Archivio « Politiche & Congiuntura »
Per chi suona la campana
di RICCARDO CESARI - pubblicato il 06/09/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoGuardando indietro vengono in mente i tre momenti più drammatici della storia economica repubblicana: 1947, 1976, 1992. Anche se la classe politica e quella di governo sembrano comportarsi come se fossimo di fronte alla solita, perenne emergenza italiana e confidano che, in un modo o nell’altro, lo stellone ci farà passà a’ nuttata, la mia impressione è che invece la situazione è eccezionale, non meno grave delle tre crisi sopra menzionate, dalle quali si uscì con politiche e governi d’emergenza (Luigi Einaudi Ministro del Bilancio nel 1947, Guido Carli e Paolo Baffi governatori nella crisi del 1976; Giuliano Amato Presidente del Consiglio nella crisi del 1992). Continua
Ten questions on Europe’s Federation Lite
di EMMA BONINO, MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 13/08/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoLast week Stephan Faris, a journalist with Time Magazine, sent Emma Bonino ten questions on the proposal of a Federation Lite for Europe, following the posting of Europe’s Italian Muse on Project Syndicate and Crusoe. Below are the questions with their answers. Faris extensively quoted Bonino in his article in Time Magazine on The Future of Europe. Q. Why do you think that political union and fiscal risk sharing is necessary for the survival of the Euro and the EU (I realize your article cites the IMF on this, but I’d like to hear it in your words)? Continua
L’unione politica, ultimo tabù dell’Europa
di EMMA BONINO, MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 10/08/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoAl New York Times, che l’altro giorno gli chiedeva un parere sulle misure annunciate dalla BCE in difesa dei titoli italiani e spagnoli, Gilles Moëc, un economista della Deutsche Bank, rispondeva che, anche se sulla loro immediata efficacia pesano molte incertezze, esse sono un altro sviluppo positivo per la coesione europea. Continua
L'informazione parziale: Obama e Il Foglio
di LORENZO ROMANI - pubblicato il 28/07/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoIl Foglio del 27 luglio presenta, in prima pagina, un riquadro in cui viene trascritto un intervento di Barack Obama al Senato, risalente al 2006. In quella circostanza l'attuale Presidente degli Stati Uniti si dichiarò contrario ad innalzare il tetto del debito, e votò contro il provvedimento richiesto dai Repubblicani, necessario a finanziare la spesa pubblica. Questa la dichiarazione: "Il fatto che ci ritroviamo qui, oggi, per discutere dell'innalzamento del limite debitorio dell'America, è un segno di fallimento della leadership. È segno che il Governo degli Stati Uniti non può pagare i conti. È un segno che noi ora dipendiamo dalla continua assistenza di paesi esteri, per finanziare le imprudenti politiche fiscali del nostro Governo...Aumentare il debito dell'America ci indebolisce internamente e internazionalmente...Washington sta spostando il peso delle cattive scelte di oggi sulla schiena dei nostri figli e nipoti". Continua
Europe's Italian Muse?
di EMMA BONINO, MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 26/07/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoThe euro contagion triggered by Greece's sovereign-debt crisis has now infected Italy. Silvio Berlusconi's government, together with a fiscally conscious opposition, managed to secure – in only a few days – parliamentary approval of a package of measures worth more than €50 billion, in order to restore market confidence in the soundness of Italy's economic fundamentals. Continua
Autoflagellazioni: contro la recessione ancora restrizioni fiscali
di STEFANO FANTACONE - pubblicato il 19/07/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoMi dispiace, ma non riesco a “farmi persuaso” che dalla più grande recessione degli ultimi ottant’anni si debba uscire attraverso una restrizione fiscale, tra l’altro particolarmente severa. Non mi dilungherò sul fatto che il rafforzamento della manovra correttiva non abbia tranquillizzato mercati che seguono comportamenti destabilizzanti e che, negli anni passati, sono venuti meno al loro compito, allocando in modo assai inefficiente le risorse. Guido Tabellini – il cui curriculum teorico è molto distante da qualsiasi posizione anti-mercatista - ha efficacemente spiegato quanto sia malfondata l’idea di utilizzare i mercati finanziari per indurre i Paesi dell’area Euro a tenere i conti in ordine. Continua
Il gioco del pollo sul debito greco
di ALESSANDRO CECCARONI, MARCO DE ANDREIS - pubblicato il 22/06/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA1 CommentoNel gioco del pollo due individui sono lanciati a forte velocità l’uno contro l’altro: vince chi resiste alla tentazione di scartare dalla traiettoria. Ma se entrambi resistono, perdono entrambi. La vita. Il governo greco da una parte e l’Unione europea dall’altra sembra abbiano finito per cacciarsi in questo maledetto, stupido gioco. Continua
Mario Draghi e 1 punto di Pil
di RICCARDO CESARI - pubblicato il 14/06/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoIl Governatore della Banca d’Italia, nelle sue ultime Considerazioni finali, non si è limitato a ratificare con numeri inequivocabili la crescita asfittica dell’economia italiana ma ha anche indicato dove sono i problemi e dove le leve per “tornare alla crescita”. Quando assunse l’incarico, alla fine del 2005, mostrò subito grande consapevolezza dei ritardi strutturali del paese e, dal tono risoluto dei suoi rari ma incisivi interventi, seppe mostrarsi sensibile “al grido di dolore” lanciato dai cittadini italiani alle istituzioni di salvaguardia. Rileggiamo quanto con costante, documentata e ostinata attenzione il Governatore ha scritto in tema di giustizia civile. Continua
Tre posizioni sui quattro quesiti
di MARCO DE ANDREIS, ALFREDO MACCHIATI, MAURO MARÈ - pubblicato il 09/06/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURA1 CommentoQuesti referendum non mi piacciono. Non mi piace che in 500000 (circa l’1% degli aventi diritto al voto) decidano sull’utilizzo del tempo di quasi 50 milioni di elettori (pena il senso di colpa di non andare a votare): mi sembra una minoranza troppo esigua. Non mi piacciono i referendum su questioni così tecniche su cui, siamo in una democrazia rappresentativa, si deve esprimere chi è eletto (e pagato dai cittadini) per legiferare. Non mi piacciono i referendum su materie interessate da eventi catastrofici (e rarissimi) perché questo influenza l’opinione degli elettori, al di là dei meriti e demeriti (e indubbiamente ve ne sono parecchi) del progetto nucleare. Non mi piacciono i referendum sulle questioni ideologiche (pubblico e privato nei sevizi locali) perché qui la questione è di regolazione e assai poco di proprietà: gli ideologismi su stato e mercato dovrebbero aver fatto il loro tempo in paese che ha poco di entrambi. Non mi piacciono i referendum sulle questioni giudiziarie del Presidente del Consiglio perché se vince il sì è molto probabile che il Parlamento se ne dovrà occupare di nuovo (e già se ne sta occupando da quindici anni) mentre se non si raggiunge il quorum il Presidente potrà giustamente dire che gli Italiani vogliono il legittimo impedimento. Non mi piacciono questi referendum che mortificano l’area (sempre più esigua) liberale e riformista del paese: perché se vince il sì la vera vittoria sarà di chi il referendum l’ha indetto (che non è certo liberale e tantomeno riformista) mentre se non vota il 50,1% (ci pare improbabile che vinca il no) canterà vittoria chi ha governato in questi anni e non mi pare sia un premio meritato. Continua
Democrazia e petrolio - 2/2
di ANNA CESARI - pubblicato il 22/04/2011 in POLITICHE & CONGIUNTURANessun CommentoL'idea che la natura delle istituzioni politiche di un paese sia influenzata dal suo grado di sviluppo economico ha attraversato tutta la storia del pensiero politico e sociale moderno e, con riferimento alla democrazia, ha ricevuto una formulazione classica alla fine degli anni ‘50 da parte di Lipset (1959). Lipset definisce lo sviluppo economico un “requisito sociale” della democrazia ritenendo, come già Aristotele, che lo sviluppo economico è funzionale ad una democrazia stabile. La spiegazione risiede in ciò che Lipset intende per sviluppo economico: ricchezza, industrializzazione, urbanizzazione ed educazione. Lo sviluppo di questi elementi si corona nella democrazia. Continua




