Poco per il lavoro, tante le parole

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 Le trattative sulla cosiddetta riforma del lavoro si stanno dimostrando più difficili di quanto pronosticato. Sono davvero in pochi quelli che provano a disegnare bene il progetto, inteso nel senso di generare soprattutto occasioni occupazionali e, poi, di meglio regolare i licenziamenti, salvo ad impedire quelli discriminatori.
 
C’è chi vuole apparire il novello Robin Hood, che si batte a difesa estrema dell’art. 18, a prescindere da tutto e da tutti. C’è chi assurge a detentore della verità assoluta, proponendosi quasi come l’agente di commercio incaricato di promuovere il prodotto di maggiore consumo di Marchionne, che vuole il sindacato perdente per KO tecnico. C’è chi tenta il difendere tenacemente il suo mestiere di sindacalista a difesa delle tessere, che assicurano il sostentamento delle organizzazioni da cui dipendono.
 
A fronte di tutto questo, nessuno è propositivo, limitandosi ad esercitare un ruolo difensivo, di interessi propri e/o molto limitrofi.
 
Manca chi progetta il lavoro, che si inventi un nuovo sistema produttivo, nel senso di promuovere la (quasi) certezza dei giovani, quelle occasioni durevoli, che non significano necessariamente il posto sicuro che annoia (Monti dixit) e l’occupazione vicino a papà e mamma (Cancellieri dixit).
 
Non c’è alcuno che proponga regole innovatrici ed elabori progetti volti a favorire quel lavoro che nobilita l’uomo, che consente alla persone di consumare la loro vita con dignità.
 
Tutto questo accade nella quasi normalità, senza dare peso alcuno ad un LAVORO che si sta consumando sempre di più, con occasioni rase al suolo e imprese che chiudono (e imprenditori che si suicidano), non già solo per debiti, ma anche per crediti inesigibili.
 
Insomma, si tratta la materia lavoro dividendosi agonisticamente, in due curve contrapposte, come di solito avviene in una partita di calcio. Più che in tifoserie, in associazionismo di mestieri, così come si è fatto con le liberalizzazioni, ove a perdere, nella forma, sono stati in pochi (farmacie, parafarmacie ed edicolanti); nella sostanza, in tantissimi.
 
A ben vedere, hanno perso tutti, soprattutto tutti coloro che supponevano che con qualche farmacia, taxi ed edicolante in più si sarebbe risolto il problema della crescita del Pil che non c’è e non si sa quando ci sarà.
 
Riforma del lavoro vuole dire altro. Vuol dire necessariamente favorire entrambi i soggetti che vi interagiscono, datori di lavoro e prestatori.
Come si fa tutto questo? Magari saperlo!
Proviamo qualche suggerimento.
 
Prioritariamente, immettendo risorse libere nel mercato, prelevandole magari da un patrimonio che c’è ed è fiscalmente indisturbato, sovraintendendo però a che le stesse siano (finalmente) utilizzate per lo scopo e non già, come è sempre accaduto, per garantire maggiori agevolazioni agli imprenditori/predatori. Gli unici che, fino ad oggi, ne hanno goduto e ancora provano a reiterare le loro convenienze.
 
Ma anche riformando tempestivamente la formazione dei saperi, divenuta sempre più obsoleta e inadeguata alle esigenze della produzione reale. Ciò è avvenuto tra una riforma degli studi universitari, che è funzionale a fare laureare tutti gli studenti/clienti e male, e un sistema degli studi troppo polverizzato, impoverito anche a causa delle trascorse e frequenti scelte localistiche, che hanno fatto sì che gli atenei si distinguessero per ciò che edificavano e non già per ciò che producevano sul piano della formazione reale dei giovani. Un sistema che oggi si sta rivedendo e che va incentivato nelle sue scelte di dedicarsi alla crescita locale, e non già ostacolato con finanziamenti che vanno destinati altrove e ingiustificatamente.
 
Ancora, sanzionando tutte le strategie diversive, sì da evitare, da parte degli (im)prenditori l’indiscriminato ricorso a forme contrattuali (molto) alternative a quelle ordinarie (partite iva, contratti di associazione in partecipazione e cointeressenza, esternalizzazioni fittizie, eccetera), per non gravarsi di un costo eccessivo determinato dalla contribuzione previdenziale, altrimenti dovuta, nei confronti della quale, tuttavia, non crede più nessuno.
 
Ovviamente il tutto collaborato dai necessari controlli che sottintendano a che tutto venga fatto secondo regole e secondo obiettivi. Regole e obiettivi in relazione ai quali non pare che ci siano in circolazione interventi concreti nelle previsioni del ministro Fornero. Sembra, infatti, che il confronto in atto si stia caratterizzando come se fosse destinato a raccogliere il consenso generale, nella più superficiale delle logiche, ove nessuno vince e nessuno perde. Senza con questo produrre nulla per i milioni di disoccupati che attendono invano, tra un’età pensionabile che ritarda il loro appuntamento con il lavoro, un blocco del turn over che taglia loro le gambe e una politica di risanamento che sfoltirà la pubblica amministrazione degli organici in essere. Ma anche di un impresa privata che a difficoltà respira..
 
Concludendo. Evitiamo di ricorrere ad ogni metodologia apparentemente risolutiva. A quelle promesse della politica che Eduardo de Filippo definiva “a ‘mpressione”, nel senso di fornire l’idea di risolvere l’irrisolvibile.
 
Nei grandi temi, non è sufficiente, infatti, dare l’idea di fare, è necessario creare ciò che serve. In ambito lavorativo: ciò che non c’è più e ciò che, forse, non c’è mai stato.
 
Quel lavoro sul quale la Repubblica fonda le sue radici!
 
Di certo, il problema non si risolve con le approvazioni di forza (ammesso che la si possa considerare tale), bensì si accentua. Urge il consenso sociale, che va ricercato a tutti i costi.

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