Per il fisco le regole delle contravvenzioni: premio a chi paga subito

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 Il nostro sistema tributario riconosce all’autore di una violazione il diritto ad ottenere, su base unilaterale, la riduzione a un sesto della sanzione minima irrogabile per qualunque tipologia di infrazione accertabile (articoli 5 e 5-bis del d. l.vo n. 218/97 come modificato con il dl n. 185/08).
 
Questa chance si è rivelata in effetti una opportunità sia per il contribuente, sia per il fisco. Rendendo possibile per quest’ultimo l’introito immediato di somme di incerta acquisizione, per cifre tutt’altro che trascurabili.
 
Tale istituto incentiva infatti la rinuncia a giocare la carta del contenzioso nei confronti di quei contribuenti che accettano in anticipo, ma per intero, il debito d’imposta aggiuntivo ricalcolato dall’ufficio in sede di controllo. Ciò si spiega per il fatto che negli accertamenti tributari, in particolare per quelli conteggiati in base a stima (specie quelli emessi nei riguardi di professionisti e imprese con introito annuo sotto i 5 milioni di euro, che sono la quasi totalità della platea) il quantum accertato costituisce una posta che fra le parti è sempre controversa per definizione. E nella quale, sopratutto la voce della maggiore imposta, in quanto calcolata in base a presunzioni, è percepita dal contribuente essa stessa come sanzione piuttosto che come vero debito d’imposta.
 
Vi sono tuttavia violazioni (sono una minoranza, per quanto non trascurabile) nelle quali mancherebbe in radice qualunque elemento controverso, trattandosi di casi nei quali in istruttoria il fisco è stato in grado di provare, su base documentale certa, sia la responsabilità chiara del trasgressore, sia, soprattutto, la cifra esatta dell’imposta nascosta all’erario. In questi casi sembra poco ragionevole, in effetti, salvaguardare ugualmente i benefici della riduzione a un sesto. Dato che ciò finisce per dare al contribuente la certezza anticipata di avere in tasca la garanzia di azzeramento (quasi) per ogni futura sanzione.
 
Così congegnato, infatti, un tale meccanismo finisce per favorire forme di premeditazione delle violazioni. E in particolare, di quelle attuate mediante la ostentazione in dichiarazione di dati di facciata, volutamente divaricati rispetto alle grandezze riportate nella documentazione giustificativa sottostante e nelle stesse scritture contabili di riepilogo: un fenomeno rispetto al quale la vicenda delle false compensazioni dilagate fino al 2009 costituisce probabilmente solo la punta di un iceberg (si veda l’articolo postato qui).
 
Tutto questo rende oggi più che mai opportuno considerare se non sia il caso di eliminare del tutto la possibilità di riduzione agevolata. Ciò, tuttavia, a patto di escogitare una soluzione tecnica in grado di non trascinare dentro questa preclusione la parte numericamente preminente degli accertamenti, che sono quelli su base presuntiva (si veda l’altro articolo postato qui, e in particolare l’allegato ivi accluso in pdf).
 
Una tipologia di accertamenti rispetto ai quali, viceversa, vi è semmai un’esigenza di segno opposto, come più volte segnalato su questo sito. Nel nostro ordinamento, in effetti, mai è stato preso in considerazione il distinguo fondato sulla differenza, in termini qualitativi, fra violazione su base certa e violazione su base presuntiva.
 
E questo ha sempre intralciato la diffusione di meccanismi definitori più flessibili. Strumenti di cui si avverte invece la necessità, dato che oggi finisce nelle casse erariali una quota proporzionalmente ridotta della massa complessiva di maggiore imposta accertata in base a presunzioni (stimabile in meno del 10%), nonché una quota quasi nulla delle sanzioni irrogate (stimabile nell’ordine dell’ 1%). Si tratta quindi di strumenti che, quanto meno nell’attuale contesto, rappresentano l’unica strada praticabile per recuperi significativi dal mondo della evasione di massa. Per questo, all’interno di tale ambito, l’istituto della riduzione a un sesto meriterebbe persino un’ulteriore attenuazione.
 
Ciò per un duplice ordine di motivi. Primo per una considerazione che rileva ai fini delle dosi di compliance che alimentano la propensione del contribuente a definire un addebito già emesso dall’ufficio. Il contribuente raggiunto da un accertamento calcolato in base a presunzioni, infatti, percepisce psicologicamente la maggiore imposta accertata, come si diceva, alla stregua di una sanzione, piuttosto che come recupero di un’imposta evasa, suscettibile a sua volta di ulteriore sanzione.
 
E, in secondo luogo, perché fino a quando non cambia l’architettura attuale del sistema di adempimenti (ispirata al Dpr 600/73) bisogna ammettere che su questo fronte il fisco è strutturalmente debole perché tal genere di evasione è praticata a livello di massa proprio perché facilmente realizzabile in forma anonima (cioè, senza lasciare alcuna traccia da parte di chi ne è l’autore). Per definizione, quindi, essa è accertabile solo su base indiziaria.
 
Voglio dire, in altre parole, che il fisco riuscirà a provare con sicurezza “se” sei un evasore oppure no. Ma non avrà mai certezze ulteriori e, più precisamente, non potrà mai dimostrare “quanto” hai evaso. Sulla cifra da accertare, invece, che è al tempo stesso il pilastro fondativo e il tallone d’Achille dell’odierno sistema di contrasto (come ho spiegato meglio in questo post), il fisco potrà sì raccogliere una molteplicità anche cospicua di indizi. Ma poi – per essere credibile – esso dovrà sottostare a una seconda asticella, e cioè al vincolo che gli impone la indicazione di un range di accertabilità, piuttosto che un importo fisso di tipo puntuale.
 
Per queste ragioni sarebbe auspicabile prendere finalmente atto della situazione reale in merito alle dosi di reciproca contrattualità, fra fisco e contribuente sul terreno dell’evasione di massa accertabile in base a stime (dato che non è colpa di nessuno se il sistema funziona ancora oggi a questo modo). Da ciò discende che gli strumenti di flessibilità con finalità deflattiva potrebbero in effetti operare con automatismo e sulla base di una graduazione differenziata in funzione della fonte genetica del calcolo: redditometro, piuttosto che studi di settore, accertamento sintetico, piuttosto che check list, eccetera.
 
Nel caso del redditometro, a esempio, si può pensare a una procedura strutturata che preveda una comunicazione preventiva bonaria, inviata dall’amministrazione finanziaria, la quale segnali, fra minimo e massimo, una forchetta dell’imponibile accertabile calcolata valorizzando l’insieme di quelli che – rispetto al quantum – rimangono “meri indizi”, per quanto numerosi e univoci essi siano. Un tale addebito potenziale sarebbe poi suscettibile di definizione, qualora il contribuente vi aderisca, pagando sulla base di un conteggio che sia in grado di far percepire la convenienza dell’adesione. A esempio, sulla base di uno schema ispirato al range <>, a suo tempo calcolabile in base ai parametri accertativi (mi riferisco alle procedure per l’annualità 1994, definibile ai sensi della legge 662 del 1996, articolo 3, commi 137 e seguenti).
 
In definitiva, se riusciamo nello sforzo di liberarci della tendenza (più che legittima, ma al tempo stesso fuorviante) a spingere per una risposta sanzionatoria ispirata a un sentimento di rivalsa di tipo para-vendicativo, si tratta, né più né meno, di applicare anche al mondo della fiscalità gli istituti tradizionali di definizione tipici della contravvenzione stradale. Che premiano con uno sconto sulla sanzione edittale irrogabile chi paga subito ed evita allo Stato i ritardi, i fastidi e i rischi che si annidano dietro qualunque contenzioso potenziale. 

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