Partecipazione agli utili e cogestione: un’idea sbagliata al momento sbagliato

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Pochi media hanno dato l’opportuno risalto ad alcune dichiarazioni da parte di importanti esponenti dell’esecutivo – e ad alcuni processi legislativi in corso – sul tema della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese e della cogestione.
Abbiamo così ministri che citano come esempio la Germania – che invece sta tentando di svincolarsi dall’errore commesso. E se già da tempo i tedeschi, unici al mondo ad avere applicato la cogestione, l’hanno rimessa criticamente in discussione, figuriamoci come noi italiani, così diversi per cultura di impresa e diritto del lavoro, potremmo gestire un simile modo di lavorare.
Non mi pare si colga che la realizzazione di un tale progetto porterebbe l’Italia a diventare un paese socialista, avendo già un’enorme spesa pubblica, fra le maggiori d’occidente, e una presenza fin troppo invadente dello Stato nell’economia.
E tutto ciò in un’epoca che ha visto il socialismo reale, crollato per manifesto fallimento economico e sociale, lasciare il campo all’affermarsi del liberalismo, basato sulla sussidiarietà e sulla valorizzazione delle capacità e della libertà di ogni individuo. Vorrei ricordare un po’ più in dettaglio le ragioni della contrarietà a un tale provvedimento.
L’utile aziendale è il risultato di un mix estremamente vario di fattori e un’idea troppo generica di produttività non basta a spiegarlo. Inoltre l’utile di una singola azienda dipende anche dalle condizioni del mercato in cui opera – cioè dal comportamento e dalla capacità dei competitors mondiali.
Progettare una azienda che faccia utili significa decidere, oltre che su prodotti, produzioni, terziarizzazioni e quant’altro, anche su patrimonializzazione, leve finanziarie, spese discrezionali, investimenti, tempi dei risultati, gestione della liquidità, politica dei dividenti e così via in un lunghissimo elenco. Franco Debenedetti ha ben enumerato questi fattori in LE RIFORME DIFFICILI / Partecipare agli utili? Inutile – Il Sole 24 ORE. Anche Massimo Calearo, sempre del PD, che di aziende ne capisce, sostiene che la cogestione è una “vera e propria fuga dalla realtà”.
Può favorire la produttività e il senso di responsabilità dei lavoratori? No, assolutamente no. Nelle aziende ogni divisione, ufficio, stabilimento, manager, ricercatore ha obiettivi e risultati propri sui quali è premiato (o licenziato). Viceversa l’utile remunera chi ha rischiato i propri soldi. Quando remunera: perché non è raro restare in perdita per anni.
I bonus variabili, che premiano la capacità di ottenere risultati, devono essere legati alla reale capacità degli individui e all’obbiettivo che si affida loro in quanto singoli individui – non a generici risultati che sommano ai capaci i modesti, o peggio gli incapaci. Oggi le attività legate alla capacità individuale sono circa il 90 % delle posizioni aziendali. Non ci sono più fabbriche con catene di montaggio alla “tempi moderni”.
Aggiungo che a me sa decisamente di esproprio. Il diritto di proprietà è sancito dalla Costituzione. Troppo facile fruire dei risultati della proprietà senza sopportare gli oneri che essa comporta: è un po’ come pretendere di non comprare una casa o un’auto ma di poterle usare senza alcun esborso.
La partecipazione agli utili è un vero incremento del costo del lavoro. Cioè il contrario di ciò che occorre. Già ora, fatto 100 il costo aziendale, al dipendente va in tasca circa 40. Sarebbe dunque un aumento della pressione fiscale ulteriore in un Paese che ha già una delle più alte tassazioni sulle aziende del mondo occidentale.
Vorrei poi fare qualche domanda a chi propone una tale soluzione.
Ma se qualcuno vuole cogestire, non ha già lo strumento delle Cooperative con annesse, numerose agevolazioni? Ammettendo almeno che cogestite lo siano davvero. O in realtà si vuole espropriare?
Se dice anche: “sarà libera contrattazione”. Ma allora che bisogno c’è di una legge e perché le parti non lo hanno mai voluto fare? Per le società quotate, non basta acquistare azioni e partecipare alle assemblee?
Partecipazione agli utili vuole anche dire partecipazione alle perdite? Vuol dire che in aziende che possono trovarsi in perdita anche per alcuni anni i dipendenti percepiscono una retribuzione minima legale e partecipano al ripianamento delle perdite?
Ora, non è vero che il Senato sta esaminando solo la libera contrattazione fra le parti e l’incentivazione alla partecipazione agli utili. Il Senato sta ricongiungendo ben quattro Disegni di Legge che sostanzialmente consegnano le aziende private in mano al sindacato (Cfr. l’Ordine del Giorno della seduta del 30 Giugno delle commissioni VI e XI riunite del Senato).
Come diceva papa Woytila per la Chiesa, anche l’azienda non è una democrazia. Ci sono azionisti che mettono soldi per perseguire e realizzare un progetto. E l’utile non è che il risultato positivo di tale complesso progetto. Con tempi e con decisioni assolutamente soggettive.
Mi auguro che vi siano autorevoli interventi sui media, che ho sollecitato, sia come informazione che con opinionisti e aziendalisti, esperti di mercato e concorrenza globale, che aiutino a superare la poca trasparenza su tale progetto e a consentire una adeguata riflessione.
 
Note

Sulla Mitbestimmung, segnalo dal sito del Centro di Studi Liberali, la traduzione di un estratto del libro Die Ethik des Erfolgs, scritto dall’ex presidente della confindustria tedesca e già direttore di IBM Europe, Hans Olaf Henkel, da lui definito un sistema “unico al mondo e disastroso, in fase di ridimensionamento”.
Si veda anche, dallo stesso sito, L’illusione della partecipazione e Gli economisti, le illusioni e altre amenità, entrambi di Antonio Martino.
 

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