercati scambiando il certo - i buoni risultati ottenuti nel 2010 e attesi per il 2011-12- con l’incerto – il pareggio di bilancio nel 2014. Un errore di cui portano evidente responsabilità le autorità europee, che hanno schiacciato le valutazioni del mercato sul momento a noi meno favorevole e che per questo ci hanno fortemente penalizzato

 

Veniamo all’errore che mi permetto di definire di “benevola ostinazione”. Molti commenti alla manovra hanno lamentato il fatto che le correzioni riguardassero solo il biennio 2013-2014, leggendo in questo un tentativo di rinviare nel tempo il momento della correzione. Chi ha commentato così ha la memoria corta. Dall’inizio della corrente legislatura, l’impostazione della manovra di bilancio è infatti mutata radicalmente ed è ora basata su una regola di anticipo all’interno di un orizzonte pluriennale. Così, col dl 112/2008, sono stati introdotti nella legislazione vigente le correzioni agli andamenti tendenziali di finanza pubblica per gli anni 2009-2010; col dl 78/2010 sono state adottate le misure relative al biennio 2011-12; coerentemente, col dl 98/2011 si interviene sugli anni 2013-14. Come si evidenzia nella tabella, questo insieme di interventi apporta agli andamenti tendenziali del bilancio pubblico una correzione complessiva superiore a 105 miliardi di euro. Per il 2011 e il 2012, la correzione cumulata già iscritta nella legislazione vigente è pari, rispettivamente, a 45 e 63 miliardi di euro.  

 

 



Dunque nessun rinvio sine die della correzione, ma solo la prosecuzione di una strategia impostata in avvio di legislatura. Proprio qui sta, tuttavia, l’errore di ostinazione. Il 2014 cadrà infatti sotto la nuova legislatura e l’attuale governo non ha, in linea di principio, diritto a intervenire su di essa. Certo, i provvedimenti scritti oggi costituiranno legislatura vigente nel 2014, ma è ovvio che il nuovo governo -di qualsiasi colore esso sia- difficilmente accetterà di non reimpostare la manovra di bilancio, secondo le proprie preferenze. In altre parole, la coerenza rispetto a un’impostazione adottata a inizio legislatura ha portato l’attuale governo a prendere decisioni per un periodo futuro che non è di sua competenza. Ne discende un problema di incoerenza temporale e di credibilità della manovra. Anche da questo punto di vista, concentrare l’attenzione sul 2014 non sembra essere stata una scelta felice.

 

Veniamo infine all’errore di impostazione. Non poca sorpresa suscita la decisione di affidare alla delega fiscale una parte consistente della correzione, per un ammontare di circa 20 miliardi. Era sembrato di capire, infatti, che la riforma del fisco dovesse avere come obiettivo una ripartizione più equa del carico tributario, a parità di gettito per il bilancio pubblico. Ci si dice invece ora che la riforma dovrà fornire copertura alla manovra e che essa comporterà, dunque, un aumento della pressione fiscale. Una scelta che produce effetti perversi, perché annuncia che la riduzione della spesa non si tradurrà, in futuro, in un abbassamento della pressione fiscale. Vengono vanificati, in tal modo, i meccanismi che consentirebbero di tradurre la correzione della spesa in un’accelerazione della crescita. Di certo, viene stravolta l’impostazione della manovra, che ora fa affidamento per circa il 60 per cento a un aumento delle entrate (28,8 miliardi, vedi tabella), mentre la riduzione delle spese viene quantificata in circa 20 miliardi. 

 

 



Anche ammettendo che le mie osservazioni abbiano una qualche utilità, si potrebbe ritenere che i mercati vengano prima o poi riportati all’ordine e che, dunque, dal punto di vista del benessere dei cittadini, il saldo netto della manovra sia comunque positivo. Ma è davvero così? O dobbiamo piuttosto temere che tanta austerità, imposta in un momento in cui l’economia fatica molto a creare redditi, aumenti le probabilità di una ricaduta dei saggi di crescita in territorio negativo? Che, dunque, presto torneranno a manifestarsi timori, più o meno fondati, in merito alla sostenibilità delle nostre finanze pubbliche? E non sarebbe questo l’effetto ovvio di una restrizione fiscale in recessione?


Errata corrige: l'articolo ha subito sostanziali modifiche dalla versione apparsa il 17 luglio 2011; ci scusiamo con i lettori perlo spiacevole inconveniente
 


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