Per la crescita, partire dalla riforma del fisco

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Il SOLE 24 ORE – 11 maggio 2013

 

La questione cruciale italiana è la crescita. Tutti d’accordo, lo abbiamo detto fino alla noia. È tempo allora di prendere provvedimenti per far ripartire l’economia. Qualsiasi misura di stimolo non può essere fatta in disavanzo, dato il peso del nostro debito e le regole europee. Queste possono essere riviste e rese più flessibili, introducendo minore austerità e maggiori margini nei tempi di risanamento, ma il problema degli squilibri di bilancio sarà sempre lì. Va risolto e il colpevole non è la Germania. Questa e l’Unione Europea in sé c’entrano poco.

 

L’Italia ha accumulato disavanzi elevati per la propria irresponsabilità fiscale dei decenni passati di cui non è imputabile l’Europa. Anzi, ha beneficiato e molto dell’introduzione dell’euro, con un risparmio di centinaia di miliardi di minore spesa per interessi. Li abbiamo sprecati, diciamo la verità. Se i mercati si convincono che un nuovo disavanzo dell’Italia non sia sostenibile, c’è poco da fare, aumenterà il costo medio del debito e si rischia il default.

 

D’altro canto, la crescita non si stimola per decreto o per ordine del governo ma perché conviene agli imprenditori investire, perché il mercato del lavoro rende possibile un aumento dell’occupazione, perché ci sono prospettive di domanda da soddisfare, perché la ricerca produce esternalità sulla produzione. O si ricreano le condizioni oppure l’economia non ripartirà. E allora si deve andare all’essenza del problema.

 

Il livello enorme della pressione tributaria è una delle principali cause della bassa crescita; ma ci sono molti altri ostacoli: varie forme di limitazione della concorrenza, il peso enorme della burocrazia, le condizioni della scuola, dell’università e della ricerca, l’elevata evasione fiscale.

 

Diversi studi Ocse e Fmi hanno dimostrato in modo inequivocabile che le varie imposte hanno effetti diversi sulla crescita economica. Le imposte ordinarie sul patrimonio e quelle sui consumi sono le meno distorsive mentre quelle sui redditi da lavoro e da impresa quelle più negative per l’economia. Una semplice modifica della composizione del prelievo, anche a parità di gettito, può avere effetti positivi sul potenziale di crescita. L’Italia rispetto agli altri paesi Ocse e Ue ha un prelievo fiscale fortemente concentrato sulle basi più distorsive e con maggiori effetti negativi sulla crescita. Una manovra di riduzione dei tributi dovrebbe partire dall’Irap o dai contributi sociali che potrebbero ricreare condizioni favorevoli per ridurre il costo del lavoro, rilanciare gli investimenti e forse anche, si spera, la domanda – non è chiaro che in questa situazione un aumento delle retribuzioni verrebbe speso e non risparmiato.

 

Un taglio deciso dei contributi avrebbe sicuri effetti positivi sulla crescita, la riduzione delle imposte sulle abitazioni no. Quasi tutti i paesi del mondo usano le imposte sulla casa come forma di prelievo, che proprio per la loro visibilità tendono ad essere impopolari. Ma questa è anche la loro “forza”, perché applicando il principio di controprestazione vincolano i politici all’efficienza e offrono uno strumento di controllo ai cittadini. Esse sono inoltre poco distorsive e siccome il valore del patrimonio immobiliare cresce al crescere del reddito, tendono anche ad avere effetti positivi sull’equità – i più poveri già non la pagano, date le detrazioni, oppure perché non hanno proprietà. La questione cruciale sono i valori catastali che sono lontani da quelli di mercato e che hanno prodotto forti iniquità. Si può riformare l’imposta, mitigando anche il peso sulla prima casa, se necessario, ma non vi sono ragioni per abolirla del tutto. I redditi Irpef non riflettono più la distribuzione della vera capacità contributiva individuale, perciò forme di tassazione ordinaria del patrimonio vanno conservate.

 

Al tempo stesso, la riduzione e riqualificazione della spesa pubblica non è più rinviabile, proprio perché devono essere assicurate fonti certe di finanziamento alla riduzione delle imposte. È un processo lungo e faticoso ma l’Italia non può farne a meno. Sicuramente ci sono spazi importanti negli acquisti pubblici, riducendo la corruzione ed eliminando diverse tax expenditures che beneficiano lobbies e settori inefficienti e non si giustificano più in un’imposta sul reddito personale moderna e coerente.

 

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