Aspettando le politiche pubbliche per il Sud
di ALFREDO MACCHIATI - pubblicato il 08/09/2009 in POLITICHE & CONGIUNTURA
Proprio nelle settimane in cui la discussione sulla politica economica del governo per il Mezzogiorno era particolarmente intensa, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio molto ampio e interessante che ricostruisce puntualmente teorie e fatti dell’intervento pubblico nel Sud nell’ultimo decennio.
- Il Sud ha recuperato leggermente il divario rispetto al Nord, divario che alla metà degli anni ottanta era particolarmente elevato; tuttavia, a differenza delle altre regioni in ritardo di sviluppo in Germania e Spagna, non recupera terreno rispetto alla crescita media dell’UE.
- La politica economica regionale inaugurata nel 1998 faceva leva soprattutto sullo sviluppo delle relazioni fiduciarie fra soggetti pubblici e privati e sul ruolo degli agenti locali; veniva però trascurato, aggiungo, il fatto che amministratori e funzionari di nomina politica non sempre pensano al bene pubblico ma a “ricompensare” chi li ha sostenuti.
- Gli strumenti utilizzati erano soprattutto incentivi al capitale, al lavoro, fiscali; di forme di agevolazione il ministero per lo Sviluppo Economico ne ha censite quasi 850; la loro efficacia è stata però modesta, come evidenziato da numerosi studi econometrici e gli effetti più generali negativi: “moltiplicazione dei passaggi burocratici e delle reti clientelari con un vasto spreco di risorse pubbliche”.
- La dimensione nazionale di alcuni problemi, come qualità dell’Amministrazione, giustizia e istruzione che presentano al Sud rilevanti livelli di criticità, “ha condizionato non poco l’efficacia della politica regionale”. La criminalità organizzata è uno di questi problemi : “ altera le condizioni di concorrenza , si infiltra nelle amministrazioni pubbliche(…), favorisce il diffondersi di una cultura dell’illegalità, ostacola la formazione di capitale sociale (…)”
Sarebbe stato opportuno che lo studio avesse approfondito questo ultimo punto. E’ infatti stato un errore grave di quella politica regionale sia affidare le ingenti risorse finanziarie alle amministrazioni locali, troppo spesso infiltrate dalla malavita organizzata, sia sottovalutare la capacità della criminalità di piegare quella politica ai propri fini e addirittura di trarne vantaggio.
E qui vorrei citare un episodio emblematico che si ritrova nelle pagine della Relazione annuale sull’ndrangheta della Commissione Parlamentare sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa del febbraio 2008: il vice sindaco del comune di Seminara, Battaglia (già sindaco al tempo del primo scioglimento dell’amministrazione comunale nel 1991) il 17 novembre 2007 finisce in carcere sulla base di diversi elementi investigativi, con l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso. Bene, il signor Battaglia, secondo la Relazione parlamentare era “presidente del Consorzio intercomunale “Impegno giovani” che avrebbe il compito della diffusione della cultura della legalità nelle scuole, con un fondo di 850 mila euro tratti dal Pon – sicurezza”.
Dall’insieme di queste valutazioni emergono alcuni spunti sul che fare. Gli annunci del governo (ma sarebbe troppo da economisti chiedere un libro bianco su obiettivi e strumenti della nuova politica per il Sud ?) indicano l’intenzione di centralizzare le decisioni di spesa, in risposta parziale ai limiti delle politiche regionali fin qui intraprese ma si tratta appunto di una risposta parziale e forse non decisiva: la vicenda del vicesindaco di Seminara appena raccontata è una vicenda di fondi “decisi” dal centro.
Manca inoltre negli annunci del governo una chiara indicazione sui criteri di allocazione dei fondi nonché su obiettivi e strumenti specifici per giustizia e istruzione; in materia di infiltrazione della criminalità nelle amministrazioni, il decreto sulla sicurezza ha rafforzato la normativa sullo scioglimento dei consigli degli enti locali, riprendendo il testo elaborato nella precedente legislatura, ma altre misure pure proposte (si veda la ricordata relazione parlamentare) potrebbero essere introdotte: si potrebbero ad esempio prevedere procedure di controllo, da affidare a terzi, sulle erogazioni, sulla formazione dei bandi e sulla gestione delle gare; nel contesto attuale, la possibilità dell’autocertificazione in materia fiscale e reddituale andrebbe altresì rivista.
Insomma gli interventi finora attuati non sembrano all’altezza della problema. Anche se la ricerca empirica sul tema è piuttosto scarsa, sembra lecito ipotizzare che la prima causa della debole crescita del Mezzogiorno sia il livello di criminalità organizzata che non ha analogie nell’Europa Occidentale. E se non c’è tutela dei diritti di proprietà non c’è sviluppo.
Banco di Napoli e Banco di Sicilia avevano una governance particolare: banche pubbliche e molto intrecciate con la politica nazionale e locale. Per la nuova banca, l’idea di far leva sul credito cooperativo delinea una struttura completamente diversa da quella delle banche pubbliche di un tempo anche se valutazioni più informate saranno possibili solo quando sarà chiaro come la nuova governance verrà declinata.
In relazione alla seconda obiezione, si può replicare che una contenuta distanza funzionale tra i centri decisionali di una banca e il territorio che dovrebbe sostenere può avere effetti aziendali e ricadute esterne positivi; si tratta di un argomento non privo di pregio. Si aggiunga che numerose sono le analisi (anche di economisti “de sinistra”) che hanno evidenziato le insufficienze nel funzionamento del mercato del credito meridionale. Mercato del credito che comunque, come un’altra ricerca della Banca d'Italia ha recentemente messo in luce, risente negativamente della presenza della criminalità; anche il credito cooperativo sembra abbia risentito di questa patologia del tessuto socioeconomico: quindi senza una autentica bonifica dalle infiltrazioni mafiose nelle attività economiche anche la Banca per il Sud rischia di servire a poco.



