Piccola critica al Fassina-pensiero

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La tesi sostenuta da Stefano Fassina qualche giorno fa sul Foglio (vedi qui), per quel poco che vale la mia opinione, non convince. Difetta di realismo. Che è una antica patologia della sinistra idealista;  impedimento a culture e politiche riformiste. In discussione non è “la consapevolezza che siamo su una strada di austerità autodistruttiva”.
 
Posizione che, a parte l’enfasi retorica, ha piena legittimità in punto di analisi economica: non ci sono driver di domanda, argomenta Fassina. E’ la tesi di Krugman che ha scritto “A Manifesto for Economic Sense”, citato appunto dal responsabile economico del PD. E il recente studio dell’Fondo Monetario sulla sottostima degli effetti recessivi delle stabilizzazioni fiscali porta autorevole evidenza empirica a questa tesi. Peraltro, mi sembrerebbe difficile negare che se l’Italia si trova a questo punto, se sono più di dieci anni che cresciamo meno dell’Europa, non è solo un problema di domanda ma delle numerosissime strozzature dell’offerta (dualismo del mercato del lavoro, inefficienza della giustizia, burocrazia pletorica  e servizi pubblici scadenti, difetti diffusi di concorrenza e di buona regolazione). Strozzature che il governo ha iniziato a rimuovere, trovando molti ostacoli.
 
Ma il punto non è questo. Il punto è che non si può non partire da un dato di fatto: il difetto genetico della costruzione dell’unione monetaria (“una moneta senza stato”) e il debole governo Europeo, con i suoi minuetti politico-istituzionali di questi quattro anni di crisi, che spingono i mercati a cercare profitto nella speculazione sui debiti sovrani. Data questa situazione patologica dell’Unione – nell’ideazione e nella gestione – non è difficile immaginare la reazione degli investitori di fronte ad un governo nazionale idiosincratico rispetto al mainstream, al berlin consensus austero-recessivo. Fassina è consapevole di questo rischio e infatti evoca “la determinazione a costruire insieme agli altri governi progressisti europei, senza autolesionistici atti unilaterali, il consenso per cambiare rotta”.  
 
Ma quali altri governi progressisti ? Le storiche resistenze francesi alla perdita di sovranità nazionale,  del tutto indipendenti dal colore dei Presidenti e dei governi, non fanno di quel paese un partner per cambiamenti di rotta. E in Germania il candidato SPD alla cancelleria, Steinbruck, è stato ministro delle Finanze nel governo di grande coalizione della Merkel; e un governo di grande coalizione, con assai impercettibili policy shifts, è l’esito più probabile delle prossime elezioni. Ma anche se vincessero i socialdemocratici e ci fosse un governo rosso-verde con l’adozione di una politica maggiormente espansiva, mancherebbe sempre il requisito primo: un governo europeo forte in grado di rassicurare i mercati.
 
Questi, al contrario, guarderebbero con ancora maggiore sospetto a debiti sovrani in crescita o, peggio,  alla nascita di un debito dell’Unione senza unione fiscale. Non sarebbe inverosimile un generalizzato aumento dei tassi d’interesse e ancora più lontane sarebbero le prospettive di uscita dalla stagnazione. Un’amara medicina di stabilizzazione è l’unica politica nazionale possibile fino a quando non si riuscirà a cambiare la politica economica dell’UE. Messaggio che non scalda i cuori degli elettori, che non fa sventolare le rosse bandiere, che, soprattutto, non risolve rapidamente i gravi disagi di larghi strati del paese.
 
L’unica via d’uscita va dunque cercata in Europa (redemption fund, unione fiscale, vigilanza bancaria unificata, nuovo statuto BCE), non a Roma. E  qui sta il vero punto di forza dell’agenda Monti, che mi pare Fassina non colga: la autorevole – per cultura, per esperienza, per credibilità – politica europeista di rafforzamento dell’Unione, di cura delle sue malattie genetiche, portata avanti dal premier in un anno di governo. La storia non si fa con i se: ma mi riesce difficile immaginare i pochi progressi nella governance di politica economica compiuti dall’Europa in questi ultimi dodici mesi in assenza di Monti (e di Draghi).  Quest’opera – comunque non facile – di porre su nuove basi l’Euro e l’Unione Europea  rappresenta la  vera, indispensabile premessa politico-istituzionale, per la ripresa economica e non è ancora  conclusa.   Per questo, a differenza di quanto afferma Fassina, non siamo in “un’altra fase”.  
 

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