Parmalat, capitalisti prudenti ed eterogenesi dei fini

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Dunque le imprese italiane sarebbero facile preda dei capitali stranieri ? Per la verità ero rimasto al paese che non attrae gli investimenti esteri e questo dicono le statistiche (vedi tabella): la solita cenerentola d’Europa. E anche indagini microeconomiche, come quella citata da Fabiano Schivardi in quest’articolo, confermano che il controllo estero non è così diffuso come si vorrebbe far credere in questi giorni. Anzi, è il contrario. Che poi vi sia qualche caso di imprese nazionali oggetto di acquisizione da parte dell’estero non modifica il quadro macro che è quello di un paese che non attrae, a meno che…. non vi siano delle prede interessanti.
E quando le prede interessanti appaiono all’orizzonte sembrano esservi due tipi di risposte possibili: girarsi da un’altra parte e lasciare le prede allo “straniero” (Bulgari e Parmalat oggi, per stare alla cronaca di queste settimane); non è detto che per l’impresa sia un male (vedi il caso della Nuova Pignone, dopo la privatizzazione) . Diciamo che in questo caso è la virtù della prudenza che prevale: contraddistingue una classe imprenditoriale un po’ provinciale, riluttante a crescere, poco sostenuta dal sistema finanziario ma sana. Oppure – ed è la seconda risposta possibile – ci si tuffa sulla preda per estrarne tutte le risorse finanziarie e lasciarla a vita stentata se non ucciderla del tutto (la Telecom tra il 1998 e il 2008, la Parmalat ai tempi di Tanzi, la Cirio di Cragnotti). E qui prevale il vizio dell’avidità.
Se questa è, con tutta la approssimazione che si vuole, la diagnosi, curare i sintomi di un capitalismo prudente con norme antiscalata di natura protezionistica che effetto può avere? Certo, togliendo la concorrenza estera è possibile che il prezzo della preda scenda, ma non è detto che sia sufficiente ad invogliare i “prudenti”. Diciamo quindi qualche possibile effetto nella direzione sperata, nel migliore dei casi. Nel peggiore, invece si ridà spazio ai raider nostrani, agli “avidi”. Ah l’eterogenesi dei fini…
 
Nel frattempo, le politiche per fare dell’Italia un paese “strutturalmente” attraente per gli investimenti esteri possono ancora aspettare.
Investimenti Diretti Esteri (dati di stock in percentuale del PIL)
 

 

1990

2000

2008

France

7.9

19.5

34.7

Germany

6.5

14.3

19.2

Italy

5.3

11.0

14.9

Poland

0.2

20.0

30.7

Spain

12.7

26.9

39.6

United Kingdom

20.6

30.4

36.9

United States

6.8

12.9

16.0

 
 
Source : UNCTAD, World Investment Report 2009
 

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